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Ivano Fossati

Ivano FossatiNapoli, Teatro Augusteo, 10 febbraio 2009

   
 
La Stampa, 1 marzo 2009

La banda di Fossati suona ancora il rock

E’ un bel cantare a memoria, quello di Ivano Fossati. Cantautore sui generis e suo malgrado: prima musicista, poi paroliere. Uomo dalle molte rivoluzioni, alla ricerca perenne di qualcosa che smuova il cuore e sparigli i capelli, come la brezza della Lusitania, da lui cantata quasi vent'anni fa. Percepito dai più come la quintessenza del musicista colto, Fossati è in realtà artista dall'impostazione rock. Aveva ricominciato a fiutarne l'aria con Lampo viaggiatore, ha ripreso a suonarlo con L'Arcangelo, è tornato a inseguirlo a tratti nel non perfetto Musica moderna. Il suo tour ribadisce questa sua esigenza di risciacquarsi nel sacro fiume del rock. Scompaiono gli archi, ieri di Mirko Guerrini e l'altro ieri di Mario Arcari, aumentano le chitarre (tre). Torna l'amico di una vita, lo storico bassista Guido Guglielminetti.

Fossati non lo direbbe mai, ma questo live suona come le atmosfere de La mia banda suona il rock, inteso come disco e non come canzone. Era trent'anni fa, ma ancora oggi suona splendidamente. E non è un caso se, alla fine, compare per la prima volta dal vivo una perla di quell'album, Di tanto amore. Riproposta fedelmente, senza cambiare quasi nulla, come capita ai brani nati con la fortuna di bastare a se stessi.

L'apripista è il 19enne Gaetano Civello, voce non comune e buoni testi, scoperto da Pietro Cantarelli, tastierista e produttore di Fossati. Poi, il concerto. La prima parte è tutta per il disco nuovo, sette brani sugli undici di Musica Moderna. L'episodio migliore, L'amore trasparente, viene sparato subito, e forse è uno sbaglio perché il pubblico è ancora freddo. Le nuove canzoni suonano meglio che su disco, comprese quelle non esattamente irrinunciabili (D'amore non parliamo più). Ed è dal vivo che deflagra, in tutta la sua la sua maestosità, il brano - Cantare a memoria - che in studio aveva solo lasciato intuire la sua potenzialità non comune.

Si vede da lontano che Fossati, oggi, si diverte anzitutto con la chitarra in mano, rockeggiando e blueseggiando, ne Il paese dei testimoni (j'accuse sulla delazione a cui mostra di essere legatissimo) come nella più riuscita La guerra dell'acqua. Il pubblico, soprattutto femminile, lo vorrebbe invece inchiavardato al piano, e lui solo ogni tanto acconsente. Ad esempio nell'uno-due La costruzione di un amore/Una notte in Italia: la prima quasi in apnea, la seconda immutabile. E sono applausi, come per Buontempo, con un surplus di spensieratezza che stride - deliberatamente - col brutto tempo della serata romana cui abbiamo assistito.

Qualche canzone, nella seconda parte, non appare all'altezza del livello medio, smisuratamente alto (Ho sognato una strada, L'arcangelo). Dettagli. Basta Discanto, uno dei testi più geniali della musica italiana, riproposta in una versione «demoniaca» con tanto di teremin (uno dei molti strumenti esoterici cari a Fossati), per capire che si è di fronte a un artista dal talento e dal percorso non comune. Tale epifania è riverberata da altri episodi, Italiani d'Argentina e L'uomo coi capelli da ragazzo, Lindbergh e I treni a vapore, fino alla conclusiva La musica che gira intorno. Quasi un mantra liberatorio: «Sarà la musica che gira intorno/ quella che non ha futuro/ o saremo noi che abbiamo nella testa/ un maledetto muro». Quel muro che Fossati, con salvifica ossessione, prova ogni volta a oltrepassare. Quasi sempre riuscendoci.

Andrea Scalzi

   
 
Il Mattino, 12 febbraio 2009

Fossati e il primato della sua «Musica moderna»

«Non pretendo più di avere ragione»: Ivano Fossati, chitarra a tracolla, inizia con «L'amore trasparente», che subito mischia il sangue con il sudore, il piacere con il dolore. Il tour di «Musica moderna» mette in vetrina le nuove canzoni del cinquantasettenne cantautore e il pubblico dell'Augusteo le applaude calorosamente, per ululare letteralmente di piacere quando arrivano antichi capolavori come «La costruzione di un amore», «Una notte in Italia», «Buontempo», «Discanto» con la sua densa tessitura musicale, «L'uomo coi capelli da ragazzo», una straordinaria versione di «Italiani d'Argentina», «I treni a vapore». Ma l'inizio del concerto è tutto per l'ultimo disco dell'ex Delirium, con gli echi rock di «La guerra dell'acqua» (sul tracollo della nuova economia e la sete del mondo) che si tingono di soul in «Il rimedio», inno all'amore che si libera di ogni saggezza pur di sopravvivere. La band rocka e rolla pensando più agli Heartbreakers di Tom Petty che agli standard della canzone d'autore italiana, se si esclude il De Gregori più dylaniano e dylaniato, ma il tono di Fossati rimane inconfondibile. Soprattutto quando siede al pianoforte, come fa per narrare l'europassione perplessa di «Last minute» o per atteggiarsi a «suonatore-contadino». La sua «Musica moderna» ha suoni antichi, ma pulitissimi, limpidi, come raramente capita di ascoltare a un concerto pop, se pop si può dire il cocktail di melodie avvolgenti e costruzioni più complicate, di intarsi ritmici, cambi di ritmo progressive, armonie country rock, colori rubati a certo jazz fieramente europeo. Pietro Cantarelli (pianoforte, tastiere) guida l'ottima band formata da Fabrizio Barale, (chitarre elettriche), Riccardo Galardini (chitarre acustiche), Claudio Fossati (batteria) e Guido Guglielminetti (basso). I versi sono amari e scorati quando «Il paese dei testimoni» fotografa la società voyeuristica-delatrice in cui sguazziamo, diventano carezze e delizie quando arriva «Il bacio sulla bocca», con il suo incipit coinvolgente: «Bella, che ci importa del mondo/ verremo perdonati, te lo dico io/ da un bacio sulla bocca un giorno o l'altro». «Di tanto amore», mai prima d'ora proposta in tour, è datata 1979, mostra una scrittura acerba, in definizione e innesca l'apoteosi dei bis che culminano con gli uomini «per niente allineati» di «La musica che gira intorno» passando per «Lindbergh» e «Naviganti». Un concerto bello, intenso, ma di transizione, proprio come «Musica moderna».

Federico Vacalebre

     
 
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