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Invasion
Di Oliver Hirschbiegel
con Nicole Kidman, Daniel Craig, Jackson Bond
Usa, 2007
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L'Unità, 11 ottobre 2007
Non è l'influenza d'autunno
Troppi virus ci sono passati sotto il naso per non aver sviluppato una
specie di partecipazione emotiva quando di pandemia si parla sullo schermo.
Città messe in quarantena, morti a catena e persone che ti vogliono
infettare con la forza. 28 settimane dopo è appena uscito nei
cinema che già lo incalza un altro thriller niente male, The Invasion
, l'ennesima trasposizione de "L'invasione degli ultracorpi" (The
Body Snatchers), un classico della fantascienza di Jack Finney. Stavolta
non c'è il "pericolo rosso" di sottofondo né i
traumi della guerra nel Vietnam. Ad attualizzare, qualche riferimento
peregrino alla situazione in Iraq ed a improbabili sviluppi geopolitici.
La preoccupazione è una pandemia all'inizio scambiata per la solita
influenza d' autunno. Invece gli infetti sviluppano il virus dormendo
e poi, come una loggia massonica globale, tentano di contagiare i sani.
Perdono la capacità di provare sentimenti e sono automi che si
riconoscono dallo sguardo spento. I cani lo capiscono subito. Carol Bennel
(Nicole Kidman) è una psicologa che vive con il figlio e quando
si accorge della faccenda lo ha già consegnato all'ex marito infetto.
Con Washington ormai assediata, Carol decide di riprendersi il bambino
e fuggire con l'amico Ben (Daniel Craig) in una base medica protetta
dove i premi Nobel di mezzo mondo stanno tentando di trovare una soluzione.
Naturalmente non sarà facile. Girato con una certa padronanza
da John Ottman, il regista tedesco già candidato all'Oscar per
La Caduta, The Invasion lavora come una dinamo, moltiplicando la tensione
che passa attraverso gli sguardi sempre più vuoti degli infetti.
E si gioca bene i suoi 90 minuti e qualche colpo di scena senza inutili
lungaggini. Nicole Kidman – che ormai viaggia su un livello di
bellezza e intensità in tutti i progetti che incrocia - è una
madre che passa su tutto (anche l'amore) per salvare il proprio figlio.
Curiosa la frequenza con cui nelle storie al cinema un figlio si ribelli
ad un genitore cattivo per salvarsi la pelle. Sembra quasi che i pericoli
di una volta venissero dall'esterno mentre adesso si annidano tra le
pareti di casa propria. Tanto che Carol non sa più di chi potersi
fidare. Sarà il segno dei tempi.
Pasquale Colizzi
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La Repubblica, 12 ottobre 2007
Kidman è la dottoressa Bennell che fa il verso alla mitica "Invasione
degli ultracorpi", ma con risultati deludenti
"Invasione", Nicole in guerra
contro le spore e non solo
"Invasione", Nicole in guerra contro le
spore e non solo
Col bel viso impassibile e l'elegante compostezza della figura (giureresti
che non suda nemmeno...), qualche volta ti viene il dubbio che Nicole
Kidman sia una creatura bionica. Invece è proprio l'opposto: almeno
in Invasion, dove rimane l'ultimo essere capace di sentimenti tra una
folla che un morbo misterioso ha privato di ogni umanità. Il soggetto è lo
stesso dell'"Invasione degli ultracorpi" di Don Siegel, film
seminale del 1956 che aveva già dato luogo a due remake (di Philip
Kaufman e Abel Ferrara) e a molte imitazioni. Rispetto al prototipo,
la nuova versione cambia il sesso del personaggio principale, che però di
professione resta medico, e l'ambientazione: da una piccola città della
California a Washington e Baltimora. Il soggetto, invece, è sostanzialmente
invariato.
C'è una micidiale spora che riprogramma il Dna delle persone
trasformandole, durante il sonno, in automi in carne e d'ossa. La dottoressa
Carol Bennell ha un bambino, Oliver, immune al contagio; lei invece,
mentre la pandemia dilaga, deve evitare due cose: essere riconosciuta
(vietato anche sudare) e abbandonarsi al sonno. L'insopportabile ex-marito,
infatti, l'ha contagiata tramite vomito (sic!); così che dormire
significherebbe risvegliarsi resettata in bella senz'anima. La aiuta
il collega Ben (Daniel Craig, che ha messo il pilota automatico alla
recitazione), suo devoto corteggiatore. Riuscirà, la madre coraggio,
a portare in salvo il bimbo e se stessa tra zombi, auto in fiamme e pericoli
assortiti?
Non è la solita domanda retorica: senza anticipare troppo, basti
dire che il finale ribalta quello del classico di Siegel, così inquietante
che molti lo ricordano ancora. L'originale "Invasione degli ultracorpi",
del resto, fu un film epocale interpretato con ottiche opposte: da una
parte vi si lesse una metafora del comunismo all'epoca della guerra fredda;
dall'altra, del maccartismo che avvelenava Hollywood in quegli anni.
Tutt'al più, Invasion è la metafora di se stesso, ennesimo
clone di un filone in cui spersonalizzazione e globalizzazione sono diventate
uno stereotipo, che è il "nucleo cognitivo del pregiudizio".
Insomma, sì: viviamo con ogni probabilità in tempi di comportamenti
omogeneizzati, ma non può essere un film omogeneizzato come questo
a servirci da monito. Ciò detto, e malgrado le manipolazioni imposte
dal produttore Joel Silver, insoddisfatto della regia del tedesco Hirschbiegel
(quello del film sulla "Caduta" di Hitler), le sequenze d'azione
mostrano una certa efficienza e la storia conserva una sua - pur addomesticata
- suggestione.
Poco opportune, invece, le allusioni all'attualità e agli scenari
di guerra in particolare. In che senso? L'azione del film s'immagina
in un futuro molto prossimo. A un certo punto, la televisione annuncia
(ma l'eroina ha altro cui pensare) che l'ultimo soldato americano si è ritirato
dall'Iraq. Salvo poi informarci alla fine, tramite la lettura di un giornale,
che a Bagdad le stragi continuano, più sanguinose che mai. Non
sarà da prendere sul serio come vaticinio politico, d'accordo;
però dà alquanto sui nervi.
Roberto Nepoti
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Il Messaggero, 13 ottobre 2007
Quando il remake gira su se stesso
Uno Shuttle che esplode, una scia
di detriti lunga 200 miglia ("da
Dallas a Washington"), una misteriosa epidemia propagata dalle spore
venute dal cosmo. Chi è contagiato dormendo si copre di una specie
di bozzolo e al risveglio non è più lui. Esternamente è uguale,
ma sguardo, gesti (e assenza di sentimenti) sono quelli di un alieno...
Quarto remake dell'Invasione degli ultracorpi, classico antimaccartista
di Don Siegel, 1956, The Invasion è il primo diretto da un europeo,
il regista tedesco della Caduta (gli altri, assai superiori, erano firmati
Phil Kaufman, 1978, e Abel Ferrara, 1993. Ma anche Essi vivono di Carpenter,
1988, viene di lì). Questo poi è un remake "rifatto" perché a
fine riprese i produttori hanno voluto nuove scene scritte dai Wachowski
(Matrix) e girate da McTeigue (V per Vendetta). Pletorico e confuso,
il film gira su se stesso moltiplicando scene ad effetto e sottotrame
nel tentativo di farsi metafora dei nostri incubi odierni. Ma a forza
di citare l'Iraq, il Darfur, New Orleans, e di mostrarci incredibili
news in tv (Bush abbraccia Chavez, le truppe si ritirano da Bagdad, le
case farmaceutiche regalano medicinali...), quasi ci convince che sotto
gli alieni non si starebbe poi male... Più "normalità" (il
vecchio ambasciatore contagiato che torna dalla moglie), meno spettacolo,
e poteva essere un bel film.
(F. Fer.)
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Il Giornale, 12 ottobre 2007
Con la Kidman un incubo a lieto fine
Dagli Invasati di Jack Finney continuano
a essere tratti film interessanti, violando la norma non scritta che
dice: «Da
buon libro, brutto film»; e viceversa. Quello di Finney è invece
un classico della letteratura. Probabilmente Invasion , il film trattone
da Oliver Hirschgiebel (quello de La caduta, il film su Hitler) in origine
era forse il migliore, dopo quello di Don Siegel, L'invasione degli ultracorpi.
Poi la produzione ha allontanato Hirschgiebel e assunto i fratelli
Wachowsky di Matrix , salvo essere ancora scontenta e tenere il film
nel cassetto per un anno.
Sconcerta che, come nell'Invasione degli ultracorpi, si sia imposto
ad Invasion il lieto fine, al quale si erano sottratti gli altri due
film sul tema, quelli di Philip Kaufman, Terrore dallo spazio profondo
, e Abel Ferrara, Ultracorpi - L'invasione continua. Un lieto fine
assurdo, dopo che telegiornali che costellano il film hanno data per
acquisita - ecco la vera trovata! la pace sulla Terra, con immagini
di Bush che abbraccia iracheni, iraniani, venezuelani, islamisti! Se
perfino la Casa Bianca è stata contaminata e privata di emozioni e ambizioni,
chi avrebbe potuto ordinare la riscossa contro gli invasori? E poi c'è il
finale che, con inseguimenti e scontri d'auto, stona rispetta all'inizio
da incubo soffuso: se si vuole ridurre ogni film di fantascienza un Transformers,
perché prendere un soggetto non idoneo?
Lodi invece al costumista, che ha vestito a dovere Nicole Kidman, in
cachemire grigio e impermeabile inglese, cioè da signora per bene;
bellezza e mestiere fanno il resto. Meno notevoli gli altri attori, Daniel
Craig (l'amante) e Jeremy Northam (l'ex marito), àtoni perfino
prima del contagio.
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La Stampa, 12 ottobre 2007
Kidman perfida e infettata
Nel film di Oliver Hirschbiegel la bella Nicole
e Daniel Craig lottano per non essere risucchiati dalle spore spaziali
disumanizzanti. Esempio mal riuscito di guerra agli alieni
Gli infettati hanno facce chiuse, ottuse, immobili, che non esprimono
alcuna emozione. Non sorridono, non ridono, non piangono, mai sembrano
arrabbiati o nostalgici. Si allineano nelle code o negli ingorghi urbani
senza impazienze, guardando imperturbabili davanti a sè. Sono
cortesi, e possono diventare spietati: anche Nicole Kidman, anche Daniel
Craig in Invasion di Oliver Hirschbiegel.
Il film non è riuscito, ma The Body Snatchers, romanzo americano
1954 di Jack Finney da cui deriva, è irresistibile: la sottrazione
di corpi umani da parte di alieni ha sedotto più di un regista.
Il primo, Don Siegel, nel 1956, immagina invasori dallo spazio atterrare
in una piccola città sotto forma di grossi baccelli e occupare
i corpi degli abitanti, alterandoli. Philip Kaufman nel 1978 in Terrore
dallo spazio profondo analizza un piano di invasione da parte di extraterrestri.
Abel Ferrara nel 1993 in Ultracorpi-L'invasione continua, suppone entità misteriose
che si impossessano dei corpi umani: un bambino che tende il dito accusatore è l'immagine
forte che ne resta. Tutti i film nascondono metafore del loro tempo:
nel primo l'ambiguità era così perfetta da far ritenere
il film nello stesso tempo una metafora antisovietica e una antimacchartista;
in questo Invasion la metafora allude al «pensiero unico»,
alla disumanizzazione nelle società di massa, ai tentativi statali
di cancellare aggressività, ribellione, indipendenza, opinioni
personali.
Nicole Kidman è una vedova psicoanalista con un figlio di una
decina d'anni e con il medico Daniel Craig che la ama. I loro sforzi
per sottrarsi alla alterazione indotta da spore provenienti dallo spazio
sono epici: corrono a perdifiato (la Kidman corre molto bene), non dormono,
fuggono, reagiscono, si nascondono, uccidono, respingono le promesse
di «un mondo migliore» formulate dagli infettati. E perdono.
Lietta Tornabuoni
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