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Sole nero (Il)
di Krzysztof Zanussi
con Valeria Golino, Kaspar Capparoni, Lorenzo Balducci, Italia-Francia, 2007.
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L'Espresso, 22 giugno 2007
Gli amanti del sole nero
Nel nuovo film di Zanussi, c'è qualcosa della staticità sontuosa dell'opera lirica. E a seguire la tragedia che racconta ci si ritrova in un continente seducente e sconosciuto
Una lunga scena d'amore coniugale apre 'Il sole nero' di Krzysztof Zanussi. Nuda, una giovane coppia si sveglia tra le lenzuola di raso azzurro, in una casa oscura ricca e pesante. I due si sorridono, si parlano, si carezzano, mangiano, ridono, si adorano, scappano, si toccano, si lasciano andare a giochetti, mossette, scherzetti. La nudità di Valeria Golino e di Lorenzo Balducci lascia capire che i personaggi sono simbolici: rappresentano l'Innocenza, magari la Felicità? Un po' facile.
Qualche momento dopo, il marito riceve una pallottola in fronte e muore. Lei, disperata, promette vendetta. L'assassino è l'uomo che li spiava dalla finestra di fronte: una pulsione di rancore, invidia e odio lo ha travolto di fronte alla gioia vitale della coppia. Lei lo cerca, lo trova al mare. Indossa l'abito da sposa, ha con sé un fucile. Non gli spara, né spara a se stessa. Scivola da una scogliera (o forse si getta) e muore. Siamo così disabituati al linguaggio metaforico, ai film morali e simbolici, allo stile delle parabole, che si stenta a capire: il Male distrugge la Vita e non riceve castigo per il suo crimine?
Forse. Ma c'è qualcosa di strano in questo 'Sole nero' tratto da un testo teatrale di Rocco Familiari, girato da Krzysztof Zanussi in Umbria e in Sicilia, in parte prodotto dai francesi, ma soprattutto dagli italiani, evocazione della staticità sontuosa dell'opera lirica. È comunque interessante seguire una tragedia così remota dal realismo quotidiano e dalla minuta razionalità che caratterizzano il cinema e la televisione contemporanee: sembra di trovarsi in un continente straniero, seducente e sconosciuto.
Lietta Tornabuoni
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Il Manifesto, 15 giugno 2007
Zanussi accende il sole nero, film di mistero e fede
Melodramma e teatro, una difficile sintesi per il cinema, ed è un sollievo vedere come Krzysztof Zanussi conduce, da maestro, il set di Il Sole nero (Czarne Slonce). Sembrerebbe inebriato di arte italiana e di teatro shakespeariano, di paesaggi barocchi (con Valeria Golino presa dal coro dei Serafini), ma sappiamo che tiene molto sotto controllo gli elementi del suo narrare. Il film si apre su un Romeo e Giulietta in ambiente caravaggesco, lontani da famiglie intriganti e frati impiccioni: sono Agata e Manfredi, immersi nella loro storia d'amore di sposi novelli ma la felicità anche per loro è un lampo, spezzata da una pallottola vagante. Antinaturalistico e per niente interessato al cinema di genere, inizia sulla possibilità della perfetta simbiosi di un amore quasi mistico e procede con la problematica della vendetta, del perdono, della giustizia imperfetta. Zanussi aveva realizzato negli Usa un film di genere, Catamount killing (1974) addirittura tratto da J.H. Chase, un magnifico giallo con un destino di sconfitta, come sempre nei suoi romanzi: il film si concentrava sulla difficoltà di uccidere un uomo, scena pregnante di giudizi morali e cinematografici (al cinema si uccide infatti con estrema facilità). Qui il colpo sparato da Kaspar Capparoni - Salvo, belva umana, per colpire un giovane troppo felice e fortunato è preciso e in grado di fulminare il dormiente con ancora il sorriso sulle labbra per il bel sogno che stava facendo («Lui se ne stava lì al sole mentre io soffrivo come un cane» come avrebbe detto Caino di Abele). E il balcone della scena non è un dettaglio, nella filmografia del regista, luogo di realtà fenomenica apparentemente spirituale. L'indagine non scatta repentina, qui si sta parlando di «sole nero», di quando anche la luce perde consistenza, del senso della giustizia degli uomini, della forza primordiale della vendetta, del perdono umano e del perdono divino per i suicidi, i casi «speciali». Ci sembra un ambizioso film sulla perdita della Grazia e sui tormenti dell'umanità nel trovarsi in uno stato di buio dell'anima (la scena finale è un interessante dibattersi, anche rispetto al testo), film religioso con indicazioni ben costruite in forma di parabola. La morte era una tematica psicologicamente svelata da Zanussi in La vita come malattia sessualmente trasmessa (2000), qui si crea una distanza con l'oggetto fisico del racconto, come di ombra o ricordo o di fatto che riguarda solo la sfera spirituale. Film poco comprensibile a chi è sprovvisto di educazione cattolica, non abbia una mente disposta ad accogliere il dubbio, non riconosca i riferimenti iconografici, ma c'è un incontro possibile sul senso della sofferenza, della giustizia umana e della morte degli innocenti. In mancanza anche di questo livello, la verosimiglianza diventerà l'unico volgare appiglio.
Silvana Silvestri
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Il Tempo, 17 giugno 2007
Il dramma immaginario nel «Sole» di Zanussi
La vendetta, il perdono, la disperazione per un lutto che potrebbe anche portare al suicidio. Questi i temi ripresi da Krzysztof Zanussi da un testo teatrale di Rocco Familiari che poi li ha riscritti insieme con lui per il cinema. Si comincia con un «amour fou». Fra Agata e Manfredi, due giovani coniugi cui non manca nulla, né bellezza né ricchezza né, soprattutto, una totale, reciproca dedizione, pronta a fugare ogni più piccola nube. Ma ecco che arriva la più tragica e la più inattesa (anche se la madre di lei l’ha sognata). Un drogato ostile a tutto e a tutti che abita di fronte ai due, perfidamente invidioso della loro felicità, evidentissima, uccide Manfredi con una fucilata esplosa da lontano. Agata, sulle prime, quasi impazzisce, rifiuta di credere in quella realtà e continua a rivolgersi al marito come se fosse vivo, ma quando è costretta ad arrendersi all’evidenza eccola darsi ossessivamente un solo scopo, la punizione dell’assassino. Una punizione, però, le dice il commissario che indaga, difficilmente pari all’odio di cui è pervasa, così Agata non tarda a decidere di farsi giustizia da sé. Non indica alla polizia l’assassino, neanche quando si finisce per sospettare del drogato, e si mette a cercarselo da sola, armata di un fucile in cui è arrivata a inserire una cartuccia ottenuta con la pallottola che aveva provocato la morte di Manfredi. Quando però lo trova e si è bene accertata che si tratti proprio di lui, anzichè ucciderlo, medita di rivolgere l’arma contro sé stessa. Ma la conclusione - probabilmente - non sarà quella... Un finale a differenza di come accadeva in teatro, se non aperto almeno sospeso. In cifre di ambiguità e di tensioni che si dipanano lungo tutta la storia, qual volta come in una tragedia greca, con personaggi di contorno quasi in veste di coro, là all’insegna di quell’amore devastante in cui la morte chiama solo la morte. Senza possibilità di alternative. Zanussi, anche se non sempre il testo ha assecondato i suoi impegni, ideologici ed estetici, è riuscito comunque a proporci un dramma in cui, specie la protagonista, arriva a convincere (e perfino a commuovere) non solo con le sue straziate e poi esasperate decisioni, ma per quel suo muoversi quasi impalpabile in una realtà lasciata attraversare anche da visioni: a suggerire un mondo «altro» sia pure solo immaginario. Lo esprime, con grande vitalità drammatica, la nostra Valeria Golino, perfettamente in armonia con il «sole nero» del titolo e le immagini buie ma sontuose con cui glielo ricrea attorno la bella fotografia di Ennio Guarnieri. Uno dei segni forti del film.
Gian Luigi Rondi
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