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Processo di Giovanna D'Arco (Il)
di Bertolt Brecht
al Piccolo Teatro
regia Klaus Micael Grüber
costumi Ezio Frigerio
La Notte, 20 febbraio 1968

E’ un peccato che Strehler si sia dato al Varietà. Il suo assenteismo dal Piccolo Teatro si fa sentire: crisi nella crisi dell’annata più nera mai attraversata dai Teatri Stabili: in Italia, ormai, quando si dice Brecht, si dice Strehler. Per quanta buona volontà e diligenti risultati possano metterci i suoi diaconi un’opera del grande drammaturgo, e, ahimè, né tutta sua, né delle sue maggiori, senza Strehler – considerata la sua competenza e la sua autorità specifiche in argomento che hanno fatto il cliché della “casa” – è peggio che un passo indietro: è un passo falso. Sarebbe come se, essendoci da dirigere Wagner alla Scala, sia pure il Wagner del Vascello Fantasma, von Karajan cedesse la bacchetta al maestro Angelini, rimanendo dietro le quinte ad ascoltare.
E qui mettiamo il dito su un mistero incomprensibile. Avanti con lo stesso esempio: mai capito perché, quando ci fossero, putacaso, ancora irrappresentati il Tristano o i Maestri cantori, ci si ostinasse a mettere in scena Vascello e Rienzi. Fuori di metafora: tra non poca zavorra, Brecht, accidenti ha pur firmato una mezza dozzina di favolistiche allegorie drammatiche di indiscussa originalità. Si fossero visti mai, sui nostri palcoscenici, Madre coraggio, Il cerchio di gsso del Caucaso, Puntila e il suo servo Matti. Macché: inaccessibili. Eccettuato il Galileo che, poi, è quello che è, da noi si è continuato e si continua a sprecar talento e quattrini accontentandosi o delle “riduzioni” o dei copioni di mezza tacca. (Vedi anche lo Stabile di Roma proprio in questi giorni). E poi ci si lava continuamente la bocca di cultura e di civiltà teatrale. Forse, didascalicamente procedendo ad erudire il pupo dal minore al maggiore, calcolano di riserbare ai nostri pronipoti i capolavori autonomi – altrove già strarappresentati, ache là dove non sentono il bisogno di inalberare, ad ogni stranuto, sulla facciata del teatro, la bandiera col sol dell’avvenire – quando saranno, se pur non cominciano già ad esserlo, fuori stagione. Che, per caso, costa meno allestire un copione a mezzo servizio? Perché, anche questa volta, siamo alle solite. Usando – come i classici! – del teorizzato diritto di plagio, di cui Brecht usò ed abusò a tutto spiano, non risultando nemmeno stampato nella raccolta di tutto il suo teatro e non potendo accedere al testo originale – un semplice “radiodramma” – non sapremo mai in che percentuale egli abbia messo le mani in questo Processo di Giovanna d’Arco a Rouen nel 1431, firmato, all’origine, dalla narratrice della Germania orientale Anna Seghers, della quale, che io conosca, in Italia furono tradotti due romanzi: La rivolta dei pescatori di Santa Barbara e La Settima Croce, e dal secondo fu anche tratto un omonimo film niente male, già trasmesso persino dalla Televisione, che è tutto dire.
Insomma pur trattandosi di una mercede piuttosto scarsa, ci piacerebbe sapere quel che va dato a Cesare perché è di Cesare e quel che va dato a Dio perché è di Dio, beninteso con tante scuse per doversi storicamente riferire a due termini fossili e senza senso alle orecchie dei dottrinari del materialismo stoico. In parole povere, quanto è stato rubato e quanto è stato regalato allo smilzo e scheletrico copioncino, la cui lettura, senza le bellurie e i ricami, porta via meno di tre quarti d’ora: e che, rappresentato nel 1952 al Berliner-Ensemble è stato preso per oro colato e messo in scena, ieri sera, dal Milaner-Ensemble, pardon, cosa dico? dal Piccolo Teatro?
Da Schiller a Verdi, da Shaw a Anderson, da Honegger ad Anouhil da Péguy, allo stesso Brecht, Dio sa se delle Giovanne d’Arco ne abbiamo ascoltate. In tutte le salse: aristocratiche e plebee, eroine e povere ragazze, nazionaliste e democratiche, mistiche e laiche, cattoliche e protestanti in pectore, parlate e cantate. Non è certo, una Giovanna in più o una Giovanna in meno che ci impressiona. Quel che, piuttosto, ci dà da pensare è che tutte le altre, senza eccezione, sono, ma di gran lunga, senza paragone, migliori di questa larva esangue circondata da larve più esangui di lei.
Tenuto conto della provenienza, il poco che essa ha di diverso lo si indovina a occhi chiusi. È una Giovanna vagamente – ma molto vagamente, senza insistervi troppo, tirando via con scarsa convinzione: e, quindi, priva di una vera provocatoria forza d’urto – classista e anticlericale: un’istintiva e inconsapevole interprete della coscienza proletaria, capace di suscitare, subito dopo arrostita, una sorta di spontaneo movimento popolare della Resistenza contro l’occupazione straniera abusiva ed oppressiva, appena accennata in due parole, avulsa da ogni  qualsiasi contesto e spessore storico, politico, sociale e morale. Le “voci” che la guidavano erano quelle del Popolo, ma lei non lo sapeva – e neanche lui – e le credeva Santa Caterina, Santa Margherita, l’arcangelo Michele e compagnia bella, sempre sbagli di indirizzo, queste povere ispirate.
Benché non si rinunci a rubacchiare straccamente qualche motivetto e a sgraffignare timidamente qualche mezza battuta a Shaw – ma ci vuole il microscopio per accorgersene – la strumentalizzazione della Pulzella è svolta come un compitino terra a terra, ad uso delle scuole serali per stitici mentali. Ma perché, santodio, umiliare così la fama di Brecht, diffondendo queste caccole alle quali lui, per primo, non deve aver dato nessuna importanza? Cosa gli ha fatto di male, loro che protestano di volergli tanto bene? Ogni tanto, sonnecchiava Omero, sonnecchiava Shakespeare, sonnecchiava Dante, figurarsi se Brecht non aveva il diritto, qualche volta, di russare. E quando russa, lasciatelo dormir in pace, povero Cristo!
Dello spettacolo cominciamo col dire tutto il bene possibile dei costumi alla Breughel, incontestabilmente geniali di Ezio Frigerio. Così fosse anche il resto. Il giovane, tedesco-lombardo Klaus Micael Grüber, traduttore spedito e regista in vena di originalità, dopo aver reso il tributo d’obbligo alla drammaturgia epica col solito lenzuolo a mezza costa e lo spago per traverso, ha tirato mezzanotte scaraventando gli attori sulle montagne russe di una recitazione schizofrenica, a strappi dissonanti, intercisa da gratuiti formalismi, estetiche stilizzazioni al rallentatore, liturgiche nenie – complice Fiorenzo Carpi – silenzi metafisici e gorgheggianti isterismi da zie imbizzarrite. Accetta un consiglio? Torni precipitosamente, se non al suo paese, quantomeno all’etraniamento di famiglia.
Vi sono stati coinvolti: il Ninchi, il Tarascio, il Fanfani, il Mezzera, il Bonacci, il Bologna, il Naddi, il Biavati, il Modugno, l’Herlitzka – un disastro - ; la Benedetti, la Nogara e non so quanti altri, più fortunati di loro, che hanno tutto da guadagnare a non essere nominati.

Valentina Cortese, perfin ricorrendo ad atteggiamenti alla Petruska, non s’è risparmiata per cercar di persuadersi d’aver a che fare con un personaggio vero; così come il pubblico ce l’ha messa tutta per cercar di convincersi d’aver a che fare con una prima attrice. Lo sforzo è stato spossante da ambo le parti e il risultato reciprocamente vano.
   
© Sipario 2011