Ventaglio (Il)
di Carlo Goldoni
Teatro San Babila
regia Fantasio Piccoli,
scene e ai costumi Luca Crippa
con
Diana Torrieri, Ernesto Calindri, Bruna Tellah, Mario Mariani, Alberto Germiniani, Ugo Bologna, Ida Meda, Raffaele Bandini, Paride Calonghi, Umberto Tabarelli, Alberto Mancioppi, Cristina Recordati e Umberto Campana
La Notte, 7 novembre 1969
Se, per Carlo Goldoni, il trasferimento da Venezia a Parigi non s’era trasformato nel dramma di una amara delusione, ciò era dovuto unicamente all’indole naturalmente ottimistica e pacifica del suo buon carattere. Sulle rive della Senna, il merito della Riforma, leit-motiv spiegato, divulgato e valorizzato si può dire ad ogni pagina del Mémoires, non interessava nessuno, o quasi. Quando si diceva teatro italiano, si intendeva Commedia dell’Arte, recitazione a braccio: improvvisata – quand’era improvvisata. Goldoni arrendevole e incline al compromesso, vi si era, suo malgrado e fino a un certo punto, adattato. Più che agli altri, a sé stesso, doveva nascondere il suo mezzo fallimento, quando, anche nell’amatissima patria abbandonata, colui che, alla resa dei conti, aveva avuto partita vinta, era stato il suo aristocratico quanto atrabiliare avversario: Carlo Gozzi. La guerra dei due Carli era stata, per il momento, persa dal primo. Storia nota.
Fu così che Il ventaglio, anno 1763, nacque originariamente come un semplice “scenario”, affidato all’inventiva degli attori del Théâtre Italien di Parigi. E non ebbe nemmeno un grande esito. Anche per i comici dell’Arte si avvicinavano le luci vivide del crepuscolo, lento sì ma inarrestabile. Due anni dopo, però, la parola otteneva la sua gloriosa rivincita. Tutta dialogata, con la penna che avrebbe potuto essere quella di Mozart, e coi personaggi francesi trasformati in personaggi italiani, la commedia trionfava a Venezia, teatro San Luca. Il poeta aveva regalato ai propri compatrioti l’ultimo dei suoi numerosi capolavori.
Capolavoro indubbiamente ambiguo, anzi niente affatto capolavoro, qualora una miopia critica badasse unicamente allo scarso approfondimento dei personaggi, volutamente calcolato a ragion veduta, ai fini di una coralità orizzontale senza intercisioni (quella che era stata del Campiello, quella che era stata delle Baruffe chiozzotte…). Capolavoro ineguagliabile appena si guarda all’esattezza di una struttura miracolosa: un magico gioco di armonie, cadenze, accelerazioni e contrappunti narcisisticamente fini a sé stessi, dove la forma diventa il contenuto di sé medesimo. Non solo il copione manca di una figura che sopravanzi, sia pur di poco, le altre; donde, sia detto fra parentesi, l’estrema difficoltà di metterlo adeguatamente in scena, causa la pratica impossibilità di reperire una compagnia dove tutti i componenti siano a un alto e adeguato livello comune. No, fin nel titolo il suo vero unico, araldico protagonista è quel ventaglio, alla fine inquietante, quasi uno strumento di magia bianca, che passa vertiginosamente di mano in mano nel modo più naturale e spontaneo del mondo, senza mai soffermarsi più che tanto in questa o in quella, suscitando equivoci sospetti, pettegolezzi, gelosie, clamori e risse a catena, in proporzione geometrica, fino a placarsi come dopo una lieta corsa giovanile si sosta e ci si riposa anelanti e ridenti, asciugandosi il sudore.
La cosa, però, alla quale si è sempre fatta e fa poca attenzione, è un’altra; e consiste nell’ambiente che sta dietro al rapinoso cafarnao. Che non è quello apparente delle grazie, dei garbi, dei capricci, delle civetterie, delle petulanze innocenti, delle ciprie, dei nei, delle parrucche e degli inchini. È, viceversa, di più e di peggio. È quello delle malizie, dei risentimenti, dei rancori, delle cattiverie, delle acredini, delle calunnie e dei veleni, facilmente intuibili sotto la superficie: i peccati, insomma; le magagne ipocritamente nascoste e sottaciute e, tuttavia, universalmente note e sussurrate, di un piccolo borgo. In tal senso, il ventaglio cessa di essere uno strumento per farsi fresco; per chi abbia occhi per vedere e orecchie per intendere diventa una cartina al tornasole. Ciò sia detto a proposito della semplicità, della bonomia, dell’ingenuità: in altre parole della retorica immagine del “buon papà Goldoni”, conl a quale è stata falsata la verità e ci ha rotto le scatole per un secolo e mezzo.
Al fitto pubblico del teatro San Babila, generoso di applausi è piaciuto il dinamismo ballettistico e pantomimico conferito allo spettacolo dalla stilizzata regia di Fantasio Piccoli, intonata alle scene e ai costumi lievi, chiari e aggraziati di Luca Crippa. Ne sono stati mobili e affiatati interpreti Diana Torrieri di un’originale pedanteria intrisa di placide ironie, Ernesto Calindri dalla lepida sufficienza, Bruna Tellah tutta brio e piroette, Mario Mariani chiaro ed esatto, Alberto Germiniani scattante come una cavalletta ubriaca, Ugo Bologna paciosamente borioso: Ida Meda, Raffaele Bandini, Paride Calonghi, Umberto Tabarelli, Alberto Mancioppi, Cristina Recordati e Umberto Campana. È stato un Goldoni in un certo senso polemico a ritroso, concezione opinabile ma, tutto considerato, legittima. Siamo sì o no in democrazia? |