Passione e tormenti sotto il «velo» di Curran
Il velo dipinto era un romanzo di William Somerset Maugham del 1925
finito una prima volta sullo schermo nel 1934, protagonista Greta Garbo.
Ci torna adesso John Curran ("I giochi dei grandi") facendoselo
riscrivere per il cinema da Ron Nyswaner, lo sceneggiatore di "Philadelphia".
Lo schema, abbastanza fedele al romanzo sia pur sintetizzato e prosciugato,
ci porta nella Cina dei venti dove approda una coppia inglese male assortita.
Lei, Kitty, si è sposata solo per non restare zitella, lui, Walter,
uno studioso di batteriologia, ne era invece molto innamorato, ma appena
arrivati a Shanghai si vede tradito con un diplomatico. Non ama gli scandali,
così, anziché il divorzio per adulterio, impone alla moglie,
con cui non ha più rapporti, di seguirlo in uno sperduto villaggio
della Cina del Nord dove è scoppiata una epidemia di colera e
dove lui, con le sue conoscenze scientifiche, può esser d’aiuto
a una popolazione ogni giorno sempre più decimata. Kitty si piega
non avendo oltre a tutto tardato a scoprire le disoneste intenzioni del
diplomatico, sposato a sua volta e per nulla desideroso di divorziare
(anche per tutelare la sua carriera). Comincia il calvario di quella
donna finita non solo in mezzo a una terribile epidemia, ma in ambienti
del tutto estranei alle sue agitate abitudini aristocratiche e con un
marito che non le rivolge più la parola, inflessibile nel suo
atteggiamento punitivo. Se non che, di fronte a quella gente che muore,
di fronte a quel marito che si impegna a fondo anche a costo della propria
vita, Kitty a poco poco comincia a mutare atteggiamento e sentimenti.
Finendo non solo per convincere l’altro del suo ravvedimento, ma
anche di un amore sbocciato lì all’improvviso, tra tutte
quelle miserie, e presto corrisposto. Senza più remore. La parte
migliore, anche dal punto di vista della rappresentazione, è quella
della coppia a tu per tu con il colera, in una autentica cornice naturale
cinese - laghi, montagne, villaggi - che tanto più affascina quanto
più in mezzo son descritti orrori, morti, rovine. E si fa seguire
anche la progressiva evoluzione della protagonista verso una redenzione
che, alla fine, le porterà anche l’amore. Non si può dire
lo stesso per gli interpreti che se ne fanno carico. Non solo Edward
Norton, un marito quasi totalmente inespressivo, ma la stessa Naomi Watts,
già vista con Curran ne "I giochi dei grandi", che,
a parte il ricordo folgorante di Greta Garbo in quella parte, ha poca
luce, con colori sempre un po’ smorti. Mentre il film, come il
precedente, voleva che tenesse sempre la scena. Dominandola.
Gian Luigi Rondi