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Il Sogno del Principe di Salina: l'ultimo
Gattopardo
scene: Carmeo Giammello
costumi: Andrea Viotti
elaborazioni musicali: Paolo Cillerai
progetto luci: Jurai Saleri
regia: Andrea Battistini
con Luca Barbareschi
Napoli, Teatro Bellini, dal 23 ottobre 2007
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Giornale
di Sicilia, 20 agosto 2006
Prendendo spunto da lettere e documenti inediti
forniti dagli eredi, non tralasciando evidentemente il
romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
Andrea Battistini ha scritto un testo autonomo mettendolo
in scena in prima nazionale nel Teatro greco di Taormina,
avendo come interprete il temperamentoso Luca Barbareschi
nei panni del personaggio principale ovvero don Fabrizio
Corbera principe di Salina. Si fanfare per tutte le tre
ore di spettacolo la sontuosa scena di Carmelo Giammello,
costituita da un grande ovale centrale preso a prestito
da quei finestroni di architetture barocche o da quelle
antiche cornici che racchiudevano i dagherrotipi di funeree
coppie in grottesche pose, riccamente decorata con ampi
tendaggi e mobili d’antan e all’interno della
quale si svolgono i fatti raccontati in questa versione
del Gattopardo che non si discosta molto invero
dal noto romanzo, tanto da scatenare le ire del presidente
della Titanus, Guido Lo Porto, che da 47 anni, tramite
il padre Goffredo, detiene i diritti del romanzo e di ogni
tipo di sfruttamento. E che rischia, la miccia che s’è venuta
ad innescare, di far naufragare nella baia di Taormina
i sogni esterofili del regista e del gigioneggiante Luca
Barbareschi che butta in farsa molte battute del suo principe
di Salina. Ma a parte la querelle, lo spettacolo spicca,
in particolare, per la bellezza dei costumi di Andrea Viotti,
per il resto si trascina avanti seguendo il ritmo del romanzo.
La sensazione che si ha è quella d’assistere
a dei tableaux vivants che non hanno niente di proustiano
o di tomasmanniano, che durano il tempo di un’aria
o d’una ballata tanto da indurre il pubblico ad applaudire
ad esecuzione avvenuta. Solo in due casi l’applauso è stato
spontaneo: quando l’ottimo Totò Onnis nei
panni del rozzo don Calogero Sedara elenca a don Fabrizio
Corbera la cospicua dote che darà alla figlia Angelica,
(legnosetta Bianca Guaccero, forse pure emoziata e con
un filo di voce) quando andrà sposa del principino
Tancredi Falconeri ( non luccica di luce propria Alfredo
Angelici) e quando Luca Barbareschi nel rifiutare con molta
convinzione il seggio di senatore offertogli dal funzionario
piemontese Chevalley (anche Adolfo Fenoglio rimane in ombra)
descrive il carattere pittoresco dei siciliani che mai
riusciranno a cambiare perché troppo perfetti. Si
voglia o no, chi mette in scena qualcosa che ha a che fare
con Il gattopardo, lo ha fatto Franco Enriquez
e poi Turi Ferro e poi ancora al cinema Roberto Andò con Il
manoscritto del principe, deve fare i conti col film
del 1963 di Luchino Visconti che vinse a Cannes la Palma
d’oro. Sarà stato pure un cow boy ubriaco
Burt Lancaster, ma in quel film è stato un superbo
principe di Salina, in grado di far capire come quel suo
mondo aristocratico puzzasse di putredine e come dopo i
gattopardi e i leoni, quelli che l’avrebbero sostituito
nient’altro sarebbero stati che sciacalletti e iene.
C’era in Visconti ma anche qui nella regia di Battistini
una critica all’immobilismo e al trasformismo politico
( “Se vogliamo che tutto rimanga com’è,
bisogna che tutto cambi”) tanto da rendere attualissimo
sia lo spettacolo che il romanzo, ma di sogni del principe di
Salina se ne sono visti pochi, rimanendo un po’ in
ombra il senso onirico dell’opera annunciato alla
vigilia. La sensazione infine che se ne ricava è d’avere
assistito ad uno spettacolo supponente, privo della famosa
scena del ballo, con le musiche di Paolo Cillerai che non
sono certamente quelle di Nino Rota, così dicasi
per le luci di Pietro Sperduti che lasciava in ombra spesso
i protagonisti, alcuni dei quali non si facevano
udire dal pubblico che li ha più volte richiamati con
sonori “voce,voce”.
Gigi Giacobbe
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Il Mattino, 25 ottobre 2007
L'apertura della Stagione del Bellini
Barbareschi, un Gattopardo fra teatro e sceneggiato TV
Cercate uno spettacolo di quelli che garantiscono un consumo facile
e rassicurante, uno spettacolo che sazi senza appesantire, che non regali
colpi d'ala ma nemmeno infligga cadute di tono? «Il sogno del principe
di Salina: l'ultimo Gattopardo» - l'allestimento che ha aperto
la stagione del Bellini - fa perfettamente al caso vostro. Si tratta,
in breve, di un equivalente dello sceneggiato televisivo che, però,
non dimentica le ragioni specifiche del teatro. Ciò che significa
da un lato una confezione accattivante e dall'altro la capacità di
non trascurare i temi profondi del romanzo di Tomasi di Lampedusa, che
sono quelli del tempo e della morte: giuste le due battute-chiave pronunciate,
appunto, dal principe Fabrizio Corbera, «Non era lecito odiare
altro che l'eternità» e «Finché c'è morte
c'è speranza». A un simile risultato concorrono, insieme,
l'adattamento di Andrea Battistini, che si giova anche delle lettere
dell'autore e di altro materiale documentario fornito dal figlio adottivo
Gioachino Lanza Tomasi, e l'allusiva scenografia di Carmelo Giammello,
in cui le pareti di fondo delle stanze, nel palazzo di Donnafugata, appaiono
inclinate all'indietro, quasi stessero per abbattersi e rivelare, così,
un orizzonte sconosciuto. Non trascurabili, per di più, sono le
invenzioni con cui, in quanto regista, Battistini illumina i passi decisivi
del «Gattopardo»: vedi, tanto per fare solo un esempio, quella
che nel finale trasferisce don Fabrizio dal letto a una sedia isolata
al proscenio, e dal monologo alla descrizione della propria morte in
terza persona, quasi che già sia separato da sé. E il resto,
s'intende, è affidato all'interpretazione di un Luca Barbareschi
(nella foto) particolarmente intenso, che sposta il Gattopardo sul terreno
del risentimento e del sarcasmo pur senza dimenticarne i risvolti ombrosi
e, di più, dolorosi. Più scadente il resto della compagnia
rispetto alla prima edizione dello spettacolo che aprì un anno
fa la stagione del Verdi di Salerno. Non a caso i migliori sono i superstiti
Totò Onnis (Calogero Sedara), Alessandro Buggiani (Ciccio Tumeo)
e Gugliemo Guidi (Padre Pirrone). Molti, comunque, gli applausi alla «prima».
Enrico Fiore
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