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Mostri oggi (I)
I Mostri oggidi Enrico Oldoini
con Diego Abatantuono, Giorgio Panariello, Claudio Bisio, Sabrina Ferilli, Angela Finocchiaro, Carlo Buccirosso
 
Il Giornale, 27 marzo 2009

I nuovi mostri, divertenti ma ormai troppo banali

Quando in Italia i film incassavano in sala, più che con sovvenzioni pubbliche e/o cessione dei diritti tv, soggetti brevi e sceneggiature secche confluivano nei film a episodi. I Mostri oggi di Enrico Oldoini è ricalcato su uno dei più felici film a episodi, I mostri di Dino Risi, e su I nuovi Mostri di Dino Risi, Mario Monicelli ed Ettore Scola, più recente, meno convincente.
Ai Mostri oggi manca dunque l’effetto-sorpresa. Eppure il paragone con altri film italiani recenti destinati al grosso pubblico gli resta ampiamente favorevole. Infatti qui non aleggiano né illusioni, né fatalismi, ma si osservano piccole vicende di piccola gente. Ricchi e poveri agiscono senza vergogna, non perché amorali, ma semplicemente perché convinti che ci si comporti ovunque così.
Emerge un popolo che alterna miseria materiale a miseria morale, ma che sa adattarsi a tutto, senza sdegno e perfino con senso dell’umorismo. La differenza rispetto a casi analoghi di altri popoli è che essi non sanno fare un film divertito, se non divertente.
A ispirare Oldoini sono episodi dei Mostri, adattati ai tempi. Oppure prelevati disinvoltamente da altri film: per esempio, la storiella della prostituta redenta dal fidanzato, immigrato turco, e vigorosamente ri-prostituita dai genitori italiani per mantenere un tenore di vita superiore a quello del turco. Esso viene dal prologo di In nome del popolo italiano, sempre di Dino Risi (1971): trentotto anni dopo resta credibile, anzi lo è più oggi di allora. Lo stesso vale con l’episodio degli antirazzisti che «ospitano» gli immigrati clandestini a pagamento, ammassati in una cantina... Il film esce oggi nelle sale. L’altroieri sui giornali c’era un episodio esattamente uguale.
La forza e la debolezza dei Mostri oggi è che ormai è difficile giudicare questi personaggi come li giudica il titolo. La recitazione - ci sono anche simpatici esordienti come Valerio Roselli - non calca la mano con loro; il trucco si astiene dall’imprimere le stigmati lombrosiane che avevano ai tempi di Risi. Insomma l’orrore non è più eccezionale: è banale.
I migliori redditi dei personaggi dei Mostri oggi, rispetto a quelli dei Mostri, non significano migliori uomini e migliori donne. A proposito, sono queste ultime a prendersi la rivincita sugli uomini anche nella gara al più indegno.

Maurizio Cabona

 
Corriere della Sera, 3 aprile 2009

Un maxi cabaret ma privo di humour

Onestamente sembrano i mostri del '63. Solo che Dino Risi era un genio della commedia cinica e affondava nei peccati italiani dell'epoca, ahimè poi eterni, con molto coraggio, attaccando clan, luoghi comuni, pugili, artisti e modelle, mentre Oldoini oggi evita accuratamente qualsiasi aggancio ai moltissimi mostri dell'attuale vita pubblica. Così pare che i new mostri abbiano le stesse debolezze di allora (il codice stradale, un poco di sesso, l'amante nascosto gay, il potere mediatico), ma i 16 episodi sono privi di humour e gli sceneggiatori figli di cotanti padri (Scola, Scarpelli) giocano al ribasso firmando sketch prevedibili dalla prima battuta. A favore, un gruppo di attori in sintonia e tutti comprimari perfetti l'uno dell'altro (Finocchiaro e Ferilli in gran forma), maxi cabaret in cui espongono al ludibrio la peggior furberia italiota, ma senza cattiveria.

VOTO: 5
Maurizio Porro

 
La Stampa, 27 marzo 2009

I Mostri oggi? Rassegnati

Ma, insomma, ridendo la commedia castiga i costumi (leggi il malcostume), facendo opera moralizzatrice? O al contrario rappresenta vizi e pecche della nostra società con una dose di simpatia che rischia di suonare assolutoria? Scegliere una o l’altra delle opzioni significa accettare di buon grado i lazzi e frizzi di un film come I Mostri oggi, oppure rifiutarlo come un prodotto facile e compiaciuto. E del resto nel ‘63 anche l’ormai mitico I Mostri firmato da Dino Risi, cui si sono ispirati il regista Enrico Oldoini e la sua squadra di sceneggiatori, non ebbe un plebiscito da parte della critica. Con un incasso di 773 milioni delle vecchie lire, venne invece apprezzato dal pubblico che molto amò le grottesche personificazioni di Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, straordinari protagonisti di tutti e 20 gli episodi.

Qui ad alternarsi in ruoli principali e secondari lungo i 16 sketch è un nutrito gruppo di attori che vanno da Diego Abatantuono a Giorgio Panariello, da Claudio Bisio ad Angela Finocchiaro, da Carlo Buccirosso a Sabrina Ferilli e Neri Marcoré. Tutti bravi e bravissimi, anche se la chiave prevalente è quella di macchiette irridenti. Mentre ci pare di ricordare che il film di Risi, scritto dagli assi Age Scarpelli, Scola, Maccari e Petri, nascondeva nelle pieghe del divertimento una dose non trascurabile di amarezza. Come a dire che in contraltare alla visione disincantata di un mondo di imbroglioni, mistificatori, ipocriti, pronti a vendere l’anima al diavolo per denaro o una promessa di successo e notorietà, si avvertiva a tratti la nostalgia dell’illusione perduta.

In I Mostri oggi, che pure ha alcuni episodi ben riusciti e cita qua e là l’originale in voluto spirito di omaggio (d’altronde fra gli sceneggiatori figurano i figli d’arte Silvia Scola e Giacomo Scarpelli), circola piuttosto un’aria di rassegnazione. Con qualche ovvia variante rispetto a mezzo secolo fa, nulla è cambiato: ricchi e poveri, uomini e donne, mostri eravamo e mostri siamo. Ma prima c’era il collante di un senso collettivo dei valori che induceva all’indignazione: ora è come se fosse passato un rullo compressore ad appiattirci tutti.

Alessandra Levantesi

 
Il Mattino, 28 marzo 2009

Microstorie dall’Italia crudele

Con «I mostri» (1963) Dino Risi tocca uno dei momenti più alti della commedia all’italiana con una critica sferzante e una satira graffiante della società italiana degli anni Sessanta attraverso una ventina di episodi. Nel 1977 Risi, Monicelli e Scola con «I nuovi mostri» riprendono la formula per fustigare un Paese ben diverso. Nel 2009, ecco «I mostri oggi», i cui Enrico Oldoini con la collaborazione in fase di sceneggiatura di Giacomo Scarpelli e Silvia Scola (figli di Furio e Ettore, due degli sceneggiatori del primo film), Franco Ferrini e Marco Tiberi, ripropone lo schema per radiografare e reinventare al tempo stesso le mostruosità umane dell’Italia contemporanea. Il presupposto ideologico dell’operazione è che passano i decenni ma i difetti, i vizi e le patologie che affliggono il Belpaese non cambiano. La differenza, non da poco, è che mentre i primi due film prendevano di mira soprattutto il potere politico, in questo caso i bersagli sono più trasversali, i «nuovi mostri» sono prelevati dalla cosiddetta società civile. Sono ben sedici gli episodi con i quali si colpiscono le debolezze, le meschinità, le paure dell’Italia di oggi. Si tratta di microstorie, qualcuna al limite dello sketch, divertenti, grottesche, amare, fulminanti che esemplificano un paradossale e a tratti inquietante campionario umano: un giovanotto senza scrupoli che circuisce la disabile per poi rubarle la carrozzella; il pirata della strada che ignora il pedone appena investito; il mafioso che si è fatto costruire un bunker nelle cui fondamenta è stato seppellito l’architetto; la psicanalista che spinge al suicidio il suo paziente; il monsignore che per un equivoco impedisce a un uomo di salvare un suicida nel Tevere; una mamma la cui apprensione per la scomparsa della sua bambina si trasforma in cinica felicità per l’improvvisa notorietà televisiva... L’avidità, l’indifferenza, il falso perbenismo, la cialtroneria, la vanità, il cinismo dell’italiano delle più diverse origini sociali e culturali sono sferzati con le adeguate tipologie e trovate comiche, ma alcuni episodi sono più incisivi e altri più deboli, alcuni più icastici, altri già visti e salvati dalla brevità. La commedia mette in evidenza anche un incoraggiante stato di salute del nostro cinema sul versante recitativo: una bella squadra formata da interpreti delle generazioni e formazioni più varie con qualità trasformistiche e da mattatori d'altri tempi. I più strepitosi sono Diego Abatantuono, Sabrina Ferilli e Carlo Buccirosso.

Alberto Castellano

 
Corriere della Sera, 27 marzo 2009

Furbizie e cinismo in una carrellata di sketch: operazione commerciale senza forza satirica

È più o meno di dominio pubblico che I mostri versione 1963 dovevano essere interpretati da Sordi, diretti da Elio Petri e prodotti da Dino De Laurentiis. Ma per una volta il fiuto dell' uomo di spettacolo fece cilecca e agli sceneggiatori Age e Scarpelli che gli raccontavano i vari episodi De Laurentiis esplose in faccia la storica battuta: «Voi questo film ve lo andate a far finanziare da Palmiro Togliatti!». Invece che da Togliatti i due sceneggiatori andarono da Cecchi Gori (padre), Petri e Sordi passarono a lavorare a Il maestro di Vigevano, mentre Gassman e Tognazzi formarono il nuovo cast dei Mostri affidato a Dino Risi. Un film che conquistò le platee d' Italia e divenne un mito della commedia all' italiana. A vedere I mostri oggi (che vuol tornare sulla strada aperta dall' originale e da I nuovi mostri nel 1977) sembra che quella battuta di De Laurentiis sia stata tenuta ben presente: nei sedici episodi che formano il film di Enrico Oldoini non c' è assolutamente traccia di politica - che oggi è probabilmente l' argomento che più meriterebbe di essere messo alla berlina, per la sua degenerazione e la sua invasività - come non ce n' è dell' invadenza e dello strapotere dei mass media, che invece erano presenti nei film precedenti. E tutto si riduce alla «solita» comparsata del volto conosciuto (Massimo Giletti) e all' ennesima rimasticatura della voglia di apparire in video (nell' episodio Cuore di mamma). Non è voglia di impegno a tutti i costi. È la constatazione dello scollamento tra il film e la realtà, di cui sembra cogliere solo alcune «furbizie» gratuitamente provocanti, selezionate secondo una logica - questa sì - da talk show. Nel primo film, quello del 1963, a tenere insieme l' operazione e a evitare lo scadimento a semplice collazione di barzellette c' era la capacità di cogliere, attraverso i suoi vari episodi, la mostruosità dell' Italia del Boom. Era quella la forza che cementava tutto e che riscattava un gusto a volte fin troppo cinico. Già coi Nuovi mostri, poi, lo sguardo si faceva catturare da una più facile paradossalità, dalla voglia non di raccontare l' Italia ma di mettere in fila una serie di eccezionalità a volte nemmeno troppo credibili. Coi Mostri oggi l' operazione svela i suoi puri intenti commerciali e perde ogni forza non diciamo di analisi ma almeno di cronaca della mostruosità contemporanea. I suoi sedici episodi si riducono, qualcuno più qualcuno meno (il meglio è Povero Ghigo con Abatantuono e Bisio), a una carrellata di situazioni prive di originalità e, quel che è peggio, quasi sempre prevedibilissime. Persino nella sua voglia di autocitarsi, con l' episodio Il malconcio che vorrebbe fare il verso a Firs Aid e con Cuore di mamma che rimanda a Sequestro di persona cara (entrambi dei Nuovi mostri) mentre Unico grande amore si chiude con lo stesso urlo allo stadio di Che vitaccia (dai Mostri). A raccontare i sedici episodi del film si rischia di annullare anche quel minimo di sorpresa che possono offrire. Ma la pochezza della messa in scena finisce per cancellare pure quegli scampoli di satira di costume che forse erano nelle intenzioni degli sceneggiatori (Franco Ferrini, Giacomo Scarpelli, Silvia Scola, Marco Tiberi, Enrico Oldoini) ma che si riducono a far scimmiottare dal cameriere Neri Marcorè i discorsi orecchiati sui soldi, mentre serve tartine e salmone. Perché un conto è ironizzare sui gusti inutilmente snob dei nuovi ricchi che accettano di farsi trattare male e mangiare ancora peggio in una bettolaccia romana (com' era in Hostaria, nei Nuovi mostri), un conto è scimmiottare il finto bon ton dei nuovi ricchi con la solita litania di parolacce e insulti (nel vacuo Ferro 6). Così, mascherati sotto vistose parrucche che chiederebbero l' analisi di un semiologo del costume (perché quell' ostentato «bisogno» di capelli così finti e smaccati? Perché quella scena di «ballo» della Ferilli davanti allo specchio che fa tanto spot tricologico?) il film oscilla tra una superficialità fin imbarazzante (Fanciulle in fiore, Il vecchio e il cane, Accogliamoli) a uno strano e un po' lugubre compiacimento nichilista (Unico grande amore, Terapia d' urto - che personalmente ho trovato anche un po' oltraggioso - con la sua coda Insano gesto) fino a una voglia di sorprendere a tutti i costi (La testa a posto, Padri e figli, Seconda casa) che riesce solo a sottolineare gli sfilacciamenti e le incongruenze della regia. E a annullare quasi completamente le qualità di un gruppo d' attori che meriterebbero ben più di un titolo furbastro per dimostrare quello che sono capaci di fare.

Paolo Mereghetti

© Sipario 2011