“Il sangue dei vinti”, solo propaganda
Altro che film, questa è una fiction. Faziosa, grossolana, imbarazzante perfino a destra. Ispirato al bestseller di Giampaolo Pansa, diretto distrattamente da un professionista come Michele Soavi, stroncato a 360 gradi alla Festa di Roma, Il sangue dei vinti voleva illustrare le ragioni di chi scelse Salò. Ma si limita a fare propaganda. Così gli italiani sono innanzitutto vittime degli stranieri, nazisti da una parte, alleati dall’altra (massima insistenza, nel prologo, sugli effetti del bombardamento di San Lorenzo, ma non una parola sulle cause di quell’atto di guerra). Le famiglie sono lacerate: qua il fratello partigiano, là la sorella repubblichina, in mezzo il primogenito poliziotto(Michele Placido), che non essendo “mai stato nero né rosso” dovrebbe garantire l’imparzialità (c’è anche un delitto naturalmente, l’assassinio della prostituta Barbora Bobulova). I partigiani però sono belve sanguinarie, tanto che pur di non cadere in mano loro il babbo eroe della Grande Guerra (nonché mutilato) si uccide con la moglie (Philippe Leroy e Giovanna Ralli), mentre i “banditi” (la parola ricorre) già sfondano le porte di casa loro... Eccetera. E sì che il primo a parlare di guerra civile fu lo storico progressista Claudio Pavone. Che tristezza.
Fabio Ferzetti