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Into the wild
di Sean Penn (Usa, 2007), con Emile Hirsch, Hal Holbrook
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Corriere della Sera, 25 gennaio 2008
Sean Penn, grande viaggio nella Natura alla scoperta di ciò che abbiamo dentro
Erano quasi dieci anni che Sean Penn inseguiva questo film, da quando aveva letto il libro che Jon Krakauer ha scritto nel 1996 sull'avventura di Christopher McCandless (in Italia lo ha pubblicato Il Corbaccio col titolo «Nelle terre estreme»). Non è un periodo lunghissimo per Hollywood, ma è pur sempre un tempo ragguardevole. E allora viene da chiedersi perché mai un regista «saltuario» come l'attore Sean Penn (quattro film e un episodio diretti in sedici anni) sia rimasto affascinato dalla storia di un ventiduenne che molla tutto per girare l'America a piedi.
La risposta si può trovare nella possibilità che offre quella storia di superare di slancio i limiti dell'aneddoto per aprirsi su una riflessione capace di abbracciare i miti fondanti della cultura (e della storia) americana: la frontiera, la wilderness, il confronto con l'altro, il distacco dalla famiglia, il rifiuto del consumismo, la scommessa dell'autosufficienza, il nomadismo, il mistero di Dio... E in un cinema che troppo spesso sembra tagliar fuori il confronto con la Natura o ridurlo a una pura immagine di sfondo, la vita breve di Chris McCandless dev'essere sembrata un'occasione troppo ghiotta a un autore che nei suoi film ha sempre cercato di interrogarsi sui temi che hanno costruito l'identità americana.
Perché McCandless, che nel film ha il volto indimenticabile di Emile Hirsch, scandalosamente dimenticato nelle nomination per l'Oscar, nel 1990 non decide solo di rompere con una famiglia borghese e con un mondo che non condivide. Quando, dopo l'università, taglia i ponti anche con l'uso dei soldi (regala i suoi risparmi a un'ente caritatevole), della sicurezza sociale (distrugge la tessera che ogni americano possiede) e perfino della propria identità (si «ribattezza» Alex Supertramp, il supercamminatore) e si tiene stretti solo pochi libro — Tolstoj, Thoreau, London — Chris più o meno inconsciamente decide di mettere alla prova le due grandi linee di forza che hanno attraversato duecento anni di cultura statunitense: il mito della Natura come vera (e autosufficiente) fonte di vita e quello del darwinismo e della sua struggle for life.
Una conferma di questa interpretazione viene dalla struttura del film che Sean Penn, autore anche della sceneggiatura, non ha costruito seguendo lo sviluppo cronologico della «fuga » di McCandless ma spezzettando (e mescolando) la linearità narrativa per mettere in evidenza alcuni momenti fondanti. Così noi scopriamo subito che Chris riuscirà ad arrivare in Alaska, la tappa finale di un viaggio dove spera di potersi finalmente confrontare con la Natura allo stato puro. Ma abbiamo anche il tempo per approfondire alcuni momenti e alcuni incontri più o meno importanti del viaggio, a cui il film affida il compito di vere e proprie «divagazioni filosofiche» sui singoli aspetti della mitologia e della cultura americane.
Ecco allora l'esperienza della distanza attraverso gli spostamenti e i viaggi — in autostop, in treno, soprattutto a piedi — dove misurarsi con la Natura come estensione, come terreno di gioco. Oppure le pause di lavoro (Chris deve pensare a mantenersi, a pagarsi l'equipaggiamento per l'Alaska), dove il film ci mostra un'altra America, agricola ma soprattutto cameratesca, scanzonata, lontanissimo dal perbenismo borghese della famiglia McCandless. O l'incontro con Jan e Rainey (Catherine Keener e Brian Dierker), hippies un po' fuori tempo massimo che offrono al protagonista il calore di un affetto totalmente gratuito, senza autoritarismi o «ricatti sentimentali». O ancora la componente più selvaggia e inquietante della Natura, come le rapide del Gran Canyon, i fiumi in piena dell'Alaska, la mancanza di cibo. O la «parentesi» con un vecchio (Hal Holbrook) che gli fa vedere l'armonia divina che esiste nella Natura e nelle cose...
Penn intreccia questi elementi, e questi episodi, seguendo l'urgenza di un discorso ma non la linearità di un racconto. Modifica continuamente lo stile della sua regia per cercare di adeguarsi alla varietà dei temi affrontati, ora sottolineando la bellezza selvaggia della Natura, altre volte spezzando l'inquadratura per far dialogare tra di loro immagini diverse, altre volte ancora puntando tutto sui primi piani e la forza espressiva degli attori. E in questo modo finisce per far dimenticare che la storia di Chris McCandless ha avuto un epilogo che la cronaca ha già incasellato e che colpisce lo spettatore come un colpo basso, toccando nella parte finale di un film di 148 minuti (ma per niente lungo) punte di autentica drammaticità. Che Penn sembra accettare in silenzio, quasi con rassegnazione, dopo aver mostrato le tante facce di un viaggio dentro la Natura che è un viaggio dentro se stessi. Confronto impossibile.
Paolo Mereghetti
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Panorama, n.5 2008
Selvaggio Sean Penn, scontroso e perfetto
Se l'intento era quello «di far battere i cuori dei giovani più velocemente», Sean Penn, al suo quarto film da regista Into the wild, può dire di esserci riuscito anche con quelli, ben più aridi, dei critici. Tratto dal libro di John Krakauer (tradotto in Italia Nelle terre selvagge), il film sembra celebrare il mito americano nella sua essenza, dalla frontiera all'epica on the road, al culto della wilderness, ma in realtà racconta la necessità dell'antagonismo. La storia è vera: il giovanissimo Chris McCandless (Emile Hirsch lo interpreta con ispirata arroganza) offre i risparmi in beneficenza, brucia carte di credito e documenti di identità, abbandona famiglia e macchina. Il suo viaggio verso l'Alaska sarà senza rete, estrema iniziazione.
Dice cose semplici Penn, ma le dice con rabbia, declinando questo addio alla civiltà in magnifiche riprese sulla natura che travolge, primi piani del protagonista solitario, episodi più distesi e narrativi dove Chris incontra quel che resta del mondo, vecchi hippy e vecchi saggi.
Il film è un monito: il pianeta intorno si consuma e noi non sappiamo contrastarne la deriva. Nonostante questo, non v'è un grammo di politically correct nel film di Penn, nessun mito del buon selvaggio; alla fine la natura, se sfidata all'impazzata, ti divora: da soli, a questo mondo, non si va da nessuna parte. E che a dirlo sia l'anarchico e scontroso Penn davvero colpisce. Al cuore.
Piera De Tassis
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Il Tempo, 28 gennaio 2008
Into the wild: quando l'amore per la natura diventa una sfida alla società
Chris McCandless era un giovane di ventidue anni che, dopo essersi laureato a pieni voti aveva lasciato Atlanta dov'era nato e da solo, avendo donato tutto il suo denaro a una associazione contro la povertà, aveva intrapreso un lungo viaggio prima su un'auto sgangherata, poi a piedi o con l'autobus, per arrivare fino in Alaska dove pensava di immergersi nel pieno della natura più selvaggia (into the wild, appunto). Due anni dopo, però, l'avrebbero trovato morto su un furgoncino che gli era servito anche da rifugio.
Questa singolare vicenda era stata oggetto tempo fa di un libro di uno scrittore americano, Ion Krakauer, non a caso intitolato «Nelle terre estreme» (qui da noi lo si può leggere nelle edizioni Corbaccio). Non solo vi si riepilogava quel viaggio, dai campi di grano del Sud Dakota, lungo il fiume Colorado, fino a una comunità alternativa a Slab City, ma si cercava di approfondire le ragioni, psicologiche e polemiche, di quel giovane che, a una vita comoda e generosa di promesse, ne aveva preferita un'altra così piena di stenti che aveva finito per ucciderlo. E se, per un verso, si indicavano in forti contrasti in famiglia, per un altro davano spazio al desiderio di libertà assoluta e di avventura.
Queste stesse indicazioni si ritrovano oggi nel film che ci ha proposto Sean Penn dopo una seria carriera come attore (si ricordi l'Oscar per «Mystic River») e una altrettanto seria come regista («La promessa», con Jack Nicholson). Da una parte, con largo respiro e intenti quasi documentaristici, ci ha rappresentato quel viaggio disseminato di incontri con persone tutte di segno positivo, utili al protagonista quanto lui, presto, lo diventerà per loro, da un'altra, sulla scorta della voce narrante della sua unica sorella, ne ha analizzato il disaccordo in famiglia, la decisa rivolta e, grazie anche ad alcuni flash-back, varie pagine dell'infanzia e dell'adolescenza.
Il risultato è uno spettacolo complesso, con un personaggio al centro che cerca e si cerca, che cammina ma non fugge, che, per mirare alla perfezione, fa il vuoto attorno a sé, anche quando, oltre che sulla famiglia ormai lasciata alle spalle, potrebbe contare su nuovi, concreti rapporti che in più momenti gli vengono proposti.
La cifra solita dei film americani «on the road», ma resa più intensa da continui approfondimenti psicologici forse solo un po' appesantiti, qua e là, da citazioni letterarie e filosofiche.
Nei panni del vero McCandless, il giovane Emile Hirsch già visto in «Alpha Dog» di Nick Cassavetes. Selvatico, ma anche umano come serviva.
Gianl Luigi Rondi
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L'Unità, 25 gennaio 2008
Walk On the Wild Side il cinema selvaggio
«La carriera è una invenzione del ventesimo secolo». Christopher J. McCandless, giovanissimo, fuggì da genitori distratti e da uno stile di vita che non gli corrispondeva. Nel '90, appena laureato, ritirò i 20mila dollari del suo conto e li donò all'Oxfam. In due anni, senza «telefoni, piscina, gatti e sigarette» - elencava il crooner Roger Miller in "King of the road" - dalla calura di Lake Meal al Grand Canyon, attraversando i campi di grano del South Dakota dove ha lavorato come contadino, affrontando rapide con il kayak o saltando sui treni merci in transito, si spinse sempre più lontano dai luoghi della civilizzazione. Ad un piano intermedio del viaggio un anziano testardo che voleva adottarlo (Hal Holbrook, nominato all'Oscar come miglior attore non protagonista) e Slab City, una comunità di nomadi e vecchi hippies dove fece tappa conoscendo Leonard Knight, un artista settantenne (che appare in un cammeo), creatore di "Salvation Mountain", una sorta di monumento celebrativo di Gesù e dell'amore. Il punto d'arrivo voleva essere l'Alaska, che sarà anche l'ultima tappa, Into the wild.
Trovato come rifugio un "magic bus" abbandonato a Fairbank, dopo 113 giorni dettagliatamente descritti in un taccuino (e alcune foto rimaste nel rullino), nel settembre del '92 la natura gli tira uno di quei suoi scherzi selvaggi. Pentito delle sue scelte? Chi lo potrebbe sapere. Però tra le sue note si legge: "La felicità è reale solo se condivisa". Adesso quello è diventato un luogo di pellegrinaggio, un posto che i turisti (che non sono viaggiatori) raggiungono con viaggi organizzati. Una storia di desideri e fughe, di liberazione, solitudine e ingenuità, raccontata nel '98 in un istant classic, "Nelle terre estreme", dallo scrittore montanaro John Krakauer. Poi il lungo avvicinamento di Sean Penn con i genitori di Chris e con l'amata sorella, molto diffidenti e infine conquistati da una fiducia reciproca.
In 147 minuti densi di visioni e suggestioni, dallo spirito di Jack London (uno degli autori preferiti dal ragazzo, insieme a Dostojevski e Thoreau) all'epopea steinbeckiana con l'America dei grandi spazi e la mistica del vagabondo, Sean Penn tenta di delineare il carattere difficile di Chris, che naturalmente aveva le sue profonde sfumature, le contraddizioni, gli egoismi di chi decide di fare una scelta estrema e solitaria. Attore che conosciamo, regista di grande personalità al quarto film, giornalista ormai non occasionale, Penn ha una sua idea di cinema a volte anche anacronistico, fuori dalle mode. Vedi quelle continue zoomate, lo schermo a settori come le pellicole anni settanta. Però il risultato è di estrema limpidezza, in questo caso esaltato dall'imponenza dei paesaggi, spesso girati nelle "golden hours", quelle ore a ridosso di alba e tramonto che rendono speciale la luce, catturata da un sapiente Eric Gautier. Tanto da evocare il collega e amico Terrene Malick, regista schivo e a suo modo leggendario, che ha assistito alla proiezione del film il giorno in cui è stato ospite dell'ultima Festa di Roma.
Nella parte, sensibile, molto autentico, aiutato dalle condizioni estreme delle riprese, Emile Hirsch ha dato carne e sentimento ad un personaggio sempre a rischio di "santificazioni" postume. L'attore 22enne, che si è rivelato giusto due anni fa come skater in Lords of Dogtown di Catherine Hardwicke e spacciatore spocchioso nel recente Alpha Dog, ha saputo misurare gli strumenti. Per le musiche Penn si è affidato alle chitarre di Michael Brook e Kaki King ma soprattutto ad Eddie Vedder dei Pearl Jam, un vecchio amico, che lo ha ricambiato scrivendo pezzi bellissimi. In uno strofa si sente la sua voce caldissima che dice: "La nostra società è una razza impazzita".
E sembra questo il nodo irrisolto, volutamente lasciato cadere: quanto siamo disabituati al contatto diretto con la natura, quanto siamo intimoriti dalla lontananza della civiltà. Curioso il giudizio su Chris espresso da alcuni abitanti dell'Alaska e riportato su Wikipedia (la pagina a lui dedicata). Videro quel ragazzo così impreparato e disinformato nel suo tentativo da giudicarlo una sorta di suicida. Non lontano dal luogo in cui era accampato c'erano dei punti d'aiuto ma lui non lo sapeva e non aveva nemmeno una cartina. Sembra di ricordare Grizzly Man di Werner Herzog, un doc su Timothy Treadwell, famoso in America come studioso di orsi bruni e perché viveva lunghi periodi in Alaska a stretto contatto con loro. Tanto si spinse oltre al confine, into the wild, che quell'ultimo volta fu ritrovato sbranato con la sua ragazza.
Pasquale Colizzi
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Il Manifesto, 25 gennaio 2008
Sul Magic bus in Alaska sognando un altro mondo
Quando era a Roma, alla Festa del cinema, Sean Penn parlando di Into the Wild aveva detto: «Mi piacerebbe che spingesse i più giovani a uscire dalla 'pigrizia' del mondo occidentale. Il che non vuol dire mettere in pericolo la propria vita ma far battere più velocemente i loro cuori». Into the Wild infatti racconta la storia vera di Christopher McCandless, ragazzo di buona famiglia che scompare all'improvviso nello sterminato paesaggio americano. Brucia i soldi che ha in tasca, taglia le carte di credito e dona tutti i suoi averi all'Oxfam, un'associazione non governativa contro la povertà. Lo ritroveranno due anni dopo dei cacciatori sul suo «Magic bus» nei boschi dell'Alaska, morto da due settimane. Intanto era diventato Alexander Supertramp, supervagabondo, il nome con cui attraversa stati e avventure correndo ostinato alla sua meta. L'Alaska, la wilderness che è sogno impossibile di purezza incontaminata e solitudine contro la società delle cose. Ma da cosa fugge questo ragazzo solitario? Dall'ipocrisia dei genitori (William Hurt e Marcia Gary Harden)? Dal «potenziale» giovane-di successo che avrebbe potuto essere?
All'origine c'è il best seller di Jon Krakauer, romanzo di quelli definiti «di formazione», che per questo si leggono a scuola e tra i giovani. Il senso del viaggio di Chris/Alexander vorrebbe essere questo. Sean Penn, solo regista, lo immerge nella mitologia dell'immaginario americano, la strada, la frontiera perenne sfidata dai pionieri e dai «vagabondi» che correvano nei vagoni merci parlando di anarchia, uguaglianza, lotta di classe... Gli wobblies di Frank Little e gli eroi della ballate di Dylan. La macchina da presa respira nell'orizzonte, l'occhio è stregato da una bellezza che è qualcosa in più dell' inebriante magnificenza dei luoghi: è una geografia personale di letture, film, musica, Jack London, Thoreau, Tolstoj, i libri che accompagnano McCandless e le muse di Penn. É l' on the road della beat generation, chi come la vecchia coppia hippie che vive su un camper colorato pure se Penn è già distante nella generazione da Kerouac. Ma lo è anche da uno come Chris. Forse è per questo che Into the Wild sembra più pacificato, alla durezza dei rapporti umani e sociali che l'attore/regista aveva descritto in passato si sostituisce uno stato di contemplazione quasi totale, il paesaggio come il vero spirito d'America. Rispetto a film come Tre giorni per la verità, Indian Runner, The Pledge - La promessa, Into the Wild è più immenso che drammatico (la fotografia è del francese Eric Gauthier, collaboratore di Carax, Assayas e Walter Salles), perché è il paesaggio l'oggetto d'amore. L'individualismo del supevagabondo è un segno del contemporaneo ma mal si accorda a Penn artista non allineato, che prende posizione contro Bush e la guerra mentre la wilderness di Chris fa sì che non si accorga nemmeno, gettando una veloce occhiata alla tv, che il suo paese è in guerra, ha invaso e bombardato l'Iraq. É davvero lotta contro la società questa? O l'innocenza della natura selvaggia è solo un ennesimo mito ormai da studio televisivo pure se Chris non è il personaggio herzoghiano di Grizzly Man? In fuga dalla società il ragazzo non ha mai tempo. Non sa accorgersi delle persone, non si ferma a fumare uno spinello e nemmeno a fare l'amore con quella ragazzina sottile che suona la chitarra ... Non sa rinunciare a sé stesso come invece il vecchio che vorrebbe adottarlo (un commovente Hal Hoollbrook). Solo alla fine si accorge che la felicità ha senso se la si divide con qualcun altro. Come anche i sogni, le utopie, la ribellione al mondo.
Cristina Piccino
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La Repubblica, 25 gennaio 2008
"Into the wild", il mito americano
nell'incontro tra uomo e natura selvaggia
Ci sono storie dove i personaggi restano uguali a se stessi dall'inizio alla fine; altre, nel corso delle quali evolvono e, insieme, evolve l'opinione che ci facciamo di loro. Ricade nel secondo caso Into the wild, il "film di formazione" diretto da Sean Penn che ci sorprese e ci emozionò alla Festa del Cinema di Roma. A partire da una vicenda autentica, trascritta nelle pagine del libro "Nelle terre estreme" di Jon Krakauer, Penn si confronta direttamente col mito originario americano: l'incontro tra l'uomo e la natura selvaggia.
Crea, a sua volta, un mito contemporaneo nel protagonista, giovane uomo dalla personalità al confine tra eroismo e fragilità, nevrosi e ricerca della purezza; un "picaro" dell'anima nipote elettivo dei cavalieri erranti della Beat Generation. Fa di più: osa realizzare un film sul valore della solitudine in un tempo che avverte la solitudine come il massimo pericolo, tanto da esorcizzarla di continuo con i telefonini, o con la "rete".
All'inizio degli anni 90, il neolaureato Christopher McCandless dà quel che ha in beneficenza e parte per un lungo viaggio, autentica performance dell'anima per la quale assume un nome d'arte: Alexander Supertramp, il Supervagabondo. Oltreché dalle pulsioni di libertà e anarchismo, è spinto a partire dal rifiuto della famiglia d'origine: cellula di giudizio e controllo sociale, di odio latente, di perfetta infelicità; tanto più spaventosa perché accettata come norma e condizione naturale.
Tra Nuovo Messico, Arizona, Sud Dakota, su su fino alle nevose solitudini dell'Alaska, l'itinerario marca una serie d'incontri con l'altro, occasioni di conoscenza e comprensione anche reciproca. Alex s'accompagna a una coppia di hippies, la cui vita non è tutta rose e fiori; lavora in un'azienda agricola, diventando amico di un tale ricercato dalla polizia; flirta con una giovanissima cantante folk; incontra un vecchio eremita, che vuole adottarlo. Già di per sé, intraprendere una tale pista equivale a confrontarsi con la mitologia fondativa della cultura americana, dai pionieri che affrontarono per primi le terre incognite a Thoreau, da London a Kerouac.
Tappa dopo tappa, però, il viaggiatore s'immerge sempre più nella solitudine, fino a sfidare le stesse possibilità di sopravvivenza: la wilderness è libertà e verità, ma rappresenta anche il rischio e la minaccia ultima. In una scena ai limiti del sublime Alex, ormai stremato dalle privazioni, si trova di fronte un gigantesco orso bruno: forse affamato quanto lui, eppure non minaccioso. Qui Penn dà forma definitiva al mito dell'incontro tra due creature libere nel Paradiso Perduto, nostalgia lacerante di un'intera cultura tuttora in lutto per la perdita dell'innocenza e che, promotrice della "civiltà", ad essa annette un irredimibile senso di peccato.
Sereno e dolente, stoico e consapevole insieme, refrattario al "nostalgismo" come al manierismo, lo sguardo della macchina da presa annette di diritto Penn - accanto a Clint Eastwood, Paul Haggis e pochi altri - alla pattuglia transgenerazionale di cineasti capaci di raccogliere la grande eredità del cinema classico americano. Appropriate le canzoni di Eddie Vedder dei Pearl Jam.
Roberto Nepoti
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Il Mattino, 26 gennaio 2008
Professione vagabondo
Il ruvido fascino e l'aspro anticonformismo che caratterizzano la personalità di Sean Penn si travasano perfettamente in «Into the Wild», tratto da un bestseller-verità del giornalista e alpinista Jon Krakauer («Nelle terre estreme», edizioni Corbaccio). Il suo quarto film da regista ripercorre, infatti, con intensa adesione l'odissea spirituale e materiale di Chris McCandless, un ragazzo normalissimo e benestante di Washington che, dopo aver preso il diploma al college, regala tutti i suoi risparmi, azzera i contatti con la sbalordita famiglia, abbandona l'auto nei pressi del deserto e intraprende un prolungato e pauperistico viaggio da stato a stato rigenerandosi con pacata quanto indomita determinazione nell'identità di «Alexander Supertramp», Alex il supervagabondo. La storia, che potrebbe sembrare soltanto il ritorno di un giovane degli anni Novanta alle utopie degli alternativi Sessanta (ancorché in assenza di droghe o di alcol), in realtà rielabora un affresco solennemente e spontaneamente naif rispetto alle teorie della «fuga dalla civiltà» e del «ritorno alla natura», particolarmente suggestivo nello stupendo repertorio paesaggistico e magistralmente accompagnato dalla musica e le canzoni di Eddie Vedder, il cantante e paroliere dei Pearl Jam. Vogliamo dire che, per fortuna, non pesano più di tanto le motivazioni strettamente psicoanalitiche (William Hurt e Marcia Gay Harden interpretano i borghesissimi genitori, in qualche modo colpevoli della scelta radicale del figlio) e il connesso e un po' scontato messaggio anti-consumistico: il lirismo, lo slancio e la credibilità di «Into the Wild» crescono senza bisogno di alcun puntello man mano che entrano in campo i pittoreschi personaggi - una coppia di attempati hippies, un'acerba cantautrice, un contadino ricercato dalla polizia, un anziano vedovo deciso ad adottarlo - che in qualche modo condividono con Alex il fervore visionario suggeritogli dai libri-culto di Thoreau e Tolstoj, Byron e Jack London. In effetti, la regia non cerca l'abituale continuità romanzesca, ma scompone grazie al montaggio l'inaudita esperienza in capitoli autosufficienti, ciascuno girato nello stile intonato alla situazione, che scandiscono le contraddizioni di un'ascesa alla conoscenza allo stesso tempo vitale e mortifera (perché la natura non è quel giardino incantato vagheggiato dalla retorica ecologista). Dal New Mexico all'Oregon, dal Sud Dakota all'Arizona e sino alla drammatica sfida finale con la «wilderness» dell'Alaska, si consuma così una scelta tanto folle da sembrare saggia, tanto viscerale da risultare ascetica, tanto struggente da trasformare le minute fattezze del promettente Emile Hirsch («Due gemelle e una tata» e «Sabrina, vita da strega» in tv, «Lords of Dogtown» e «Alpha Dog» al cinema) in un'icona imponente. La forza del film -snobbato dalle nomination all'Oscar, mai risibili come quest'anno - sta in fondo nella piena identificazione dello scorbutico Penn, deciso a fare letteralmente traboccare dallo schermo la crudele bellezza della purtroppo interrotta parabola del vero Chris.
Valerio Caprara
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Il Giornale, 25 gennaio 2008
Penn firma una magica fuga in Alaska
Into the Wild di Sean Penn è - con Lussuria di Ang Lee - fra i rari film da vedere di questi tempi. Eppure, oltre che lungo, racconta un lunghissimo suicidio: quello del giovane benestante americano Christopher McCandless compiuto nell'estate 1992, culmine di anni di stenti scelti pur di vivere nella natura, anziché fra i suoi simili. Misantropia che Penn non deve enfatizzare: la lascia condividere da chi - è anche il suo caso - dall'infanzia prova qualcosa di simile; ma è solo dall'adolescenza che vediamo McCandless col suo disagio della civiltà. Il problema di Penn era, caso mai, rendere un refrattario al civile consorzio simpatico per chi al civile consorzio s'è adeguato. Jon Krakauer aveva già raccontato la vicenda di McCandless nel libro Nelle terre estreme (Corbaccio), al quale s'ispira Into the Wild. Penn l'ha prodotto, scritto e diretto con una perfetta scelta d'interpreti.
Emile Hirsch è il giovane che, senza essere un teppista o un marine, non ama la vita comoda: si è votato all'avventura sognata sulle pagine di Thoreau e London, e ciò lo porterà a vagare fino in Messico e in Alaska; William Hurt e Marcia Gay Harden sono i genitori, persone di successo, eppure dal figlio contestati, sebbene paiano - affettivamente oltre che economicamente - migliori della media; Jena Malone è la sorella minore, che può solo stare a guardare il dramma che matura; Vince Vaughn, Catherine Keener, Brian Derker, l'incantevole Kristen Stewart incarnano personaggi incontrati lungo la strada, giovani illusi di cambiare il mondo, ora ex giovani cambiati dal mondo. E poi c'è Hal Holbrook, che ha solo dieci minuti, uno spettacolo nello spettacolo.
Maurizio Cabona
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