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Invincibile
di
Werner Herzog
con Juko Ahola, Tim Roth, Anna Gourari (Inghilterra / Germania, 200)
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Il Messaggero, 28 luglio 2008
La vera leggenda del fabbro ebreo Zishe
Due destini e una storia,
una storia vera anche se sembra una leggenda, e così esemplare
da assumere la valenza di una parabola. Un fabbro ebreo dalla
forza erculea lascia i genitori devoti e i molti fratelli nel
loro piccolo shtetl in Polonia e arriva nella Berlino del 1932,
ancora democratica ma per poco, dove presto diventa una star.
Parrucca bionda, elmo da Nibelungo, il fabbro ebreo viene ribattezzato
Sigfrido e con le sue prove di forza conquista il pubblico
di nazisti della "Casa dell'Occulto". Finché un
giorno getta la maschera, rivela la sua identità e dice
di essere il nuovo Sansone, provocando file di ebrei al botteghino
e violenti tafferugli con i nazisti in sala.
Ma la parabola del fabbro Zishe si compie intrecciando il suo
percorso a quello dell'uomo che lo ha lanciato: l'impresario
e occultista Hanussen (cui già Istvan Szabo dedicò un
film con Brandauer, La notte dei maghi), un arrivista deciso
a «dar voce ai sogni collettivi del pubblico»,
ovvero a imporsi come il profeta del nazismo; un impostore
che, portato in tribunale da Zishe, si scoprirà essere
a sua volta ebreo, difenderà le sue scelte di apolide
dalle molte identità, finirà trucidato dai suoi
ex-sostenitori. Mentre il fabbro torna allo shtetl per mettere
in guardia il suo popolo dal pericolo nazista, ma scopre che
nessuno lo ascolta e va incontro a un destino beffardo appena
due giorni prima che Hitler vada al potere.
Strano film, questo Invincible, che nel 2001 segnò il
ritorno di Werner Herzog al cinema di finzione dopo una lunga
parentesi costellata di corti, documentari e imprese stravaganti.
Presentato a Venezia, girato in inglese, come vuole ahinoi
il mercato internazionale (ma il doppiaggio cancella almeno
questo problema), non ha i grandiosi colpi d'ala delle opere
maggiori del regista di Aguirre, ma per il resto ignora spavaldamente
tutte le convenzioni.
Niente scene madri, malgrado la materia; spettacolo sapientemente
contenuto al minimo, per scelta estetica e necessità produttiva;
grande cura nel ricostruire - idealizzandola forse anche un
poco - la cultura e il senso comunitario dei piccoli shtetl
centroeuropei; enfasi sulla dimensione religiosa, più che
politica, della vicenda, anche se è sempre attuale la
passione del potere per esoterismo e sette segrete; un ruolo
importante per la pianista Anna Gourari, mai apparsa prima
sullo schermo, che esegue anche il terzo concerto di Beethoven.
E massima attenzione al protagonista (il finlandese Jouko Ahola,
campione di sollevamento pesi, corpo massiccio e volto da putto
alla Baricco), mentre l'unico nome di richiamo, Tim Roth nel
ruolo di Hanussen, resta quasi defilato in questo film appassionante
e discontinuo, accurato e prolisso, un po' folle ma a tratti
anche stranamente opaco e come sottotraccia. Si capisce che
in seguito Herzog sia tornato al documentario, firmando capolavori
come Grizzly Man. Vedremo cosa combinerà se davvero
riuscirà a rifare Il cattivo tenente di Abel Ferrara.
Fabio Ferzetti
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Il Tempo, 24 luglio
2008
Werner Herzog, fra i Settanta e i Novanta, venne salutato
come il poeta più affascinante di quello che allora
si definiva il Giovane Cinema Tedesco. In seguito, separandosi
dalle sue storie e dai suoi personaggi tesi fino allo spasimo,
mantenne quella sua felicissima vena anche a contatto con la
natura, in cifre di documento. Come, agli inizi di questo secolo,
in "Grizzli Man".
Adesso arriva invece nelle nostre sale il film scritto e realizzato
nel 2001 di nuovo sulla base di una storia vera, con drammi
al centro di veri personaggi e il risultato non può dirsi
compiuto. Il protagonista è un ebreo polacco, Zishe
Breitbart, dotato di una forza così eccezionale che
un impresario di Berlino gli fa avere una parte di rilievo
in uno spettacolo gestito da un occultista. Ma siamo nel 1932,
il nazismo non è ancora arrivato al potere però il
suo aberrante mito dell'antisemitismo comincia ad imporsi.
A Zishe, così, non solo fanno cambiare nome, ma, con
una parrucca bionda, ne fanno, con la sua forza erculea, un
acclamato campione della razza cosiddetta ariana. Fino a una
sua ribellione che, dopo l'arresto dell'occultista risultato
non solo ebreo anche lui ma un ignobile truffatore, lo vedrà tornare
nel suo villaggio in Polonia dove morirà di malattia
proprio alla vigilia dell'avvento in Germania di Hitler.
Herzog, forse anche per seguire i dati autentici da cui si
era fatto ispirare, ha privilegiato una esposizione così semplice
da risultare semplicistica, dando sì spazio ai tormenti
dell'ebreo che all'inizio deve nascondere la propria identità e,
di fronte a lui, alle ciurmerie dell'occultista, ma trovando
di rado le tensioni di un dramma che, al contrario, si snoda
con ritmi spesso addirittura stanchi, con personaggi certo
tormentati da contraddizioni e da passioni, ma con accensioni
scarse, prive quasi sempre di impennate. La ricostruzione della
Berlino anni Trenta è comunque plausibile ad alcune
figure di contorno, come una pianista cecoslovacca e il fratellino
minore del protagonista, vi hanno spesso il giusto rilievo.
Sempre però senza quei voli cui Herzog ci aveva abituato.
Nei panni di Zishe, un esordiente filandese, Jouko Ahola, due
volte vincitore del titolo di "Uomo più forte del
mondo".
L'occultista è Tim Roth, molto abile, la pianista è un'altra
esordiente, la russa Anna Gourari. Suona bene il secondo movimento
del terzo concerto per pianoforte di Beethoven, ma accede nella
mimica.
Gian Luigi Rondi
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La Stampa, 18 luglio
2008
Herzog racconta il forzuto di Weimar
È una storia vera, la vicenda del '32 in Germania dell'uomo
più forte del mondo, che era un ragazzo ebreo polacco
di straordinaria energia fisica. È un film toccante,
con momenti molto belli, e misterioso: realizzato sette anni
fa, in Italia quasi non s'era mai visto, da allora ad oggi
il regista ha girato altri cinque film anch'essi mai distribuiti
da noi. L'unica spiegazione possibile è che i distributori
italiani si siano convinti che Werner Herzog, pur essendo uno
dei più ammirati registi europei, non fa cassetta.
Il film rivela col suo sfondo il drammatico percorso della
Repubblica di Weimar. A Berlino il ragazzo forzuto diventa
un'attrazione del «Palazzo dell'occulto di Hanussen»,
dove si esibisce travestito da eroe germanico con il nome di
Sigfrid tra ballerine incantevoli e l'illusionista Tim Roth,
fanatico dell'occulto, aspirante al potere politico attraverso
la fede ultraterrena divisa con Hitler: il suo sogno è diventare «ministro
dell'Occulto» del Führer. Imparruccato di biondo,
l'uomo più forte si lascia all'inizio lusingare dai
gruppi nazisti che frequentano il locale; poi torna alle proprie
origini nella comunità ebraica e nel Paese polacco,
dove nessuno ancora crede che i nazisti possano rappresentare
un pericolo.
Lietta Tornabuoni
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