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In amore niente regole
In amore niente regoledi George Clooney
con George Clooney, John Krasinski, Renée Zellweger, Stephen Root, Wayne Duvall, Jonathan Pryce

 
Corriere della sera, 18 aprile 2008

Commedia anni '30 ricreata da Clooney

Intervallando l'impegno di Good nigh and good luck, George Clooney ricrea con intelligenza, finezza e competenza quella commedia sofisticata e romantica ma a volte socialmente molto evidenziata (La Cava e Preston Sturges ampiamente citato con Evviva il nostro eroe!) della Hollywood anni '30. Nel ruolo di un maldestro giocatore di football americano over 40, il bel Clooney tenta di scritturare un giovane campione che si dichiara, mentendo, eroe di guerra, finché si mette tra i piedi la solita giornalista scoop da new deal ed evoca un triangolo sentimentale. Sceneggiatura sportiva di ferro, ma si fa per dire perché è dolce come pasta di mandorle e piace al gentil sesso: è film di ricalco animato da un gusto particolarmente felice. Ai tempi di Hawks il cast sarebbe stato: Gary Cooper, Barbara Stanwyck al posto della smorfiosetta a fin di bene Zellweger e Joel Mc Crea, la «testina» di cuoio.

Voto: 8

Maurizio Porro

 
Il Messaggero, 11 aprile 2008

Clooney, l'amore e la palla ovale

Stati Uniti, anni '20. Il carismatico giocatore di football Dodge Connolly (George Clooney) cerca soldi e sponsor. Arriveranno quando recluterà Carter Rutherford (John Krasinski), ex eroe di guerra e giovane talento della palla ovale. Peccato che fra i due si metta di mezzo la giornalista lingualunga Lexie Littleton (Renée Zellweger), di cui entrambi si innamorano. Dopo due regie importanti su media e politica, la terza fatica di Clooney regista può sembrare più leggera. In realtà tra battibecchi da screwball comedy alla Hawks e Sturges (modelli? La signora del venerdì e Evviva il nostro eroe), buddy movie maschile (Dodge e Carter sembrano più attratti tra loro che non dalla ragazza) e commedia sentimentale (immaginate un Bull Durham asessuato), emerge un tema serio: l'avvento del professionismo sportivo come perdita dell'innocenza. Troppa carne al fuoco? Vero. La smorfiosa Zellweger inimmaginabile come nuova Rosalind Russell? Vero anche questo. Ma il formidabile carisma del nuovo Cary Grant e una batteria dolcissima di caratteristi tirano fuori il film dal fango farsesco di esilaranti partite di football. Buona anche la terza, George.

Francesco Alò

 
La Repubblica, 11 aprile 2008

"In amore niente regole", Clooney
celebra la vecchia Hollywood

Sapevamo che George Clooney si sente un po' il Clark Gable, un po' il Cary Grant dei giorni nostri; così come sapevamo che gli piacciono le storie (Good Night and Good Luck) ambientate nel passato americano. Con In amore niente regole (Leatherheads), è riuscito a realizzare una sintesi delle due cose, dirigendo e interpretando un film che è un atto d'amore dichiarato alle commedie romantiche hollywoodiane della Golden Age e alle relative star: da Gable e Grant, appunto, a Katharine Hepburn, Miriam Hopkins, Spencer Tracy.

Siamo nel 1925, all'epoca pionieristica del football americano, e George, che si chiama Dodge Connolly, è il capitano di una squadra di "teste di cuoio", i Duluth Bulldogs. Niente miliardi, sponsor o stadi gremiti di gente, allora: economie all'osso, invece, e botte da orbi in partite senza regole giocate sotto gli occhi di pochi tifosi (o di una mucca, come si vede in una delle prime, esilaranti scene).

Dodge però, che è un tipo d'iniziativa, vuole promuovere lo sport del suo cuore; così persuade un agente a reclutare per la scalcagnata squadra la star nascente del football Carter "The Bullet" Rutheford, circondato dall'aura di eroe della prima guerra mondiale (come il famoso sergente York, avrebbe catturato da solo un reparto di soldati tedeschi: altra scena spassosa).

Sulle tracce del nuovo acquisto, entra in partita anche Lexie Littleton (Renée Zellweger), giornalista ricalcata sui modelli cinematografici degli anni '40: piglio protofemminista, determinazione, scarsa dose di scrupoli. L'intento della reporter, che si mette al seguito della squadra, è smascherare Carter e il suo presunto eroismo bellico. S'innesca, a questo punto, uno schema di gioco tipico del cinema cui Clooney rende omaggio: la commedia di guerra-dei-sessi, che ebbe per campioni registi come Howard Hawks e George Cukor.
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Mentre sboccia, inevitabile, l'amore, i due litigano come la coppia Tracy-Hepburn (Lui e lei); senza contare che il nuovo acquisto, infatuato della giornalista, interviene a vivacizzare il match. George gioca bene con il repertorio d'epoca, tra risse omeriche, retate della polizia (sono i tempi del proibizionismo e i giocatori bevono forte), ritmi e colori esumati dal cinema del tempo che fu. Cura in modo particolare il suo personaggio, prendendosi in giro (gli avversari lo chiamano "nonnetto") come ama fare di solito, ma ancora di più, e aggiudicandosi il favore dello spettatore con un "carattere" di simpatico fanfarone, sleale in campo e refrattario alle regole (gustosissimo lo stratagemma finale nel campo da gioco infangato).

Meno bene la Zellweger, adepta abituale del birignao cinematografico che, invitata a nozze dalla parte, s'abbandona peggio del solito al suo repertorio di vezzi e mossette.

Resta da vedere se un film di questo tipo, tutto giocato su memorie cinefile e consapevolmente démodé, possa "arrivare" al pubblico del 2008. In America, lo scorso weekend, si è piazzato al secondo posto nella classifica degli incassi; malgrado il carisma di George, da noi la partita sembra aperta.

Roberto Nepoti

 
Il Mattino, 12 aprile 2008

Clooney, adorabile canaglia

La forma è il vero contenuto del cinema americano (almeno di quello classico). Rievocando il «mondo a parte» della commedia sofisticata anni Trenta, George Clooney organizza, infatti, per il piacere dello spettatore un trip cinéfilo che mette i personaggi, i loro impulsi e la loro realtà in un tono e una luce giocosi, trasparenti, allusivi e quasi astratti. «In amore niente regole» (pessima versione italiana del titolo «Leatherheads», teste di cuoio) è un film godibile per l'accuratezza delle riprese e della scenografia, la suggestione retrò della fotografia e l'adeguatezza (un pizzico ruffiana) delle musiche del grande Randy Newman, ma se dovessimo dire che non fa rimpiangere gli originali diremmo una bugia. Clooney, sin troppo sicuro del proprio carisma, si cala infatti in un ruolo alla Cary Grant o Clark Gable lasciando in qualche modo trasparire il vezzo citazionistico e l'intento didascalico (in nome e per conto della Buona Coscienza yankee) e, soprattutto, duellando con una partner come la Zellweger lanciata a briglia sciolta nell'abituale supershow indegno della sublime grazia dei modelli (Katharine Hepburn e «sorelle» Colbert, Harlow, Lombard, Loy, Russell ecc.). Siamo nella Carolina del '25, quando l'adorabile canaglia nonché giocatore sulla china discendente Dodge si ritrova alle prese con il rovinoso declino sportivo e finanziario della propria e scalcagnata squadra dei Duluth Bulldogs. La chiave della rinascita sembra essere l'ingaggio dell'astro nascente Carter «Proiettile» Rutherford, pupillo dei media patriottici perché, nel corso del primo conflitto mondiale, avrebbe catturato da solo sulle Ardenne un manipolo di crucchi: peccato che l'intraprendente inviata del «Chicago Tribune» Lexie nutra seri dubbi al proposito e si metta in testa di unirsi alla rinata squadra per potere dare alle stampe un articolo che farà epoca... Facile immaginare che tra il protagonista veterano e l'emergente (John Krasinski) si scatenerà l'inevitabile, maligna e accanita competizione per la conquista delle grazie della bionda, consentendo al film di ricamare a volontà sulle schermaglie assortite del terzetto: un'overdose di piroette romantiche, di sketch acrobatico-buffoneschi e finanche di esilaranti risse col pianoforte in sottofondo che, come premesso, trasmettono un'energia e uno spirito formalmente impeccabili, ma a conti fatti svuotati di un forte retrogusto. Anche perché la tensione erotica nascosta, ingrediente fondamentale del gioco a rimpiattino fra i ragazzacci della vecchia Hollywood, non scatta a dovere tra il bello & impegnato George e l'ammiccante, smorfiosissima Renée.

Valerio Caprara

 
Corriere della sera, 11 aprile 2008

Clooney controcorrente: così risorge la commedia sofisticata degli anni ' 30

Perché scegliere di dirigere oggi una commedia sofisticata esplicitamente ispirata a quelle che andavano di moda negli anni Trenta? Perché, soprattutto, se ci si chiama George Clooney, se si è conquistata una statura - e un potere contrattuale - da star internazionale e se (vedi la sua regia precedente: Good Night, and Good Luck) fan e media lo considerano il massimo rappresentante dell' attore «bello e impegnato»? La prima risposta che viene alla mente è il gusto per il lavoro ben fatto, per film che assomiglino a «orologi che ridono» (per dirla con la definizione più popolare delle sophisticated comedies), per una idea di cinema che sia debitrice solo a se stessa, alle qualità della messa in scena, della scrittura, della recitazione e non ai messaggi di un contenutismo che va un po' troppo per la maggiore... Quando anche i grandi del cinema hollywoodiano (Scorsese, De Palma, i Coen, Cronenberg per citare solo i più famosi) sembrano dover fare i conti con i nuovi finanziatori di Hollywood e le loro richieste di opere «facili» e «riconoscibili», cioè di genere, Clooney usa il suo potere contrattuale e la popolarità del suo volto per andare controcorrente, riesumare un tipo di film che tutti danno per morto o in agonia, e dimostrare che il cinema non si nutre solo di guerre, sangue ed effetti speciali. In amore niente regole (titolo che, in nome dello scarso successo che l' Italia riserva solitamente ai film di ambientazione sportiva, cerca di «nascondere» l' originale Leatherheads - teste di cuoio - dal caschetto con cui si proteggevano i giocatori) è ambientato negli anni Venti, quando la lega professionista di football americano era sull' orlo della bancarotta per mancanza di pubblico e quindi di sponsor. Scritto da due giornalisti sportivi, Duncan Brantley e Rick Reilly, il film racconta le disavventure di Dodge Connoly (George Clooney), anima sportiva e imprenditoriale dei Duluth Bulldogs e grande inventore di trucchetti più o meno leciti per sconfiggere l' avversario. Che però non può niente contro la scarsità di incassi, i fallimenti finanziari delle società sportive e la fuga degli sponsor. Fino a quando non ha l' idea di coinvolgere il campione universitario Carter «Proiettile» Rutherford (John Krasinski), idolo degli incontri studenteschi e soprattutto «eroe nazionale», avendo catturato da solo nelle Ardenne un plotone di tedeschi. Capace da solo di riempire gli stadi. Peccato solo (per Carter ma anche per Duncan) che su quell' atto di eroismo qualcuno avanzi dei dubbi e che ci debba scrivere un articolo l' ambiziosa Lexie Littleton (René Zellweger), che così si unirà alla squadra scatenando l' amore, e la gelosia, dei due campioni. Mescolando le atmosfere di Scandalo a Filadelfia (dove una donna si trovava oggetto del desiderio più o meno dichiarato di due uomini) e le suggestioni della Signora del venerdì (versione al femminile di Prima pagina con Rosalind Russell, che la Zellweger cita apertamente) il regista Clooney costruisce il ritratto di un ambiente ingenuo e un po' rozzo come quello sportivo, costretto a fare i conti con un mondo che sta cambiando troppo velocemente (perfettamente incarnato nell' avido agente CC Frazier e nel vendicativo commissario statale Harkin, rispettivamente interpretati da Jonathan Pryce e Peter Gerety). Le schermaglie professionali e sentimentali che Lexie incrocia con Carter e Dodge sono i grimaldelli che aprono un mondo fatto di allusioni e sorrisi, eleganza e simpatia, dove tutto è prevedibile (qualcuno ha dei dubbi sull' esito finale della corte che i due atleti fanno alla bella giornalista?) ma dove tutto è permeato da una grazia contagiosa che trasforma le partite di football in una specie di astratto (e comico) balletto e i tormenti d' amore in una gioco di allusioni e sottintesi. La regia di Clooney non è costruita con la sotterranea tensione dei capolavori di Cukor o di Hawks ma piuttosto con la voglia dichiarata del «falso» (guardate come sono riprese le sgroppate di Rutherford sul campo: come fossero davanti a un trasparente) e con il piacere del gioco fuori da ogni schema e regola (hollywoodiana, s' intende). Convinto, giustamente, che la commedia sofistica abbia perso la sua capacità di graffiare sui costumi e sui difetti americani ma altrettanto giustamente convinto che mantenga ancora il suo piacere di meccanismo narrativo capace di allargare il cuore e rigenerare la mente. Proprio come un orologio che sa ancora ridere.

Paolo Mereghetti

© Sipario 2011