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Inland Empire
di David Lynch
con Laura Dern, Jeremy Irons, Harry Dean Stanton, Justin Theroux
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La Stampa, 9 febbraio 2007
Onirico Lynch non cercate di capirlo
Nel film più misterioso e decostruito, David Lynch torna alle
proprie origini (Eraserhead) d'un cinema-cinema: senza una storia avviata
verso la conclusione, senza psicologia dei personaggi, senza sociologia
né politica né sentimenti, senza logica. Il titolo Inland
Empire è il nome d'una zona residenziale ai margini di Los Angeles
e può anche indicare il vasto mondo interiore: come nel caos della
mente umana, dove si intrecciano e affastellano immagini, pensieri, ansia,
ricordi, desideri, il film accosta frammenti isolati e può essere
seguito (non capito) soltanto abbandonandosi al flusso d'una narrazione
da sogno o da subconscio.
Opere tanto innovative non sono mancate nella storia recente della cultura
occidentale, basti pensare a Picasso e Joyce. Si vedono Laura Dern in
pericolo, una infida vicina di casa, alcuni uomini con la testa e le
lunghe orecchie da coniglio, un film nel film diretto dal regista Jeremy
Irons, ballerinette petulanti, corridoi, nebbie malefiche, vento. Per
la prima volta il regista lavora in digitale, affascinato dalla rapidità del
mezzo, divertito nello sperimentarla, per nulla turbato dalla imperfezione
dell'immagine. Il film, lungo quasi tre ore, è meno creativo e
più pesante nella seconda parte; in ogni sua parte è incomprensibile,
tentare di comprenderlo è soprattutto inutile.
Lietta Tornabuoni
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L'Espresso, 9 febbraio 2007
Nel labirinto di Lynch
Difficile e complesso, Inland Empire va visto mettendo insieme intelligenza ed emozione per comprendere ciò che sembra incomprensibile
Inland Empire è una zona residenziale ai margini di Los Angeles, ma è anche il vasto mondo interiore. Il più difficile dei film di David Lynch, almeno sinora, è incomprensibile: brandelli di fatti del passato e del presente, una donna in pericolo (è Laura Dern di 'Cuore selvaggio'), un film nel film con il regista impersonato da Jeremy Irons, una sceneggiatura decostruita, un amore adulterino. Un caos simile a una mente umana.
All'inizio una coppia non riconosce la propria stanza d'albergo. "Spogliati", ordina lui, e domanda. "Lo sai cosa fanno le puttane?". "Scopano", risponde lei e subito dopo la si vede piangere guardando la tv, mentre due uomini con teste da coniglio dalle lunghe orecchie s'accomodano su un divano. Corridoi, una infida vicina di casa, vento malefico, nebbie diaboliche, illuminazione bassa, immagini sgranate, lavorazione in digitale, atmosfera alla 'Twin Peaks': quasi tre ore. Per quanto si ammiri l'autore enigmatico e labirintico, è troppo.
Meno male che Lynch è una persona gentile. Non che fornisca chiarimenti di merito ("Cosa vogliano dire i miei film, proprio non lo so"), ma dà qualche spiegazione di metodo. Niente storie pre-viste guidate verso il finale, dice: destrutturazione. Dice che il compito di un film è far sentire e provare qualcosa nel profondo, abitudine che si è ormai perduta: quando un film è forte, potente, la gente ha una reazione di rigetto, perché si spaventa. Dice che ama immergersi nel subconscio proprio o altrui; che il bello d'un film è che può raccontare un po' di un certo aspetto delle cose che le parole non riescono a esprimere, e passare oltre. Dice che i suoi film significano cose diverse a seconda di chi li vede, e va benissimo così: purché non siano portatori d'un messaggio o di un imperativo morale. Basta avere intuito, cioè mettere insieme intelligenza ed emozione, per comprendere ciò che prima pareva incomprensibile.
Lietta Tornabuoni
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