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  I PersianiI Persiani

di Eschilo
con Margit Bendokat, Almut Zilcher, Samuel Finzi, Wolfram Koch
scene e costumi: Mark Lambert
regia: Dimiter Gotscheff 
Torino, Teatro Astra, 3 e 4 novembre 2007

   
 
La Repubblica, 5 novembre 2007
I Persiani di Eschilo
nostri contemporanei

I primi cinque minuti con due nevrotici colletti bianchi che si disputano il posizionamento di un monolito giallo, spingendolo in direzione contraria, farebbero pensare a un doppio del Monsieur Hulot di Tati o di Clark Kent. Macché. È solo un prologo inventato, il biglietto da visita d’un teatro tedesco moderno e iconoclasta, cui seguirà la più antica tragedia greca a noi pervenuta integralmente, I Persiani di Eschilo. La gag introduce a un evento storico e non mitico, a un remoto conflitto Oriente-Occidente in cui la minaccia fu intentata dalla Persia ai danni di Atene, con sonora sconfitta subita però a Salamina e in Beozia. Il greco Eschilo colloca l’azione a Susa, capitale persiana da cui è partito il vanitoso Serse, e fa una riflessione sui vinti. Su questa materia a tutt’oggi coinvolgente intervenne con traduzione/elaborazione Heiner Müller, e lo spettacolo che vediamo al Teatro Astra di Torino nel Festival dell’Unione dei Teatri d’Europa ha a sua volta l’impronta del Deutsches Theater di Berlino,  per mano di un suo regista, Dimiter Gotscheff, bulgaro, classe 1943. La scelta è quasi scarna come 2500 anni fa, basata su soli quattro attori, ma in panni odierni: una donna in carriera per la regina madre di Serse, un’anziana nei panni del Coro, e due uomini che assommeranno il Messaggero dando separatamente corpo a Serse e al fantasma del padre Dario. S’attendono notizie (pessime) dal fronte, e arrivano. I portavoce sono sciatti come rom, la regina è una dama nera affranta o posseduta, la corifea è una macchina di parole, e, anticipando uno sbaragliato e allucinato Serse in cravatta sul torso nudo, l’unico a proporre emozioni è l’ombra trasalita di un Dario impotente dall’aldilà. Chissà se quel parallelepipedo iniziale era il tumulo del re morto. I greci nostri contemporanei sì, ma il teatro come pura e anaffettiva struttura no…

Rodolfo Di Giammarco

     
 
© Sipario 2011