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Tacchino (Il)
di Georges Feydeaux
Corriere Lombardo, 21 dicembre 1957

Milanesi, voi non avete certo dimenticato il divertimento e il successo che avete decretato anni fa alla Pulce nell’orecchio. Ebbene, non lasciatevi scappare Il tacchino (1896) che, da ieri sera,  servito dalla Compagnia Volonghi-Buazzelli-Lionello, figura nel menù natalizio del teatro Olimpia. Se non altro, vi si offre l’occasione di allinearvi nuovamente sulle posizioni più avanzate dello snobismo teatrale contemporaneo. Sotto l’aspetto del nitore formale, dell’agilità del congegno, della inesorabile geometria, dell’accelerazione ritmica, la commedia di oggi supera, se possibile, quella di ieri. È la vertigine, il delirio, la follia comica allo stato puro.
Raccontarla? Una parola. Chi ci riuscirebbe? Vediamo un po’. Ma non si rischia che di metter confusione dove ce n’è già da vendere. Teniamoci all’osso. In sostanza, si tratta di due mogli, rigorose assertrici della legge dell’occhio per occhio e dente per dente; le quali hanno giurato di restituire, illico et immediate, il colpo, non appena venissero a scoprire che i loro consorti le tradiscono; e, come vendicatore, esse hanno scelto il medesimo uomo il quale al momento buono si trova a non poter far onore all’impegno per eccesso di recenti fatiche lectularie. Lo spunto non è certo peregrino. Misericordia! bisogna vedere che macchina infernale esso riesce a mettere in movimento: gli incidenti, gli accidenti, le complicazioni, i contrattempi, gli equivoci; la varietà dei personaggi; l’invenzione caricaturale, le svolte, le sorprese, gli estri del dialogo. Tutto è previsto e tutto risulta inaspettato, scaturito lì per lì dalla frenesia del caso che si diverte a rendere logico l’illogico e ragionevole l’assurdo.
 Al secondo atto c’è, come al solito – poteva mancare? – la consueta camera d’albergo dove si sono dati convegno due tremebondi amanti – lui, fra l’altro, vittima ricattata e restia di una frenetica inglese che lo terrorizza con la minaccia di un suicidio se si rifiuta di piegarsi alle sue voglie. Sembra di essere non in una compiacente stanza da letto, bensì in piazza dell’Opéra nelle ore di punta o sulla pista del circo Medrano. Concorrendo errori di prenotazione, sbagli di numero e altri giustificabilissimi errori, entra esce, va viene, si corica si alza, si minaccia si accarezza, si insulta si corteggia, si veste si sveste si cerca si perde la gente più disparata ed eterogenea sempre a due a due, maschio e femmina beninteso, in un flusso inesauribile, nel modo più spontaneo e naturale del mondo; tanto più verosimile quanto più incredibile, come se si trattasse del passeggio in galleria.
È, in fondo sempre, la medesima situazione che si ripete, ed è sempre nuova e diversa. E il curioso è questo: che, decisi a consumare una colpa, mai nessuno né riesce né vuole compierla. Non c’è, in tutta la commedia, un uomo che, trovandosi solo con una donna, non si lanci, un attimo dopo, repentinamente alla sua furibonda conquista. Sembrano preda, tutti, della cantaride. Ebbene, se dal punto di vista delle intenzioni sono degli spaventosi peccatori contro il sesto e il nono comandamento, dal punto di vista delle azioni ne escono innocenti come angioletti, talché, al tornare della pace coniugale, nell’ultima scena, nessuno ha fatto il più piccolo torto al coniuge; e colui che doveva raccogliere il saporito frutto delle femminili vendette può dire malinconicamente di essere come il tacchino destinato a covare le uova altrui senza profitto proprio. E la commedia, dalla facciata estremamente scabrosa, nasconde un interno estremamente candido.
Stupisce, in questo narcisismo formale di una comicità esaltata di sé medesima e che, nel timore di scadere da una sorta di pura sfera ideale, evita meticolosamente – ed è la sua grave limitazione – di degradarsi al contato della realtà umana, la facoltà del dialogo di accendere, si direbbe suo malgrado, fugaci e subitanee scintille di verità psicologica e vescicanti puntualizzazioni di costume d’una sottile e finissima qualità. Si rinnova, ancora una volta, la solita impressione che accompagna questi giochi gratuiti fine a sé stessi. Per la monotonia onde esse si passano, dall’una all’altra le medesime, due o tre, convenzionali situazioni di partenza – non sono di più – si devono giudicare commedie squallidamente povere e destituite di fantasia. Per l’inesauribile efflorescenza della inventiva marginale, dei tipi, dei particolari umoristici, delle complicazioni; per ciò che, in termini musicali, si direbbe il virtuosismo delle variazioni, esse appaiono stupefacentemente ricche e ridondanti di immaginazione.
Sandro Bolchi, non mai lodato abbastanza per essersi mantenuto estraneo alle tentazioni intellettualistiche di cui la moda tende ad investire la rivalutazione di Feydeau, ha lasciato libero il copione alle leggi della propria accelerazione, con orecchio assai attento; ed ha conferito ai personaggi un corposo rilievo realistico dalle robuste sottolineature caricaturali.

Di rapinosa forza comica Lina Volonghi, nella raffigurazione maniaca di una scombinata inglese dai furori sentimentali; e quanto umoristicamente ambiguo e caricaturalmente elegante, Tino Buazzelli che è stato la sua vittima rassegnata. Né da meno sono risultate la comicità svagata ed espansiva di Alberto Lionello e la femminile puntigliosità di Dina Sassoli, l’esagitazione turbolenta del Mantesi, l’aggressiva incisività della Nuti; come la puntuale caratterizzazione e la colorita eccentricità della Gherardi, del Carloni, del Talentino, della Pizzorno, della Bettini, del Pescara, del Germiniani, del Cataneo, del Pistone, del Foglino; e le acconce scene e i gradevoli costumi di Gianfranco Padovani. Successo? Non si domanda nemmeno. 
   
© Sipario 2011