No Giapponesi (I)
Corriere Lombardo, 7 agosto 1954
Negli ultimi anni della sua vita Eleonora Duse esigeva che, fra il suo camerino e la scena, fosse disposto un corridoio di paraventi per potersi celare agli occhi indiscreti prima di diventare personaggio della ribalta. Questo particolare m’è venuto in mente stanotte, dopo la rappresentazione della compagnia dei giapponesi, quando sono salito sul palcoscenico del teatro Verde, edificato fra i pini e l’Adriatico nella silenziosa isola di San Giorgio: a duecento metri da piazza San Marco, eppure remota e segreta come un’oasi emergente da una favola notturna. Fra il camerino collettivo, perché deve essere collettivo, e la scena era stata stesa una guida di juta che era già diventata l’ossessione dei macchinisti e degli operai aggirantisi intimiditi dietro alla scena. Rigorosamente preclusa alle peste profane, essa infatti doveva servire unicamente alle piante dei piedi calzati di candide babbucce degli attori, dal momento in cui, sontuosamente e fulgidamente abbigliati come remoti idoli lampeggianti, uscivano dal camerino per entrare in scena. E nemmeno a tutti. Soltanto ai protagonisti. I musicanti e il coro, che pur prendono parte diretta allo spettacolo accoccolati nel fondo e ai lati, non possono usarla e devono percorrerla ai lati.
Un simbolo anche questo come i tanti altri che per noi occidentali costituiscono la selva inestricabile di una forma di spettacolo dove secolari sedimentazioni della tradizione letteraria e interpretativa, fittamente intersecate, compongono un linguaggio rigoroso come un problema di trigonometria, geroglifico e matematico nello stesso tempo, e che ha per conseguenza la cristallizzazione fantastica di una realtà da iniziati. Pare che la benché minima variazione di un tono di un accento di una posizione di un movimento di un atteggiamento di un colore o di una piega del kimono, oltre che sgominare tutta l’arcana e occulta sintassi della rappresentazione, suonerebbe addirittura come mancanza di rispetto religioso.
Il rituale dei templi, le tradizioni delle danze sacre e di quelle popolari, il minuzioso e complicatissimo cerimoniale cortigiano, le massoniche pratiche iniziatiche della casta guerriera, le bizantine allusioni di una raffinatissima tradizione galante e di una aristocratica mondanità, l’austero culto dei trapassati con la sua mesta coorte di larve, l’apparizione degli spettri dei morti e dei fantasmi dei loro sentimenti, i totem e i tabù di un’antica e barbara sacralità, addomesticati e ingentiliti nella formale fissità dell’atteggiamento propiziatorio, il tutto intriso di filosofica religiosità e alta spiritualità buddistica di importazione cinese, si sono dati la mano nel fissare le rigidissime linee del Nô che non è dramma vero e proprio, non è rito, non è danza, non è pantomima ed è tutto questo insieme.
Forse sarebbe più esatto definire questi brevi componimenti a pochi personaggi, originariamente opera di sacerdoti che ne furono autori e interpreti durante un paio di secoli, fra il 1300 e il 1500 circa, come la più eletta espressione sublimata e trasfugata della spiritualità dei samurai col suo fanatico concetto di onore di fedeltà di eroismo e di dedizione. Una tale identificazione con le più sublimi virtù e gli ideali più gelosi di un popolo spiega come il Nô sia rimasto nella considerazione dei giapponesi la più completa ed austera forma di spettacolo, e qualsiasi genere teatrale sorto in seguito venga ritenuto inferiore e volgare nel rapporto, press’a poco, che può sussistere fra un’antica casta aristocratica e una recente borghesia democratica.
A proposito di samurai, se volete farvi un’idea del concetto che della loro arte hanno questi attori, sentite questa. Durante il cocktail offerto dall’ambasciatore del Giappone prima della recita, Minoru Kita, oltre che attore principale e direttore della compagnia, anche scrittore e giornalista, e autentico samurai con tutte le carte in regola, deplorava che oggi siamo in un’epoca di decadenza. “Prima di me altri settantaquattro samurai della mia famiglia fra antenati e loro collaterali”, egli raccontava, “si sono dedicati alla missione di rappresentare gli antichi Nô. E sino a un secolo fa, quando si doveva recitare davanti al Mikado una scena in cui il protagonista si faceva il karakiri, essi non ci stavano su a pensare due volte e se lo facevano sul serio”. Evidentemente – non ho potuto fare a meno di obiettare – in Giappone si faceva spreco di attori. Ieri sera, per fortuna, nessuno dei tre Nô rappresentati esigeva il suicidio del personaggio. E così alla fine ci siamo ritrovati ancora tutti vivi, il che, tutto considerato, ha la sua piccola importanza.
Saghi ovverosia L’airone, di autore ignoto, appartiene alla categoria dei Nô dei voti augurali. Ha per argomento una favola alata. Mentre il Mikado passeggia nel suo giardino, scorge un bianco airone sulla riva di uno stagno e comanda di catturarlo. L’uccello fa per scappare come tutti gli uccelli, ma quando sente che si tratta di un ordine dell’imperatore si lascia catturare docilmente. Benigno e generoso come sono gli imperatori, purtroppo soltanto nelle favole, il Mikado lo ricompensa: prende un pennellino e scrive sull’ala del volatile: “Tu sarai il re degli uccelli”. Tutto contento, l’airone si slancia in una danza simbolo della purezza incontaminata come il suo bianco piumaggio.
Aoio-ne cioè a dire La principessa Malvarosa è tratto dall’antichissimo e famoso romanzo Il principe Ghenji e mette in scena la lotta fra due donne amate dal principe, la sua legittima sposa, e diciamo così, una irregolare. La prima, suggerita da un semplice kimono steso a terra senza nulla dentro, giace ammalata per avere offeso la rivale. Quest’ultima viene prima come sé stessa, poi come fantasma demoniaco della gelosia e dello spirito di vendetta che la divorano. Essa compie malefici sul corpo della principessa e cerca di farla morire. Per buona sorte un bonzo chiamato al capezzale della meschina ingaggia un deciso combattimento contro lo spirito maligno e la principessa migliora ed entra in convalescenza.
Shakkyo o Ponte di pietra di anonimo, presentato nella sua seconda parte soltanto, si limita ad uno stupendo pezzo di bravura dell’interprete il quale raffigura un gaio e affettuoso leone il quale ruzza e folleggia fra le peonie in fiore. Il suo insolito contegno cessa di apparire strano e preoccupante appena si rifletta che, nella religione buddista, il leone è considerato un animale benigno sacro agli dei.
Si tratta di espressioni liriche, sempre precedenti o susseguenti il momento drammatico, che celebrano fatti leggendari e fantastici sorretti da arcane geometrie morali, dove il primigenio impeto mistico si è fatto saggezza contemplativa e filosofico distacco, dove l’originaria esuberanza espressiva s’è decantata in una ieratica concentrazione superreale, affidata al canto e alla musica dei coreuti che circondano gli attori veri e propri. E come un effetto al rallentatore in un acrobatismo perentorio, un gesto epilettico, un semplice batter del piede ché altrimenti non deve mai sollevarsi dal pavimento, un colpo di ventaglio, un’improvvisa e repentina espressione motoria subito ritenuta ma esaltata da gutturali e stentoree espressioni, diciamo per intenderci dodecafoniche, raccordano lunghi silenzi pieni di attese sconosciute e rigide mobilità rituistiche cariche di sovrane mestizie e di arcane lontananze. L’effetto è di qualche cosa di remoto immutabile irraggiungibile e rassegnato, fissato ed accentuato dalla rigidità splendida dei costumi e delle maschere, oltre che meravigliose, necessarie per fingere i personaggi femminili, essendo le donne escluse da questa forma di teatro. Una specie di barbarie controllata estremamente raffinata e percorsa da delicatissime tenerezze. Una lezione formale di stile. E un successo formale di cultura. |