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Testimoni (I)
di André Téchiné
con Michel Blanc, Emmanuelle Béart, Sami Bouajla, Julie Depardieu, Francia 2007
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La Stampa, 6 luglio 2007
Techiné, l'amore prima e dopo l'Aids
Michel Blanc e Emmanuelle
Béart in un film diviso in tre capitoli
delicato e appassionato, complesso e sobrio, che prende avvio dall'estate
1984
I testimoni di André Techiné sono protagonisti e danno
testimonianza degli Anni Ottanta, un decennio speciale in Francia e nel
mondo: il film é davvero bello, complesso e sobrio, delicato e
appassionato, capace di trasformare i drammi in guai della vita e la
Storia in esistenze quotidiane, recitato magnificamente.
I testimoni è diviso in tre parti, a cominciare dalla bellissima
estate 1984. Un periodo detto «I bei giorni» in cui regna
ancora la nuova libertà ereditata dagli Anni Settanta soprattutto
nelle cose d'amore: coppie aperte, passioni omosessuali oppure caste,
la bellezza avida della giovinezza. Un secondo periodo chiamato «La
guerra», in cui l'insorgere letale dell'Aids intride ogni legame
di sospetti e spaventi, la malattia attacca e uccide il ragazzo più giovane
e felice del gruppo, intossica i rapporti. Un terzo periodo, «Il
ritorno dell'estate», in cui tutti tentano di rimarginare le ferite
del dolore e riprendono a muoversi, ma con il passo cauto e lento della
restaurazione.
La suddivisione non ha nulla di volontaristico né di meccanico;
anche se non è una cattiva idea evocare gli Ottanta per i giovani
contemporanei, il fluire degli avvenimento è del tutto naturale,
senza alcuna sfumatura didattica. Nel gruppo di amici ci sono un medico
cinquantenne gay (Michel Blanc, perfetto) che si trasforma in militante
scientifico anti-Aids; una coppia coniugale formata da un ispettore di
polizia e da Emmanuelle Béart, scrittrice di favole per bambini
(«un nonno strappa le orecchie ai bambini per mangiarsele»)
del tutto priva di vocazione materna; un fratello e una sorella provinciali
emigrati a Parigi (il fratello è Johan Libéreau, radioso
di gioventù).
«Vuoi provare?», «Sì»: suona come un
motto dei ragazzi d'allora, curiosi di tutto e paurosi di nulla, ospiti
di felicità furtive o precarie, sicuri del realizzarsi possibile
di ogni aspirazione e speranza. Verso di loro (o verso il se stesso di
un tempo) il regista Techinè sembra animato da un rimpianto, da
un affetto struggenti, da una indulgenza che non appartiene di solito
al suo stile ma che, più d'una forma di sentimentalismo, pare
una dolce fraternità.
Lietta Tornabuoni
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Il Tempo, 6 luglio 2007
Paura e disordine, ecco gli Ottanta di Téchiné
Il sesso ai tempi dell’Aids. In quegli Ottanta in cui se ne sapeva pochissimo, a parte il clamore mediatico - la peste del secolo - che lo aveva subito definito la malattia degli omosessuali. Così André Tèchiné, che con il suo cinema ha il vezzo di discutere spesso di omosessualità (di recente «I tempi che cambiano» e, prima, «Niente baci sulla bocca») ci racconta di un gruppo di persone che a Parigi, in quegli anni, è portato improvvisamente ad affrontare l’argomento senza nessuna preparazione. Intanto una coppia in apparenza normale, Sarah, aspirante scrittrice, che, pur avendo un figlio piccolo, odia i bambini, e suo marito Mehdi, poliziotto di origini maghrebine (e musulmano). Di fronte a loro, Adrien, un medico omosessuale che ha una relazione, però casta, con un giovane sbandato, Manu, venuto dalla provincia con la sorella Julie e dedito a una vita disordinata, in locali e posti a dir poco equivoci dove si accompagna ogni sera a tipi dei suoi stessi gusti. Accade che, in vacanza tutti insieme, Mehdi provi un’attrazione irresistibile proprio per Manu e ne diventi l’amante senza troppo impensierire la moglie. Ma - ecco l’Aids - si dà il caso che Manu ne sia affetto, senza via di scampo. Gli altri si consoleranno, alcuni, però, come Adrien, senza rientrare nell’ordine. Come spesso nei film di Téchiné, troppe vicende che si avvolgono tra loro, troppi personaggi di contorno portati a trovare con difficoltà il posto giusto all’interno dell’azione, mentre le psicologie dei personaggi proposti più da vicino hanno a fatica una loro conseguenza, tra alti e bassi, contraddizioni, bruschi salti di registro nei modi di rappresentarli. Si passa infatti da quella che sembrava una cronaca di costume, al patetismo di una malattia che conduce a morte, da pagine di sesso, naturalmente omosessuale, a confronti di caratteri da cui si vorrebbero trarre conclusioni esistenziali. In un disordine narrativo che, pur con l’aria di voler suddividere la materia in tre parti distinte e naturalmente allusive (quella sulla malattia si intitola alla «guerra» che vorrebbe contrastarla), le svolge in modo quasi piatto, con accenti, nonostante le intenzioni, quasi soltanto esteriori. Gli interpreti rimediano solo in parte a questi scompensi, Emmanuelle Béart, con occhiali, si sforza di sembrare una intellettuale, Michel Blanc, come Adrien, indossa con sobrietà i panni del medico omosessuale. Mehdi è Sami Bouajla, intravisto in «Baciate chi vi pare» proprio di Michel Blanc.
Gian Luigi Rondi
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