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Il Sacro segno dei mostri
regia: Danio Manfredini
con Simona Colombo, Cristian Conti, Afra Crudo, Vincenzo Del Prete, Danio Manfredini,
Giuseppe Semeraro, Carolina Talon Sampieri
luci: Maurizio Viani
Modena, Teatro delle Passioni, 19 e 20 ottobre 2007
Milano, Teatro dell'Elfo, dal 5 al 17 febbraio 2008
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www.Sipario.it, 3 aprile 2008
Appunti sparsi sulla follia, sugli incontri manicomiali di un giovane Danio Manfredini, impegnato a tenere laboratori di pittura in manicomio: questo è Il sacro segno dei mostri. Lo spettacolo ha una sua bellezza estetica e un suo commovente afflato etico che Danio Manfredini sa costruire con abilità di pittore, presentando al pubblico la rievocazione di quei ‘mostri’ carichi di dolore e di fame d’amore. Proprio questo aspetto autobiografico è al tempo stesso il maggior pregio e il maggior difetto della messinscena di Danio Mafredini, prodotta da Ert e Ctb. Il sipario si alza sulle note strazianti di chitarra suonate da un ragazzo che non si fatica a intuire come l’alter ego di Manfredini che riserva per sé il ruolo di una donna su una carrozzella caratterizzata da un erotismo mistico, salvo quando chiede a Danio di fare l’amore con lei e denuncia l’omosessualità di lui. Gli attori Simona Colombo, Cristian Conti, Afra Crudo, Vincenzo del Prete, Giuseppe Semeraro, Carolina Talon Samperi danno corpo ad una serie di ritratti della follia che hanno una forza fisica che commuove, un’intensità che ben racconta della solitudine che si vive e respira fra le pareti manicomiali. Manfredini propone il suo personaggio su carrozzella con uno stile straziante e ironico, in cui la ferocia del dolore si sposa col sorriso della smorfia del volto che soffre. Solo questo basta per applaudire con affetto l’attore e la sua ricerca. Il sacro segno dei mostri procede per quadri, mostra una realtà di solitudine e la intreccia col teatro, col respiro dell’arte, la ricerca di quella bellezza che potrebbe salvare il mondo. Si assiste allo spettacolo di Manfredini con sguardo commosso e compassionevole, ma ciò che alla fine manca è la ‘giusta distanza’ che permette di mediare il proprio sé e la personale esperienza con un fare poesia e arte che possa appartenere a tutti. L’eccessivo autobiografismo toglie allo spettacolo quelle aperture di senso e di poesia che sono proprie del teatro di Danio Manfredini e, a tratti, lo appiattisce su un descrittivismo fine a se stesso che spiega tutto per fedeltà alla storia personale dell’attore.
Nicola Arrigoni
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Corriere della Sera, 7 febbraio 2008
Che bravo Manfredini tra «Mostri» da capire
Nato dall' esperienza dell' artista che per più di dieci anni ha tenuto corsi di pittura in un ospedale psichiatrico, «Il sacro segno dei mostri» di Danio Manfredini è una sorta di diario dell' anima di un giovane che a contatto con donne e uomini con gravi disturbi, amorevolmente, li accetta, li vede vivere una vita di incubi e incertezze, di rabbie e dolori, di ossessioni e disperazioni, di violenza e solitudine, di desideri e disillusioni. L' alter ego dell' autore, un attore sempre silenzioso con il volto coperto da una maschera, l' unico ad averla, quasi la verità della follia fosse la più forte, la più umana, partecipa alla vita della comunità con affetto e la capacità di rispettare l' altro, di non considerarlo un escluso, un essere senza sentimenti e ragione ma una persona. In una sorta di bianca stanza della mente si muove una varia umanità, esagitati, catatonici chiusi nel loro impenetrabile mondo, donne e uomini che reclamano amore, sesso, un giovane intellettuale, una anziana donna senza una gamba. Con i suoi bravi attori Manfredini, che riserva per sé il personaggio toccante per verità e profondità della donna in carrozzella, costruisce uno spettacolo emozionante che spalanca le porte di un universo e lo fa con intelligenza, sensibilità, senso della misura, riuscendo a farne intuire la sconvolgente complessità.
Magda Poli
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Corriere della Sera, 28 ottobre 2007
«Il sacro segno dei mostri» di Danio Manfredini a Modena
Il dolore della follia, con amore
In una bianca stanza le cui alte pareti si aprono e si chiudono su neri
corridoi, Danio Manfredini compone frammenti di vita che raccontano
con cruda verità il mondo inquietante della malattia mentale.
Il sacro segno dei mostri, nato dall' esperienza dell' artista che
per più di dieci anni ha tenuto corsi di pittura in un ospedale
psichiatrico, è una sorta di diario dell' anima di un giovane
che a contatto con donne e uomini con gravi disturbi, amorevolmente,
lucidamente, li accetta, li osserva, li vede vivere una vita di incubi
e incertezze, di rabbie e dolori, di ossessioni e disperazioni, di
violenza e solitudine, di desideri e disillusioni. Così l' alter
ego dell' autore, un attore sempre silenzioso con una maschera sul
volto, l' unico ad averla, quasi la verità della follia fosse
la più forte, la più soffertamente umana, partecipa alla
vita di questa comunità con la sua carica affettiva, la sua
capacità di rispettare l' altro, di non considerarlo un escluso,
un essere senza sentimenti e ragione ma semplicemente una persona:
norma e devianza si rivelano poli contrari e al tempo stesso equivalenti
di una realtà unica. Nell' abbacinante, asettica stanza della
mente si muove una varia umanità, esagitati che girano in tondo
in corse ossessive, catatonici chiusi nel loro impenetrabile mondo,
ragazze che reclamano amore, sesso, uomini ossessionati dall' essere
altro da sé, un giovane intellettuale, drammaturgo di un sogno
di teatro, una anziana donna senza una gamba costretta su una carrozzella
che reclama anche lei amore, sesso, vita. Litigano, comunicano e non
comunicano, scherzano, giocano, soffrono chiusi nei loro universi ma
tutti vivono la presenza del giovane Dario, con i suoi colori e le
sue tele, come un momento di libertà. Manfredini riserva per
sé il personaggio della donna in carrozzella, un personaggio
toccante per verità e profondità, una donna che dietro
il suo bisogno d' amore e di contatto, dietro la sua fatica di vivere,
disvela la fragile e tenace, violenta e delicata, perversa e innocente
grandezza dell' uomo. E con i suoi bravi attori Manfredini costruisce
uno spettacolo emozionante che spalanca le porte di un universo e lo
fa con intelligenza, sensibilità, senso della misura, riuscendo
a farne intuire la sconvolgente complessità.
Magda Poli
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