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Treno per Darjeeling (Il)
Il treno per Darjeelingdi Wes Anderson
con Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman
 
Panorama, n. 17 2008

Famiglia cercasi in India

Il cinema dandy-intellettuale di Wes Anderson non è mai lineare, preferisce l'enigma, gli indizi sparsi ovunque, i camei eccellenti e volatili. Il treno per Darjeeling gioca con il mistero: chi è il muto Bill Murray che apre e chiude il film, un padre simbolico o solo un passante? E perché nel bellissimo finale appare silenziosa Natalie Portman (protagonista dell'erotico cortometraggio che precede il film, Hotel Chevalier)? Enigmi a parte, il film racconta la storia di tre fratelli (Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman) che, dopo la morte del padre e la sparizione della madre, si incontrano, ciascuno con i propri drammi, per un viaggio spirituale in treno attraverso l'India.

Il cinema di Anderson non è per tutti, ma ha personalità: le inquadrature sono costruite come quadri, sature di colori bollywoodiani, i volti trattati come maschere alla Buster Keaton (che immagine potente, dolente, la faccia pesta e coperta di bende di Owen Wilson). Insomma, un pastiche assai snob ma molto affascinante, accorato, dove Anderson insiste a raccontare ciò che più lo tormenta, il fastidio e insieme l'atroce nostalgia per la famiglia borghese. Illudendosi, da ultimo dandy, che la salvezza stia nello stile.

Piera Detassis

 
La Stampa, 2 maggio 2008

Fare gli indiani sulla via dei Beatles

Wes Anderson, il regista, prende in giro il classico viaggio spirituale in India, tanto in voga negli Anni 60-70 e anche in seguito.
E' un film di peripezie e disavventure più che di comicità: in un turbine di bagagli Vuitton (valigie, valigette, bauli, borsoni, tascapani), tre fratelli intraprendono il loro viaggio in India allo scopo di ritrovarsi e di ritrovare la madre.
Non si ritrovano (non si parlavano da un anno); e la madre (è Anjelica Huston), esule mistica, appena li vede scappa via. Il treno è diretto al deserto del Rajasthan: i due movimenti (del treno, degli stravolti personaggi) si svolgono parallelamente, con pause per cerimonie religiose, shopping, contemplazione di paesaggi. Un paio di volte Bill Murray, senza un perchè, corre dietro al treno ormai perduto.

Lietta Tornabuoni

 
Il Tempo, 4 maggio 2008

Un film americano che può divertire. Come ha divertito (anche se non del tutto) il pubblico che lo ha visto l'estate scorsa alla Mostra di Venezia. Lo ha diretto Wes Anderson di cui si ricorderà con simpatia "I Tennenbaum" anche se poi il film da cui è stato seguito, "Le avventure acquatiche di Steve Zizzou", ha piuttosto deluso perché l'umorismo stralunato che si imponeva nell'altro film, in questo finiva soltanto per essere ripetitivo e senza graffi. Un po', se vogliamo, come in questa nuova impresa, pur con spunti curiosi e approdi furbi, tra la beffa e il grottesco. Si comincia con un...cortometraggio in guisa di di prologo e con un titolo, "Hotel Chevalier". In questo hotel, a Parigi, ci vien fatto incontrare uno dei tre fratelli Whitman, Jack, interpretato da Jason Schwartzman. È lì per concludere una difficile storia d'amore con la sua fidanzata (Natalie Portman). Subito dopo: il film, che vede Jack coinvolto nel tentativo di riprendere i rapporti, interrotti dopo la morte del padre, con due suoi scombinatissimi fratelli, Francis (Owen Wilson), il maggiore, e Peter (Adrien Brody), il minore. L'occasione dovrà essere un viaggio insieme, addirittura in India dove, fra l'altro, sanno che si è ritirata in un monastero induista la loro madre altrettanto scombinata (Anjelica Huston). Un viaggio soprattutto in treno, non come quelli, scalcinati e miseri che si vedono nei film indiani, ma coloratissimo, lussuoso, con servizi da alberghi a cinque stelle, su cui i tre si imbarcano equipaggiati con uno stuolo di bagagli variopinti e vistosi firmati tutti, addirittura, dal celebre e costosissimo Luois Vuitton. Da qui tutto il resto, tra avventure d'ogni tipo, disguidi non facilmente rimediabili, scontri spesso anche furenti tra quei tre fratelli ciascuno con caratteri l'uno diverso dall'altro e pronti così a sprizzare scintille ad ogni svolta. Una bizzarria, ma un po' anche una favola, tra un florilegio di situazioni per metà paradossali sostenute da scenografie scopertamente affidate a preziosi cromatismi e punteggiate da dialoghi tra la malizia e l'astuzia piegati soprattutto a far distinguere le fisionomie quasi surreali di quei curiosi personaggi, non dissimili, quando la incontreranno, da quella madre monaca indiana che sembra uscita da uno scherzo. Lo scherzo, accentuatissimo, lo si riconosce anche nei modi con cui i tre ci sono presentati: uno sempre a piedi nudi, l'altro con una scarpa diversa dall'altra e con giganteschi occhiali neri, il terzo con la faccia quasi nascosta dalle bende. Un gioco, insomma, in un film giocattolo.

Gian Luigi Rondi

 
Il Giornale, 1 maggio 2008

Che noia quei tre matti sul treno
Meglio cambiare stazione

Dicono (i critici) che sia un genio il giovane, ma ormai non più giovanissimo, supereccentrico regista americano Wes Anderson. Il pubblico va più cauto, dopo essersi moderatamente divertito con I Tenenbaum (2001), quello dove Gene Hackman e soci indossavano sempre lo stesso abito sgargiante, ed essersi annoiato a morte con lo scombinato Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004). Tanto per cambiare anche a bordo de Il treno per il Darjeeling gli sbadigli prevalgono di gran lunga sulle risate. Viaggiano verso l'Himalaya i tre fratelli newyorchesi Francis (Owen Wilson), Peter (Adrien Brody) e Jack (Jason Schwartzman), riuniti dopo tanto tempo per trovare mamma Patricia (Anjelica Huston), fattasi sorprendentemente suora, dopo che un taxi l'ha resa vedova. Il primo ha la faccia tutta incerottata per un incidente di moto; il secondo, che aspetta un bebè dalla compagna Alice, durante una sosta compra un serpente velenoso al mercato; il terzo flirta (eufemismo) nella toilette con la disinvolta hostess Rita. Costretti a una discesa anticipata per i troppi casini, diventeranno eroi per caso. Una sgangherata e folle commediola on the train anziché on the road, preceduta da un inutile corto parigino, dove, del terzetto dei protagonisti, è presente soltanto Jason Schwartzman, che in albergo si sollazza appassionatamente con la graziosa, pur se più scheletrica di un fantasma, Natalie Portman. Corto e film sono collegati, avverte una nota della produzione. Sarà. L'applauso più convinto va a Bill Murray, che al via perde il treno e sparisce di scena.

Massimo Bertarelli

 
Il Messaggero, 1 maggio 2008

Tre fratelli in carrozza fra nevrosi e stravaganze

Tre uomini su un treno, un lutto da superare, un bagaglio di nevrosi straripante come il loro set di valigie firmate. E l'India con il suo corteo di misteri. Perché il treno corre verso il deserto del Rajastan e il maggiore dei protagonisti, che sono fratelli, ha organizzato quella bizzarra riunione di famiglia per due ragioni esplicite e una meno.
Compiere tutti insieme "un itinerario di crescita spirituale". Recuperare il sentimento che lega quei tre fratelli così diversi e così ammaccati. E magari ritrovare la genitrice, che dopo la morte del capofamiglia è sparita in un monastero alle pendici dell'Himalaya.
Dopo la sbandata delle Avventure acquatiche di Steve Zissou, il più eccentrico dei due Anderson (non confondere col P.T. Anderson di Magnolia e del Petroliere) torna in sella con un film irresistibile che ricorda i Tenenbaum su un tono ancora più libero e lieve.
A ciascuno il suo: il biondo Owen Wilson è tutto bendato per i postumi di un terribile incidente in moto. L'allampanato Adrien Brody fugge (ma fugge davvero?) da una paternità indesiderata. L'erotomane Jason Schwartzman ascolta di straforo ogni sera la segreteria telefonica della sua ex Natalie Portman (visibile solo nel corto che dà il "la" all'intero film come un'ouverture); ma non può fare a meno di sedurre alla velocità del fulmine la deliziosa hostess indiana che allieta il viaggio distribuendo limonate e petali di rosa (Amara Karan).
Colorati come caramelle, malinconici come canzoni d'amore, esilaranti come cartoon, i film di Wes Anderson ruotano sempre intorno a famiglie di miliardari "fuori asse" che cercano il bandolo delle loro vite lussuose e disordinate. La formula evoca certe commedie svitate anni 40 come Lady Eva di Preston Sturges. Ma Anderson ci mette quel pizzico di contaminazione, geografica e autobiografica, che rende il tutto leggero e insieme struggente. Anche grazie alle musiche "rubate" ai classici del cinema indiano (ma la canzone chiave è la geniale Where do you go to di Peter Sarstedt) e a quei salti di tono dal battibecco alla tragedia c'è solo un attimo in cui Anderson riversa tutto il suo gusto per le maschere.
Perché naturalmente non c'è luogo meno adatto di una famiglia per portare una maschera, ma al tempo stesso nulla è più subdolo e tenace della maschera che presentiamo ai nostri consanguinei. Così anche quest'India fiabesca e tra virgolette finisce per intonarsi alle strampalate avventure del terzetto, fugando quel vago retrogusto yankee che poteva minare la simpatia e la credibilità, se non dei personaggi, dei loro sentimenti. Un tesoro di leggerezza e divertimento.

Fabio Ferzetti

 
La Repubblica, 1 maggio 2008

Il treno per Darjeeling
tre fratelli e l'India

Fratelli, treno e India sono le tre parole chiave del film di Wes Anderson e i cardini della sua leggera e scombinata comicità. I tre fratelli sono impersonati da Owen Wilson, Adrien Brody e Jason Schwartzman (protagonista di quel prologo "bollente" con Natalie Portman che, circolato per festival, è in realtà assente dal film).

Dopo la morte del padre i tre, tra i quali da un po' non corre buon sangue, si riuniscono e affrontano un viaggio iniziatico attraverso l'India (in treno) un po' per trovare la reincarnazione del genitore e un po' per ritrovare se stessi e l'armonia fraterna.

Avventure e incontri (con Bill Murray, attore feticcio di Anderson, e con Anjelica Huston nei panni della eccentirca mamma dei tre) fanno in realtà da cornice a un susseguirsi di quadri composti con il gusto della combinazione tra colori squillanti.

Umorismo tanto elementare quanto sofisticato, questo del regista che aveva impressionato tutti favorevolmente con "I Tenenbaum" e già deluso molti con il successivo "Le avventure acquatiche di Steve Zissou", incline al nonsense e nutrito di precedenti celebri come i film beatlesiani (e non solo) di Richard Lester.

Paolo D'Agostini

 
L'Espresso, 17 aprile 2008

Tre fratelli per caso

Ricordi di viaggio: Bill Murray che corre invano dietro il treno perduto. Seduzione della hostess ferroviaria indiana. Visita al tempio ("Un'esperienza che ci cambierà la vita"). Acquisto di un serpente. Consumo di farmaci indiani sospetti, pillole e sciroppi. Partecipazione al funerale d'un bambino. Madre che carezza i figli prima di scappare via lontano, il più lontano possibile da loro (è Anjelica Huston, grandiosa). Perdita del bagaglio, più e più volte. Traduzioni a volte sciagurate ("Potrei avere altri stuzzichini?", "Gli stuzzichini sono finiti?", "Dove hai messo gli stuzzichini?").

In un turbinare pubblicitario di Vuitton (valige, valigette, bauli, borsoni, tascapani), ripetendosi a vicenda "Ti voglio bene", tre fratelli che non si parlano da un anno fanno insieme un viaggio spirituale in India per ritrovarsi, per rivedere la madre esule mistica. Il viaggio diventa un'occasione per risultarsi reciprocamente insopportabili (è stato sempre così), per incoraggiare le pulsioni autoritarie del fratello maggiore che arriva persino a sequestrare tutti i passaporti, per aggravare la depressione degli altri due. Si ride? Francamente, poco: magari a causa degli interpreti, delle loro facce sempre ferme, chiuse e impassibili alla Buster Keaton. E poi, nonostante i bellissimi colori indiani, le avventure di viaggio...

C'è un'idea, in compenso. Anzi, un capovolgimento turistico: invece d'essere i turisti a spadroneggiare, a dare ordini o mance agli indiani locali, sono i nativi indiani a imporre la propria autorità, la propria cultura, le proprie vacche scheletriche, il proprio stile d'eleganza e di comportamento. Non è tanto poco.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2011