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Padroni della notte (I)
di James Gray
con Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg (Usa, 2007)
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Corriere della Sera, 21 marzo 2008
A marcia indietro nell'America anni '80
Uno sguardo dal ponte (di Brooklyn) a marcia indietro nella New York degli anni '80 dove un giovane ben avviato al violento malaffare notturno, cambia la morale per proteggere l'eroico padre e il fratello minacciato dalla mafia russa della droga. James Gray, di cui in Italia si è visto solo il magico debutto Little Odessa, è un autore che parla solo di e col cinema, osservando i volti e muovendo la macchina, agendo di montaggio e sceneggiatura ma anche richiamando in servizio la tragedia greca. Un film che fila via senza stop come un treno nella notte, ricco dei cromosomi di Aldrich e Fleischer. E l'analisi dei sentimenti in gloria finale di famiglia non sbanda nella retorica: il soggetto così banale e telefilmico diventa qualcosa che ci sembra di vedere per la prima volta. Anche perché è molto azzeccato il trio con papà Duvall e i suoi juniores, Joaquin Phoenix e Mark Wahlberg.
Voto: 8
Maurizio Porro
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Il Messaggero, 14 marzo 2008
Padre, russo e pure poliziotto
Altri crimini, altre famiglie. Se Lumet (vedi accanto) gioca sulla complicità tra consanguinei, James Gray, classe 1969, sfrutta il motivo più classico dei fratelli rivali in seno al suo ambiente favorito, la comunità russo-americana (era suo il notevole Little Odessa). Phoenix infatti gestisce il night di un vecchio gentile che lo tratta quasi come un figlio, sta con una vistosa portoricana (Eva Mendes), insomma si gode la New York dissoluta fine anni 80. Wahlberg invece fa il poliziotto. E quando Phoenix si sente chiedere dal fratello e dal padre sbirro (Robert Duvall) di dargli una mano a incastrare un pericoloso spacciatore, sappiamo già come andrà a finire. Anche se più che l'intreccio, non imprevedibile, conta il gioco di risonanze affettive che Gray costruisce dentro a questo microcosmo di russo-americani più o meno integrati, conniventi o criminali. Con risonanze quasi bibliche nell'intrecciarsi di legami di sangue e di fedeltà dietro alla guerra spietata combattuta da Phoenix contro i suoi ex-amici. E con straordinarie impennate di stile (il violentissimo blitz della polizia nel covo degli spacciatori, il lungo inseguimento in auto sotto la pioggia battente) che confermano il grande talento di Gray, ma anche la natura intimamente manierista di un cinema che sembra sempre curiosamente "in costume".
Fabio Ferzetti
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L'Unità, 14 marzo 2008
Little Odessa: NY è tutta loro
La New York tra ottanta e novanta, consegnata al cinema da Guerrieri della notte o Chinatown è tutta caos, adrenalina, violenza e miscuglio indicibile di punk disco no wave. Le bande se l'erano spartita, circolava molto denaro e molta droga. Il tasso di criminalità il 70% più elevato della media nazionale. La Polizia un incomodo nemmeno troppo considerato da chi la comandava armi in pugno. I padroni della notte, terza potente regia di James Gray, la rivisita nell'88. Bobby Green (Joaquin Phoenix) gestisce El Caribe a Brooklyn per conto di un ricco pellicciaio russo: dancefloor e alcool a fiumi, la droga che si diversifica: crack, polvere d'angelo, pasticche. Ha una fidanzata portoricana molto sexy e fedele, Amada (Eva Mendes), gli affari tirano, tollera il piccolo spaccio come condizione del divertimento in un night. Anche per lui lo sballo conta qualcosa.La New York tra ottanta e novanta, consegnata al cinema da Guerrieri della notte o Chinatown è tutta caos, adrenalina, violenza e miscuglio indicibile di punk disco no wave. Le bande se l'erano spartita, circolava molto denaro e molta droga. Il tasso di criminalità il 70% più elevato della media nazionale. La Polizia un incomodo nemmeno troppo considerato da chi la comandava armi in pugno. I padroni della notte, terza potente regia di James Gray, la rivisita nell'88. Bobby Green (Joaquin Phoenix) gestisce El Caribe a Brooklyn per conto di un ricco pellicciaio russo: dancefloor e alcool a fiumi, la droga che si diversifica: crack, polvere d'angelo, pasticche. Ha una fidanzata portoricana molto sexy e fedele, Amada (Eva Mendes), gli affari tirano, tollera il piccolo spaccio come condizione del divertimento in un night. Anche per lui lo sballo conta qualcosa.
Little Odessa (era il film d'esordio di Gray), roccaforte dei russi a New York assomiglia allora a Little Italy. Solo che quella mafia russa era in ascesa, quella italiana de Il Padrino in stallo. Mentre Gray è più glaciale di Scorsese. Del resto il suo credito dichiarato è il Visconti di : dice che dei suoi film ama la mancanza di ironia, lo sfondo drammatico al 100%. Costruito per grandi ellissi e parallele lunghe ricostruzioni (vedi l'adrenalinica scena iniziale: la Mendes su un divano a disposizione di Phoenix, sotto un locale che esplode di musica), I padroni della notte è un poliziesco di tinte nette e un'aria di ineluttabilità asfissiante. Funzionano i due fratelli (anche produttori, con Gray avevano già girato The Yards): Phoenix è espressionista, Wahlberg pittura a olio. Come Robert Duval. Eva Mendes sembra uscita dal periodo tahitiano di Gauguin.
Pasquale Colizzi
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Corriere della Sera, 14 marzo 2008
Poliziotti senza talento
Prometteva di più questo James Gray quando a Venezia nel ' 94, venticinquenne, vinse sotto l' egida di Gillo Pontecorvo un Leone d' argento con l' opera prima Little Odessa. Oriundo russo lui stesso, raccontava nel film una vicenda di trapiantati della seconda generazione, il dramma edipico del killer Tim Roth, che tornando nel nativo quartiere di Brighton Beach si scontrava duramente con il padre Maximilian Schell. Piacque l' ambientazione insolita in mezzo alla mafia moscovita, pian piano subentrante a quella italiana, e il coraggio delle situazioni estreme. Meno convinse a Cannes nel 2000 The Yards, altro intrigo di famiglia in un contesto di criminalità metropolitana. E adesso l' opera tre, passata senza luce di consensi e di premi sull' ultima Croisette, rientra nel calderone del cinema di genere. Di fronte al titolo italiano si resta perplessi: chi sono I padroni della notte del sottobosco newyorkese, gli spacciatori a mano armata o i poliziotti? Il dubbio si chiarisce risalendo all' originale, We Own the Night, che in quel lontano 1988 era il motto dei detectives mobilitati contro la criminalità. Ambientare un film vent' anni fa è più rischioso che riproporre Roma antica: e infatti i critici americani hanno lamentato nel film un buon numero di inesattezze. Ma anacronistica appare soprattutto l' impostazione della trama, che separa i buoni dai cattivi come quando Hollywood produceva da una parte La pattuglia dei senza paura (1935), sui G. Men, e dall' altra Le belve della città (1936) dedicato ai gangsters. In quei film non c' era l' ombra di un poliziotto corrotto, proprio come succede in I padroni della notte. Sappiamo bene, invece, che nella Grande Mela degli anni 80, dove la criminalità superava il 73 per cento della media nazionale, nel giro malefico del «crack» e altre droghe circolavano tanti di quei dollari da costituire una perenne tentazione anche per i custodi della legge. Molti dei quali furono beccati con le mani nel sacco soprattutto quando nel 1993 divenne sindaco Rudy Giuliani, che prese di petto il problema con brillanti risultati. Nulla di tutto ciò emerge da I padroni della notte dove Joaquim Phoenix gestisce un affollato locale notturno sforzandosi di ignorare che sotto i suoi occhi si è insediato il quartier generale degli spacciatori. Si dà il caso che l' impunito tenutario ha un fratello in divisa, Mark Wahlberg, e un genitore di ferro come Robert Duvall vice capo della polizia. E' subito chiaro che incalzato dalle trame del digrignante e insaziabile Vadim Nezhinski e dai rimbrotti familiari, il protagonista dovrà uscire dall' ignavia e schierarsi. A partire dal momento in cui Mark, dopo aver guidato una retata nel ballroom del fratello, sarà gravemente ferito da un sicario incappucciato che lo attendeva sotto casa. E nell' ingranaggio periglioso viene coinvolta anche la meschina Eva Mendes, amante di Joaquim leale finché possibile. Ho letto alcune simpatiche dichiarazioni di Wahlberg e Phoenix, interpreti abituali dei film di Gray, i quali in buona fede ritengono di aver preso parte a chissà quale evento artistico, mentre i personaggi che interpretano sono talmente convenzionali da vanificare il loro talento. Lo stesso si può dire per la bella Mendes, che contro ogni regola di buona drammaturgia sparisce dal film con un semplice biglietto di saluto all' amato bene. Quanto a Duvall, non si spreca e tira fuori per l' occasione un' espressività da indiano di legno. Detto ciò, bisogna riconoscere al regista una mano felice nell' evocare la tenebrosa atmosfera con autentico gusto pittorico. L' aggettivo non è scelto a caso perché l' eclettico James Gray ha l' abitudine di dipingere le scene prima di girarle; e magari se farà una mostra dei suoi acquerelli scopriremo che sono migliori del film.
Tullio Kezich
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La Repubblica, 14 marzo 2008
"I Padroni della notte"
la giungla della Grande Mela
Con I Padroni della notte James Gray chiude una trilogia che comprende anche "Little Odessa" e "The Yards" (mai uscito da noi). Tre variazioni sullo stesso tema: una tragedia familiare sullo sfondo del crimine metropolitano.
New York, 1988. Bobby è il direttore di un night di Brooklyn; proprietario un mafioso russo che lui considera un secondo padre. Non gli ha detto, però, che il suo vero genitore è il capo della polizia del Nypd, dove suo fratello Joe ha il grado di capitano. Per lui si prepara una sinistra esperienza, che lo costringerà a scegliere tra affiliazione e legami di sangue, fedeltà e tradimento.
Gray colora di "noir" un dramma di caratteri alla ricerca d'identità. La struttura tragica non vieta l'approfondimento psicologico, fino a ribaltare i ruoli: così Bobby si scopre eroe; mentre Joe capisce di essere diventato poliziotto per assecondare le aspettative paterne e di aver sempre invidiato il congiunto ribelle. Venature mistiche e simbologie religiose apparentano I padroni della notte a certi film di Scorsese o di Abel Ferrara. Circola un'atmosfera depressiva che si traduce in scelte scenografiche: il minaccioso locale notturno, gli squallidi distretti di polizia, i motel anonimi e tetri.
Roberto Nepoti
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Il Giornale, 14 marzo 2008
Droga e pallottole tra russi di New York
La tesi dei Padroni della notte (titolo originale We Own the Night) di James Gray è analoga a quella di Infernal Affairs di Andrew Lau: poliziotti e delinquenti sono intecambiabili. Invece che fra cinesi - o fra irlandesi, come in The Departed di Martin Scorsese - qui siamo fra russi di New York: padre (Robert Duvall) e un fratello (Mark Wahlberg) sono agenti di polizia d'alto grado; l'altro fratello (Joaquin Phoenix) gestisce un locale dove si spaccia serenamente droga. L'uccisione del fratello poliziotto cambia il semi-criminale in criminale, versione giustiziere: della notte, quella che dovrebbe appartenere alla polizia newyorkese, stando al motto sui distintivi.
Chi ha visto altri film di Gray, come Little Odessa e The Yards, ne conosce il ritmo non proprio frenetico. La meditazione sul delitto, che attraversa le famiglie, è continuata dai Padroni della notte con toni da dramma shakespeariano: insomma, ognuno ha un destino, quasi nessuno ce l'ha passabile.
A dare attimi di sollievo dovrebbe pensare Eva Mendes, come fidanzata di Phoenix: entra in scena masturbandosi ad alta intensità, almeno per un film americano, seppur da festival (di Cannes, mentre The Yards era passato per quello di Berlino). A parte la resa estetica, il gesto della Mendes e il suo stesso personaggio sono però orpelli. Una volta scelta la via del cupo, meglio sarebbe concentrarsi su rabbia e morte, morte e rabbia soltanto, come capitava al sicario di Tim Roth di Little Odessa. E un quarto d'ora in meno avrebbe alleggerito l'onere dello spettatore.
Maurizio Cabona
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