Rusteghi (I)
di Carlo Goldoni
Piccolo Teatro
regia Luigi Squarzina
scene e costumi Gianfranco Padovani
musiche Fernano C. Mainardi
con Lina Volonghi, Lucilla Morlacchi, Esmeralda Ruspoli, Grazia Maria Spina, Eros Pagni, Camillo Milli, Alvise Battain, Omero Antonutti, Gianni Galavotti, Gianni Fenzi
La Notte, 15 maggio 1971
Salvo il vero, fu il compianto Eugenio Ferdinando Palmieri, conti alla mano, a far notare che, contrariamente a una certa tendenza interpretativa, I rusteghi (1760) non sono necessariamente quattro vecchi – quattro Tedari brontoloni stipati in una sola commedia, tanto per capirci – bensì quattro uomini ancora nel pieno vigore, fra i quaranta e i cinquant’anni, con mogli più giovani tra i trenta e i quaranta; fra gli uni e le altre, quindi, ancora in grado di rendere la possibilità della corna qualcosa di non soltanto ipotetico.
Osservazione sottile e sostanzialmente vera, alla quale Luigi Squarzina sembra aver improntato la sua regia della mirabile commedia, nell’edizione dello Stabile di Genova, ospite, da ieri sera, al Piccolo Teatro. Ma avevano, poi, tutti i torti coloro che li figuravano uomini anziani? Non completamente, direi, se si tiene conto del loro filone di origine, riassorbito ma, in profondità, ancora reperibile; che è quello di un personaggio anzi di un “tipo” della commedia classica greco-latina: il senex, il vecchio divenuto, sic et sempliciter, Pantalone nella commedia dell’Arte; vale a dire la maschera sulla quale la riforma goldoniana agì più a fondo, sino, umanizzandone e raffinandone il carattere, a strapparle maschera, gabbana, barba e pianelle e a farne un essere vivo e vario, esemplare inconfondibile di un preciso stato sociale pubblico e privato. E cosa sono, tirate le somme, Lunardo, Canciano, Simon e Maurizio se non un Pantalone spartito in quattro, o, se preferite, quattro Pantaloni metamorfizzatisi in autentici uomini, eguali e diversi nello stessotempo? È la grande invenzione della commedia, quella che la pone ai vertici di tutta la drammaturgia goldoniana. Quattro, e, di conseguenza, sia pure in maniera meno esplicita, anche se non altrettanto evidente come nel Campiello, nelle Massere, nella trilogia della Villeggiatura, nelle Baruffe chiozzotte e in tante altre, pure I rusteghi sono una commedia corale, modello di quella “orizzontalità” inventata e praticata da Goldoni, diversissimo in ciò, sia detto incidentalmente, da Molière, maestro della “verticalità”.
Ma chi sono, che cosa rappresentano veramente questi tiranni strambi, maniaci, bislacchi, nella prospettiva della Venezia settecentesca, palcoscenico della dolce vita dei nostri trisavoli? Una pacchia per la critica marxista. Vi diranno subito – è una conclusione, se vogliamo, tirata per i capelli, ma non contestabile – che essi mettono in luce la contraddizione di una borghesia incentrata, caso limite, nella faccia quadrifronte del borghese conservatore, il “rustego” che rifiuta una cultura e un costume ben definiti e vittoriosi intorno a lui. Condannato, nonostante l’apparenza, alla solitudine: insocievole, represso, dogmatico dell’immobilismo, reazionario come cittadino, terrorista come marito e padre, egli concepisce la propria casa come una fortezza assediata da tutte le parti, da difendere, se fosse possibile, a cannonate. Viceversa, dovrà, dovranno, arrendersi alla parlantina di una donna – ma per quanto? Domani saremo daccapo – a suo modo, rappresentante, ma sì, dell’altro volto della borghesia: quello illuminato, “illuministico” se non vi dispiace.
E qui, tornano fuori la loro età e il loro modo di concepire la vita pubblica e privata, contro quelli corrispondenti delle loro mogli e dei loro figli. Torna fuori anche la chiave della regia dello Squarzina. Non più urto di generazioni come tradizionalmente si era intesa la commedia, bensì guerra sotterranea dei sessi: desiderio, sospetti, salvaguardia all’ultimo sangue dello status quo. Tesi opinabile ma stimolante, un modo inconsueto ma coerente e, soprattutto, lodevolmente misurato di rileggere modernamente un classico, anche se, poi, a cose viste, qualche perplessità rimane in fatto di distribuzione delle parti; non sempre la bravura – fuori discussione – significa anche completa idoneità, sufficiente autorità e totale aderenza al personaggio. Nei di un’esecuzione ammirevolmente pulita, chiara, efficiente ed efficace. Dispositivo scenografico assai ingegnoso, di rara pertinenza; e costumi monocromi senza ombra di leziosaggini, l’uno e gli altri a firma di Gianfranco Padovani, musiche gradevoli e funzionali di Fernano C. Mainardi.
Quanto agli interpreti, se dovessi fare una graduatoria di merito, darei una lieve preferenza alle donne, così, mi si passi il bisticcio, virilmente femmine nella loro implacabile lotta per la libertà e il rispetto: Lina Volonghi, Lucilla Morlacchi, Esmeralda Ruspoli e Grazia Maria Spina, tutte di una precisione, un’incisività, un nitore, una vivacità, una volubilità e una diversità da antologia. Contro loro, il quartetto dei misogini, combattuti da un ambiguo, turbolento e contraddittorio sentimento di amore-odio verso le consorti, ha trovato modellazioni tipologiche differenziate e comicamente rilevate in Eros Pagni, Camillo Milli, Alvise Battain e Omero Antonutti. Ad essi, vanno aggiunti, ottimi, i due Gianni della compagnia: Galavotti e Fenzi. Il successo è stato degno della commedia: grande. |