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Resto della notte (Il)
di Francesco Munzi
con Sandra Ceccarelli, Aurèlien Recoing (Italia, 2008)
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Corriere della Sera, 20 giugno 2008
Il Nord di Munzi come una ragnatela
Che bell'occhio di cinema ha Francesco Munzi, come riesce ad esprimere l'invisibile ragnatela dei rapporti, come riempie i silenzi, come evita moralismi da nord est senza far sconti a nessuno, senza giudicare. Nel film di ragione e passione ci sono tre gruppi, tutti vinti: famiglia borghese paralizzata in patologico terrore (che brava la Ceccarelli!); il gruppo rumeno e un cocainomane nostrano che porta tutti nel baratro. Munzi è autore che sintetizza, non alza la voce e non mostra neppure la scena madre se non negli occhi di un testimone. Il suo film rimbalza dentro proprio perché privo di retorica ma pieno di quella verità che spesso viviamo nell'incertezza di una soluzione morale o sociologica che non arriva. E' proprio questa voglia di ragione, questa pìetas verso tutti e nessuno che ci porta il film vicino al cuore anche se non ha esborsi emotivi, ma solo la forza dell'occhio che guarda.
VOTO: 8
Maurizio Porro
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Il Mattino, 14 giugno 2008
Il problema immigrati e le radici della paura
La paura. «Il resto della notte» tenta di sondare questo sentimento che ci attanaglia tutti, un sentimento viscido e ossessivo e tuttavia concreto nonostante gli inutili (perché retorici e ideologici) appelli delle anime belle alla solidarietà e alla tolleranza. Già autore di «Saimir», Francesco Munzi ambienta il film in un contesto urbano che funge da specchio delle contraddizioni giunte al punto di rottura nelle comunità del nord: immigrati clandestini e ricchi industriali, ghetti sordidi e promiscui e blindate ville superlusso, tossicomani irrecuperabili e giovani ingenui e innocenti condannati a perdere la speranza. «Il resto della notte» è girato con impressionante aderenza alle persone e alle cose, con un piglio, cioé, materico e spoglio che rende autentica la tensione: la credibilità è, insomma, assicurata perché lo stile coincide con le parole, i gesti, i corpi, gli sguardi dei personaggi. Meno riuscita appare la sceneggiatura che apre molte parentesi, ma non ne chiude neppure una: la signora nevrotica Sandra Ceccarelli, il bravo cittadino Aurélien Recoing con l'inquieta amante Valentina Cervi, il piccolo criminale strafatto Stefano Cassetti e il torvo gruppetto dei rumeni dovrebbero uscirne come personaggi complessi e ambigui, vittime e carnefici allo stesso tempo, ugualmente costretti dalla «sporca società» a dilaniarsi tra loro come topi in gabbia. In realtà non ci riescono: si capisce come la paura produca terribili lacerazioni collettive e individuali, ma non si capisce come l'autore pretenda di penetrarla, emendarla o addirittura riscattarla.
Valerio Caprara
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L'Unità, 12 giugno 2008
Leghisti, andate a vederlo
Sul set di Il resto della notte, il film di Francesco Munzi che esce in 60 copie oggi nei cinema italiani, una sera si sono presentati i carabinieri: cercavano una certa Laura Vasiliu, e volevano arrestare l'attrice protagonista del film. Convincerli che si trattava di un caso di omonimia non è stato semplice: per le forze dell'ordine - e per molti italiani incarogniti, alcuni con incarichi di governo - un romeno è colpevole finché non può dimostrare di essere innocente. Pensare che Laura Vasiliu è un'attrice da Palma d'oro: era la brunetta di 4 mesi 3 settimane 2 giorni, lo strepitoso film romeno di Cristian Mungiu che ha trionfato a Cannes nel 2007. Francesco Munzi racconta così il suo casting: «Sono andato a Bucarest due volte nel 2007, in inverno e poi in primavera, poche settimane prima che 4 mesi andasse a Cannes. Ho incontrato molti attori, e ho scelto Laura Vasiliu per il ruolo di Maria, la cameriera licenziata dalla famiglia borghese che la sospetta di essere una ladra; e Constantin Lupescu per la parte di Ionut, il suo fidanzato. Sono due professionisti, mentre Victor Cosma, il fratello minore di Ionut, è un esordiente che non aveva mai recitato. Si parlava molto di 4 mesi, e il provino di Laura si è svolto in un appartamento che era anche la base logistica di Mungiu: quando poi il film ha vinto a Cannes, ho provato un pizzico d'invidia perché avrei voluto scoprirla io... ma sono stato anche molto felice per lei, che è molto brava e ha un grande futuro. Bucarest sta cambiando in modo radicale, c'è vivacità, si fa cinema come lo si faceva da noi molti anni fa, con creatività e senso dell'avventura».
Il resto della notte, passato alla Quinzaine di Cannes, è un film notevolissimo: ne abbiamo parlato in occasione del festival e ora ci piace ridefinirlo come un'opera/ponte fra due paesi, Italia e Romania, che hanno un disperato bisogno di parlarsi e di capirsi, al di là delle semplificazioni giornalistiche (e della partita da ultima spiaggia che li vedrà opposti, venerdì, agli Europei di calcio). La storia parte da una coppia di borghesi annoiati (Sandra Ceccarelli e Aurélien Recoing) che licenziano la cameriera Maria (Vasiliu, appunto), convinti che abbia rubato. Maria torna dal fidanzato Ionut (Lupescu), un balordo che vive di furtarelli, complice di un italiano (Stefano Cassetti) più disonesto e scoppiato di lui. I due ladri, sentendo raccontare di quella villa in collina piena di «roba», pianificano il colpo della vita: ma tutto, o quasi tutto, va a rotoli... Ben scritto, ben recitato, Il resto della notte eredita da Saimir - l'opera prima di Munzi - uno sguardo lucido e non retorico sul mondo degli immigrati e una capacità non comune di catturare la realtà; vi aggiunge un senso del racconto che sconfina nel cinema di genere - in fondo, si tratta di un giallo - e segna, negli stessi giorni di Gomorra, una via importante per il cinema italiano contemporaneo. Da vedere.
Alberto Crespi
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Corriere della Sera, 13 giugno 2008
Quei romeni a tinte forti
Nella nevrotica incarnazione di Sandra Ceccarelli, l' agiata damazza Silvana Boarin è una rompiscatole bella e buona. Perennemente irritata e malmostosa, pur vivendo in una villa supermoderna sulla collina torinese, non sembra apprezzare gli sforzi del marito Giovanni (Aurélien Recoing) per farla contenta. Finché se ne viene fuori denunciando la sparizione di un paio di preziosi orecchini, con implicita e inevitabile accusa alla cameriera. Ma la povera Marja (Laura Vasiliu, ereditata dall' inquietante 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni) è talmente ammodino, gentile e indifesa che ti schieri subito dalla sua parte; ed è fremendo che la vedi subire con la rassegnazione degli umili l' onta del licenziamento. Giureresti, insomma, di aver assistito a una tipica ingiustizia da romanzo popolare, ma Francesco Munzi autore di Il resto della notte ha in serbo una delle tante sorprese del film. Non svelerò quale, mi limito a dire che i famosi orecchini sono destinati a ricomparire. Scesa in città senza sapere dove andare a sbattere, Marja torna fatalmente fra le braccia di Ionut (Costantin Lupescu), un pendaglio da forca legato a doppio filo con un altro balordo oppresso da problemi personali, Marco (Stefano Cassetti). A completare il gruppuscolo si aggiunge Victor (Victor Cosma), il fratello minore di Ionut che scalpita per diventare un gangster anche lui. Dal momento in cui la cameriera disoccupata torna a fare il nido nell' ambientaccio al quale si era sottratta, l' amante ha l' idea di utilizzarla. Un po' per spirito di vendetta e un po' perché il piano può essere facilitato dalle dritte della donna, i malviventi si organizzano per svaligiare casa Boarin. A questo punto la storia sta già sullo scivolo e si consumerebbe più rapidamente se il film non si estenuasse su vari percorsi marginali. Come il rapporto disastrato fra Marco e il figlioletto. O come la passioncella extraconiugale di Giovanni per una segretaria, una figuretta che nella sua inutilità spreca il talento di Valentina Cervi. Il vero problema di Il resto della notte è però un altro; e cioè quello che negli uggiosi dibattiti sessantottini veniva chiamato «l' uso politico del film». Su tale terreno, al di là delle ineccepibili intenzioni dell' autore, il film rischia di alimentare la cultura del sospetto e addirittura la xenofobia. Perché alla luce di ciò che accade sullo schermo, chi in prima battuta ha giudicato incivile l' atteggiamento della padrona verso la servetta scacciata e senza colpa è costretto a ricredersi; e ditemi voi se uscendo dal cinema qualcuno avrà ancora la tentazione di mettersi in casa una quinta colonna della malavita di Bucarest. Per carità, nel racconto non c' è niente di falso e neppure di veramente inventato. «Furti in ville al Nord. 9 arresti a Torino»: la notizia del 7 giugno riguarda la scoperta di una banda italo-rumena che rubava negli appartamenti di persone facoltose utilizzando varie talpe fra cui (guarda un po' ...) badanti e colf. È chiaro che Munzi si è imposto di ricostruire plausibilmente una realtà possibile, mettendo in fila i fatti e concedendo a ciascuno le sue pur discutibili motivazioni. Questo atteggiamento, unito alla singolare capacità di confrontare la vita dei felici pochi con quella dei reietti, è senz' altro la prova di un talento sveglio. Per non parlare dei notevoli valori di messinscena (recitazione, ambientazioni, fotografia notturna) e della finezza di far svolgere la mattanza finale fuori scena come nella tragedia classica. Permane tuttavia la fastidiosa sensazione che Il resto della notte, nell' affrontare un problema fra i più scottanti, rischi di portare acqua al mulino dell' estremismo leghista.
Tullio Kezich
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Il Messaggero, 13 giugno 2008
L'Italia degli immigrati come non s'era mai vista
Un padre drogato e delinquente che farebbe qualsiasi cosa per il figlio bambino, ma riesce solo a spaventarlo. Una figlia adolescente che disprezza i genitori e soprattutto la madre borghese, divisa fra slanci mistici e nevrosi da signora bene. Una cameriera rumena licenziata in tronco perché sospettata di aver rubato dei gioielli. Un altro rumeno che vive di traffici e furtarelli, accampato in una casa di ringhiera abitata da immigrati di ogni provenienza...
I protagonisti del secondo film di Francesco Munzi, già autore del notevole Saimir, ci sembra di averli già incontrati. Sono personaggi "tipici", contraddizioni viventi, simboli trasparenti del disagio sociale (e interiore) in cui siamo immersi. Ma è solo un'impressione. In verità non avevamo mai visto questi personaggi prima, perché nessuno aveva ancora saputo raccontarli con tanta concretezza e per così dire "dall'interno". Lasciando a ognuno i suoi sogni, le sue zone d'ombra, la sua vulnerabilità. Il suo mistero.
Nessuno è innocente in questo Il resto della notte, ma ognuno ha le sue ragioni per non esserlo (è l'eterno slogan di Jean Renoir: il dramma nella vita è che ognuno ha le sue ragioni). Non è innocente la coppia borghese formata dalla sofferente Sandra Ceccarelli, al suo meglio storico, e dall'infedele Aurélien Recoing, che vive asserragliata nel benessere (meglio: nel malessere) in una di quelle ville tutte cancelli e telecamere ormai così comuni in Italia.
Non è innocente quel ladruncolo cocainomane che entra e esce di prigione, e non si rassegna a vedere il figlio crescere con il "negro" che vive con sua madre (Stefano Cassetti, come sempre prodigioso, le sue scene col figlio, limpide e toccanti, sono tra le più belle del film). Non sono innocenti nemmeno quelli che più sembrano vittime, come la ragazza rumena licenziata (la Laura Vasiliu di 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni); o Victor, il fratello minore di Ioanut, che tratta da intrusa e anche peggio l'ex-fidanzata del primogenito, tornata a vivere con lui dopo il licenziamentto.
Ma Munzi si guarda bene dal giudicare, non cerca colpe né nessi causali, anzi dilata il più possibile la trama "gialla" che lega fra loro i suoi personaggi. Seguendoli invece abbastanza a lungo e abbastanza da vicino per stabilire una vera intimità con ognuno di loro. E darci, al di là dell'inevitabile tragedia, una serie di ritratti così convincenti da prendere il polso all'intero paese. Come capita solo a chi sa scegliere e dirigere con mano sicura i suoi attori.
Sfruttando a fondo anche il contrasto fra i volti (e i corpi) degli italiani, che sembrano raccontare soprattutto dissimulazioni, compromessi, ipocrisie, e quelli degli immigrati, così aspri e spigolosi, che invece esprimono con naturalezza emozioni e sentimenti primari. Una bella conferma per Munzi, appena accolto alla Quinzaine di Cannes con una curiosità e un'attenzione che sono il segno più certo del nuovo interesse di cui è finalmente tornato a godere il nostro cinema.
Fabio Ferzetti
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Il Tempo, 11 giugno 2008
Tra ricchi nevrotici e poveri disperati
Nord Italia, emigrati, zingari, rapine in villa. Temi di cui ormai le cronache traboccano. Francesco Munzi che di emigrati ci aveva già parlato in «Samir», però albanesi, questa volta ci dice di rumeni, nel bene e nel male. Come nel bene e nel male ci dice di quelli che hanno paura di loro e che, asserragliati nelle loro ville ricche, si sentono sempre sotto assedio. Fino a quando, appunto, si verificherà la rapina. Con spargimento di sangue da entrambe le parti. Due linee narrative. I proprietari della villa, una moglie soggetta a crisi depressive, convinta che il marito la tradisca. Una figlia che quando vede licenziata la domestica rumena perché sospettata di furto, prende le sue difese. Quello stesso marito, industriale distratto, dedito a vita mondana oltre che ad avventure extraconiugali. Avviata dalla domestica licenziata la seconda linea perché ecco che la vediamo ricongiungersi a un ex amante suo connazionale dedito a piccoli furti, invano ripreso da un fratello minore che non ha ancora perso il senso dell'onestà. Ad essi si aggiunge un italiano cocainomane, con una disastrosa situazione coniugale alle spalle, che diventa presto la mente della rapina, coinvolgendovi gli altri e anche, a un certo punto, la stessa domestica perché, ovviamente, conosce la villa in tutti i suoi aspetti. Munzi ha seguito con piglio asciutto di cronaca tutte e due linee unificandole con identica asciuttezza nel momento della rapina e accentuando il gelo distaccato del suo stile fino ad evitare che la sparatoria finale con morti si proponesse in primo piano. Solo a distanza, invece, nella notte buia, con vari colpi di pistola e delle grida. Con questo, però, non tenendosi certo lontano dai vari personaggi, di cui, anzi, sia pure con realismo secco, ha disegnato le psicologie traendone sempre motivo per far procedere l'azione. In cifre di desolazione totale, all'insegna di una vana e addirittura disperata ricerca di equilibri. Esprimono con esattezza questa cifre gli interpreti, italiani e rumeni. La proprietaria della villa è Sandra Ceccarelli, sulle soglie della nevrosi, la domestica rumena è Laura Vasiliu, una delle due donne del bel film di Mangiu «4 mesi, 3 settimane e 2 giorni», Palma d'oro a Cannes.
Gian Luigi Rondi
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Il Giornale, 6 giugno 2008
Il Nord tra benessere e paura del diverso
Il resto della notte racconta l'Italia del benessere, ma un benessere malato, impaurito, costretto a fare i conti con la paura di poterlo perdere, che qualcuno glielo porti via. Racconta una famiglia borghese benestante, marito, moglie, una figlia, una domestica romena, l'idea della padrona di casa che quest'ultima le abbia rubato degli orecchini e vada mandata via... Ben recitato, senza sbavature, fatto di racconti che corrono da soli ma sono intrecciati, è un film asciutto e, sorpresa, non manicheo. Sandra Ceccarelli, Aurèlien Recoing, Stefano Cassetti e Constantin Lupescu sono convincenti, immersi nella luce di un Nord stanco che aspetta la salvezza, ma intanto ha perso la gioia e la speranza.
Stenio Solinas
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