|
|
| |
| |
| ricerca per titolo |
| A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9 |
| |
|
| * Per leggere
la trama clicca sulla Locandina |
In questo mondo libero...
di Ken Loach
con Kierston Wareign, Julie Ellis, Leslaw Zurek, Joe Siffleet, Colin Coughlin, Maggie Hussey, Gran Bretagna, Italia, Germania, Spagna, Polonia, 2007
|
| |
La Stampa, 28 settembre 2007
Ken Loach, l'odissea dei lavoratori stranieri
In questo mondo libero...: il titolo sarcastico potrebbe completarsi
con: «i lavoratori vivono così». Il nuovo film di
Ken Loach è dedicato a uno dei problemi essenziali del mondo contemporaneo:
l'insicurezza e precarietà del lavoro, la sua «modernizzazione» a
favore esclusivo dell'imprenditoria, le modalità lodate come massimo
aggiornamento che hanno fatto perdere ai lavoratori autonomia e dignità,
le sopraffazioni a danno degli invisibili lavoratori stranieri immigrati.
A Londra, due giovani donne mettono su un'Agenzia per il Lavoro Temporaneo
frequentata da polacchi, ucraini o cileni, con succursali a Varsavia
e a Kiev, che tratta specialmente occupazioni operaie manuali o domestiche.
Da principio le due s'impegnano ad agire legalmente; poi, per soldi o
per costrizione imprenditoriale, approfittano dei lavoratori, coprono
i padroni che non pagano la fatica, accettano situazioni illegali. Hanno
scelto quell'attività perché licenziate, avevano le migliori
intenzioni: eppure diventano a loro volta sfruttatrici.
Ken Loach ha almeno due grandi meriti: amico del popolo, ha quasi sempre
dedicato i suoi bei film ai problemi dei lavoratori; e quasi sempre è riuscito
a salvaguardare una grande maestrìa cinematografica, un'emotività profonda.
In questo mondo libero... non è diverso: importante, ricco d'energia
e di forza.
Lietta Tornabuoni
|
| |
L'Unità, 29 settembre 2007
Vendesi lavoratori al peggior offerente
Vista dall’alto la filmografia di Ken Loach sembra un grande patchwork
da cui ricavare una mappa delle trasformazioni economiche e sociali della
nostra fetta di Occidente lanciato a sprone sciolto sulla strada della “modernizzazione”.
La privatizzazione delle ferrovie inglesi (Paul, Mick e gli altri), la
seconda generazione di immigrati pakistani in Gran Bretagna (Un bacio
appassionato), lo sfruttamento intensivo dei latinos “a buon mercato” nelle
ditte di pulizie Usa (Bread and Roses) e andando un po’ indietro
negli anni gli operai messi alle strette dalla cura di ferro di Margaret
Thatcher (Piovono pietre). Mancavano gli operai “acquistati” con
offerte al ribasso nei paesi dell’Est Europa dalle agenzie di collocamento
che hanno fatto dell’espressione “mercato del lavoro” il
loro verbo. In questo mondo libero…, presentato in concorso a
Venezia e scritto da Paul Laverty (che ha vinto l’Osella per la
sceneggiatura) racconta come la forza lavoro, al pari delle merci, si
sposti in quantità da una parte all’altra del pianeta diventando
statistica, numeri e nient’altro. L’’’occasionalità dell’impiego”,
come ha riassunto bene il regista, è un altro dogma di quella
modernizzazione di cui più o meno tutte le forze politiche si
fanno portavoce. Con dei vantaggi, è vero, per i soliti pochi
e a costo di grandi sacrifici per gli altri. Ma la lezione di economia
politica è qui servita attraverso il corpo e il volto di Angie
(Kierston Wareing), una donna volitiva, accattivante, grintosa, che dopo
mille lavori finiti male decide di aprire con l’amica Rose (Juliet
Ellis) un’agenzia di collocamento per lavoratori stranieri a Londra.
Ragazza madre con qualche delusione alle spalle, trentenne che nasconde
una paura folle per il futuro, spera di potersi riprendere il figlio
cresciuto dai nonni, sistemandosi e facendo tanti soldi. Tanto è determinata
che rinuncia alle distrazioni, a una storia d’amore con un ragazzo
polacco (Leslaw Zurek). Il suo metodo lo ha ricavato sul campo: professionalmente
ha avuto a che fare con squali che ogni mese volano nelle capitali dell’Est
a fare incetta di disperati. Dimostra di non essere da meno. Piazza la “merce
lavoro” senza troppe cerimonie, un giorno una settimana o un mese
non fa differenza, si va avanti una giornata dopo l’altra con le
file di persone che alzano la mano, cercano di farsi scegliere. E lei
a contrattare con i padroni che magari si lamentano: “Vedi quello
in fondo, quello che fa finta di lavorare, non lo voglio più”.
Avanti un altro. Ken Loach e Paul Laverty hanno disegnato lo stato dell’arte:
a che punto siamo, che strada stiamo imboccando. In questo mondo libero… 150
anni di lotte sindacali sembrano una roba vecchia, un ostacolo alla “competitività”,
alla “modernizzazione”. La legalità è un valore
condivisibile se chi è nelle condizioni - da Angie in su fino
ai Cda delle multinazionali – fa il primo passo e rispetta le regole.
Ma come si riesce a imporla a chi, partendo da un’esistenza disastrata,
deve subire questo tipo di “sfruttamento legalizzato”? L’idea
di un cinema combattente del regista britannico, “che incide sulla
vita” come diceva Cesare Zavattini, è affascinante. Ma il
messaggio del film è amaro, non accende speranze. Perché il
meccanismo sotterraneo che regola queste vicende – e si parla di
vite umane, di affetti strappati, di morti reali ma invisibili – sembra
ormai mastodontico e inattaccabile. I “combattenti” come
Loach, che ancora s’impuntano a parlare di diritti umani (nel senso
più ampio), sono sempre di meno, più isolati, tacciati
di essere anacronistici e bastian contrari. E quello di salutare sempre
con il pugno chiuso il vezzo di un vecchio cineasta che prima o poi cederà il
campo “al nuovo che avanza”.
Pasquale Colizzi
|
| |
Corriere della Sera, 28 settembre 2007
Il regista punta il dito contro il profitto, l' unico ideale rimasto dopo il crollo dei valori
Lavoro nero: senza moralismi la denuncia di Ken Loach
Angie è una bionda londinese sulla trentina, stanca e stufa di lavorare sotto padrone. In polemica con i genitori piccoloborghesi, ai quali ha scaricato la cura del figlioletto, si è fatta una grossa esperienza rastrellando manovalanza nei paesi dell' Est. In questo mondo libero... di Ken Loach inizia infatti con un reclutamento a Katowice, in Polonia, dove i prescelti devono versare un bel po' di contanti per pagarsi una sistemazione in Gran Bretagna che si rivelerà deludente; e il finale ci porterà invece a Kiev, in Ucraina, nuova terra di conquista del neocapitalismo rampante. Tutt' altro che contraria a occasionali compagnie maschili, Angie reagisce sdegnata quando uno dei suoi capi la molesta sessualmente e perde il posto. Donde la decisione di mettersi in proprio e fondare un' agenzia di collocamento, «Angie & Rose recruitment», coinvolgendo la migliore amica. Da principio le cose vanno bene, le ditte abboccano all' offerta di precari senza pretese e gli immigrati sono paghi di sopravvivere. Ma ben presto Angie scopre che si può guadagnare di più avventurandosi nella gestione di manodopera al nero, un terreno dove impera l' illegalità e non c' è protezione per nessuno. Tanto meno per lei, che dopo aver disgustato perfino Rose con il suo cinismo incappa nella vendetta degli sfruttati che non risparmia nemmeno suo figlio. Sicché la meschina sperimenta sulla propria pelle qualcosa di simile ai film superviolenti che vede alla tv. Il personaggio è una rara occasione offerta a un' attrice pressoché esordiente, Kierston Wareing, che con le sue affannose corse in motocicletta da un quartiere all' altro della metropoli diventa il simbolo della religione del profitto, l' unico ideale sopravvissuto al generale crollo dei valori. Stranamente, però, questa walkiria indemoniata per eccesso di autodifesa risulta addirittura simpatica, se ne capiscono le ragioni senza peraltro attenuare il giudizio sulle sue piratesche imprese. In generale durissima, pur contraddicendosi con lampi di generosità, Angie resta nel bene e nel male un essere umano. Come sempre attenti alle motivazioni sociali, alla denuncia e a tutto l' abituale bagaglio del cinema di sinistra, Ken Loach e lo sceneggiatore Paul Laverty (premiato con un' Osella a Venezia, dove il film avrebbe meritato di più) si sono preoccupati di conferire verità a una storia inventata. Vale la pena di ricordare che la loro poetica affonda salde radici in mezzo secolo di teatro cosiddetto del «kitchen' s sink» (l' acquaio di cucina), tanti sono gli anni trascorsi da Ricordo con rabbia di Osborne al quale seguirono decine di copioni imperniati sulla vita e i problemi della povera gente. Da noi non abbiamo avuto niente di simile e questa è una delle ragioni per cui in Italia non può nascere una coppia del genere Loach-Laverty: documentatissimi sull' argomento che affrontano, indignati di fronte all' ingiustizia e allo sfruttamento, ma attenti a non scivolare nella facile denuncia moralistica o nel pamphlet di propaganda. Un' altra caratteristica degli autori di In questo mondo libero... (si noti l' ironia britannica del titolo) è quella di sfuggire al grigiore del film-cronaca, spingendosi anzi in piena autonomia oltre i confini del melò. Ben consapevoli che un film è prima di tutto un racconto in forma di spettacolo e deve quindi soddisfare l' attesa del pubblico anche in proposte di accertata serietà. Qui è il montaggio che imprime al racconto un ritmo impeccabile tenendo sempre desta l' attenzione. Secondo il tecnico Jonathan Morris, Loach gira molto materiale in modo da offrire in moviola varie possibilità di scelta ed è nella progressiva riduzione della prima lunghissima versione del film che si perviene a un taglio secco e impeccabile come quello che caratterizza i 96 minuti di It' s A Free World...
Tullio Kezich
|
| |
Il Tempo, 30 settembre 2007
Dal maestro Loach una lezione sulla libertà
Ken Loach, ad ogni suo film, ha aggiunto un dettaglio al complesso ritratto sociale (e politico) che è venuto tracciando, con severi accenti polemici, sia nel suo Paese, l'Inghilterra, sia su e giù per il mondo, là dove l'ingiustizia, l'oppressione, il sopruso dilagavano. Si pensi, anche solo cominciando a seguirlo dai Novanta, a quel «Riff-Raff - Meglio perderli che trovarli», sulle condizioni difficili di un gruppo di lavoratori in un cantiere edile. Via via seguito da «Piovono pietre», i disagi all'interno di una famiglia, da «Ladybird Ladybird», sulla cecità di certi servizi sociali inglesi, dal tremendo «Terra e libertà», su una pagina nera della guerra civile spagnola. Fino ad arrivare, in tempi più recenti, a «La canzone di Carla», in Nicaragua, a «My Name is Joe», sulla malavita e il gioco del calcio, a «Bread and Roses», sugli emigrati negli Stati Uniti, a «Paul, Mick e gli altri», sulle disastrose conseguenze, per un gruppo di operai, della privatizzazione delle ferrovie in Gran Bretagna. Un cinema non solo dalla parte degli oppressi, ma tenendoli sempre in primo piano, affrontando le loro vicissitudini esclusivamente dal loro punto di vista. Oggi, con «In questo mondo libero...», titolo polemico volutamente accentuato dai tre puntini di sospensione, ecco che Loach continua sì a difendere gli oppressi, ma lo fa analizzando con asprezza gli atteggiamenti e la mentalità di un oppressore che alla fine ha la meglio: in un mondo che, appunto, di «libero» ha ben poco. Un oppressore che è una donna, agli inizi licenziata da un'agenzia di collocamento inglese dove si reclutavano lavoratori provenienti dall'Europa dell'Est. Prima la crisi, poi la rivalsa. Non è fragile, è decisa, sicura, quel mestiere ormai l'ha imparato fin troppo bene, così si mette a praticarlo in proprio cominciando a speculare a Londra, con gelido cinismo, sulla tratta degli immigrati, meglio se clandestini perché pagati poco e tenuti più a freno. Una donna analizzata anche in certi suoi ripensamenti, ripresa da un padre onesto e, a un certo momento, da una socia cui ripugnano i suoi modi spietati, ma pronta a tirar dritto per la propria strada, incurante del male che fa. Un ritratto dal vivo che, come sempre in Loach, diventa appunto anche il ritratto della società senza remore che l'attornia. Con ritmi affannosi e tecniche decise. Un'opera maggiore.
Gian Luigi Rondi
|
|