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In Bruges
In Brugesdi Martin McDonagh
con Collin Farrell, Brendan Gleeson, Ralph Fiennes (Gran Bretagna, Belgio, 2007)
 
Panorama, n. 20 2008

Killer in fuga, turisti forzati

«Forse l'Inferno è proprio questo, passare l'eternità a Bruges» esclama nel finale il protagonista Ray (Colin Farrell). La splendida città del Belgio gli trasmette solo noia, mentre suscita meraviglia in Ken (Brendan Gleeson), incallito killer di mezza età. Si sprecano le battute sul Belgio anonimo in questo noir atipico ma affascinante, scritto e diretto con sottigliezza da Martin
McDonagh. La coppia di killer è in ritiro forzato a Bruges dopo l'ultimo omicidio in cui il più giovane ha accidentalmente colpito un bimbo. Se non fosse una drammatica resa dei conti con la propria coscienza nera, In Bruges brillerebbe soprattutto come commedia su stili e costumi del profondo Nord (già celebrato dall'enorme successo del francese Bienvenue chez les Ch'tis).
La regia è forte, lo humour dissacrante con pathos, i protagonisti strepitosi (Ralph Fiennes ghiaccia il sangue), l'architettura fiamminga partecipa con grandiosità all'azione e, infine, non è casuale la citazione dell'Infernale Quinlandi Orson Welles. Irresistibile la scena dei due killer al Groeninge museum, pensierosi dinanzi a Hieronymus Bosch. Con l'aggiunta del brivido, Bruges ne trarrà vantaggio turistico, lo sbeffeggiato Belgio meno. Ma il Nord torna in testa al gradimento, in politica e al cinema.

Piera Detassis

 
Corriere della Sera, 30 maggio 2008

Ottimo Farrell nel noir beckettiano

Finalmente un film ben scritto e diretto da Martin McDonagh, che scompagina i generi noir col suo curriculum teatrale che privilegia dialoghi e atmosfere. Sono due killer in attesa di punizione, a Bruges; mentre aspettano il capo, il loro gioco psicologico di vittime-carnefici si fa sempre più teso anche se i luoghi fiamminghi invitano al turismo. Volando alti, si potrebbero citare il Godot di Beckett ma anche certi incastri alla Pinter; comunque il racconto funziona, anche con valenza surreale, grazie alla perfetta sintonia di tre attori che si palleggiano una specie di infelicità esistenziale ma colorata di gangsterismo. Sono Colin Farrell, alla sua prova migliore, con aria stralunata ma sempre a caccia di ragazze; Brendan Gleeson, il più combattuto; il boss porta dubbi e segni di Ralph Fiennes. Delitto, pentimento, rimozione e castigo, nel gusto del ricamo delle Fiandre da sottosapore amaro. voto 7,5

Maurizio Porro

 
Il Messaggero, 16 maggio 2008

Aspettando Godot, gangster a Bruges

Due gangster irlandesi aspettano Godot a Bruges. Un colpo è andato male. Così male che il giovane Ray (Colin Farrell) e l'esperto Ken (Brendan Gleeson) vengono spediti dal loro capo nevrotico Harry (Ralph Fiennes) nella Venezia delle Fiandre ad aspettare che le acque si calmino. Ken è affascinato dall'arte e dalla tranquillità del luogo. Ray si sente in gabbia e rischia l'esaurimento quando non il linciaggio da parte di un gruppo di turisti americani obesi. La trama si ferma qui, il resto di In Bruges-La coscienza dell'assassino, opera prima del drammaturgo irlandese Martin McDonagh, è pura arte del dialogo con un occhio a Beckett e l'altro a Tarantino. Brutalità e senso dell'umorismo, arte medievale e commedia romantica (Ray si prende una cotta per la misteriosa Chloe), nani da picchiare (è il secondo film recente dopo Funeral Party in cui si maltrattano i nani; trionfo del politicamente scorretto) e pistole che troncano la conversazione. Episodio dopo episodio, il film si svela ipnoticamente davanti ai nostri occhi. Motivi della magia? La penna arguta e umana di McDonagh (viene voglia di leggersi tutte le sue pièce irlandesi) e la potenza espressiva di Farrell e Gleeson. Il giovane Farrell si conferma grande attore. Se solo mettesse la testa a posto. Gli suggeriamo più Bruges e meno Hollywood.

Francesco Alò

 
La Repubblica, 16 maggio 2008

"In Bruges", gangster spietati
ma in fondo di buon cuore

Gangster spietati ma anche di buon cuore quelli di In Bruges, la coscienza dell'assassino. Affidato, come capita con gli inglesi, alla sottile qualità degli attori. Più che alla coerenza della sceneggiatura, al polso della regia.

Un rapido flashback informa delle ragioni che hanno indotto un boss londinese (Ralph Fiennes) a spedire i due killer Ray (Colin Farrell) e Ken (Brendan Gleeson) in vacanza forzata a Bruges, cittadina belga deliziosa quanto noiosa. Durante un regolamento di conti con un sacerdote le pallottole di Ray hanno intercettato per errore un bambino. Ma l'esilio non è dovuto alla necessità di lasciar calmare le acque. In realtà il capo nella sua spietata efferatezza criminale applica un codice etico. Chi ammazza i bambini deve pagare. E così la vera missione è un'altra: il killer più anziano e fidato, Ken, deve punire il giovane compagno peraltro ossessionato da ciò che ha fatto.

Il film gira intorno a questo motivo coinvolgendo altri personaggini incisi con pochi efficaci tratti. E ci gira intorno senza la pretesa di arrivare a niente ma con l'ambizione di mettere in campo uno sguardo, un tono: tragicomico, umoristico e cupo al tempo stesso, imparentato con lo stile di Woody Allen.

Paolo D'Agostini

 
La Stampa, 16 maggio 2008

Che bravo Farrell killer malinconico

Due killer e il loro committente muoiono male (colpi di pistola, caduta dalla torre, sparo in bocca) nella bellissima città di Bruges nelle Fiandre, con i suoi canali, le piazze, le chiese e gli edifici gotico-rinascimentali, i giardini.

Il più giovane dei killer ha ucciso su commissione un prete e, per errore, un bambino; l'altro lo ha accompagnato a Bruges per ammazzarlo (il committente non tollera che si faccia del male ai bambini). Il primo detesta la città, trovandola molto noiosa; gli altri due la adorano. I due killer girano per vie e canali, si fermano a contemplare la lavorazione di un film di nani, bevono birra, aspettano la telefonata del padrone, si annoiano e divertono gli spettatori.

Il regista Martin McDonagh, nato a Londra da genitori irlandesi, drammaturgo e regista teatrale, debutta nel cinema con questo film e mostra straordinaria padronanza, particolare sapienza nella sceneggiatura e nei dialoghi perfetti. Aveva detto di voler fare «una storia divertente, sexy e pericolosa, ma insieme triste, strana, riflessiva e gioiosa»: c'è riuscito (salvo la connotazione sexy, che proprio manca) realizzando un film brillante e malinconico, recitato benissimo specialmente da Colin Farrell.

Lietta Tornabuoni

 
Il Tempo, 15 maggio 2008

Bruges con i suoi canali e le sue guglie gotiche si è prestata di rado a fare da sfondo a un film. Io credo di ricordarla soltanto nella prima parte di "Storia di una monaca", protagonista Audrey Hepburn.Oggi, invece, a cominciare dal titolo, è al centro dal principio alla fine di questo film inglese del quasi esordiente Martin McDonagh interpretato da due irlandesi già piuttosto noti, Colin Farrell e Brendan Gleeson, che vestono i panni di due assassini a pagamento, Ray e Ken. Il primo, mentre insieme portavano a termine a Londra una truce impresa affidata loro da un temibile boss, ha ucciso per errore un bambino e così, nel tentativo di mettere a tacere la cosa, il boss li ha mandati entrambi a Bruges fidando nei silenzi e nel riserbo di quella tranquilla cittadina belga e dando loro un ordine preciso: state lì, fate i turisti, atteggiatevi a persone normali e aspettate ordini. I due eseguono. Ray, però, angustiato e tormentato da quell'errore, non tanto per le conseguenze, ma perché quell'uccisione di un innocente lo dilania con un continuo rimorso. Questo, tuttavia, non gli impedisce, a un certo momento, di frequentare abbastanza intensamente una ragazza del luogo, mentre il suo compare passa il tempo metà bevendo birra, metà visitando chiese e musei, dove scopre, naturalmente, un dipinto terrificante di Hieronymus Bosch. È proprio lui, però, a ricevere da Londra gli ordini del boss: l'incarico -deciso- è di uccidere l'altro perché quell'errore, pur involontario, va punito. Anche la mala ha le sue regole. Seguiranno cose più angoscianti di quelle che si potevano vedere nel dipinto di Bosch, non a caso citato. Una storia nera, ma anche un disegno attento del rapporto fra i due sicari, cameratesco, amichevole, alla fine anche solidale. Con il rimorso di uno dei due fatto in più punti filtrare tra le pieghe dell'azione. Fino a quella conclusione che, con l'arrivo del boss da Londra per accertarsi che le sue disposizioni siano state eseguite, si impenna in modo addirittura tragico, mentre attorno una Bruges invernale e natalizia fa da cornice apparentemente impassibile ma spesso minacciosa e plumbea. Con tutti i più meditati riferimenti ai suoi climi gotici, architettonici ma, a ben intendere, anche morali. Il trio, in mezzo, dispiega tutte le sue energie migliori. Colin Ferrell disegna con i giusti turbamenti i rimorsi e il perpetuo sconcerto di Ray. Molto più pacato, al suo fianco Brendan Gleeson, anche fisicamente, con la sua corporatura massiccia, tende a indicarci la comprensione e l'equilibrio. Ralph Fiennes, il boss, è gelido come un serpente. Come se, appunto, a immaginarlo fosse stato Bosch.

Gianluigi Rondi

© Sipario 2011