Primo Uomo (Il)
di Eugene O'Neill
Corriere Lombardo, 17 novembre
1954
Il protagonista della commedia nuova del povero Eugenio O’Neill – nuova
ma ha già trentatreanni – purtroppo non ama i bambini.
Ciò è deplorevole. Sono cose che non si fanno assolutamente.
E soprattutto, non si dicono. Dipende dall’ulissismo che ogni
tanto torna di moda come il gilè scozzese; voglio dire quella
tendenza cioè, lodata da tutti; di certi uomini al vagabondaggio
con la scusa delle ragioni ideali, delle esigenze dello spirito e
cose del genere.
Colgo volentieri l’occasione che mi si presenta stamattina per esprimere
pubblicamente la mia personale riprovazione nutrita di radicata diffidenza verso
questa specie di esseri inquieti i quali non sono capaci di star fermi e vanno
e vengono continuamente sostando su o giù per meridiani e paralleli senza
mai fermarsi un momento, incapaci di gustare l’umanistico ozio di un domenicale
pomeriggio d’inverno seduto presso un caminetto acceso leggendo un romanzo
di Agata Christie o anche soltanto risolvendo parole incrociate, o magari senza
far niente del tutto, col proprio cane accovacciato ai piedi.
Ragionamenti da pantofolai, direte; eppure, a saperci fare si possono immaginare
o vivere avventure assai più impreviste e meravigliose standosene mezz’ora
davanti a una finestra aperta – o anche chiusa – che non acquistando
un biglietto di andata e ritorno da qui alla Terra del Fuoco passando per il
Polo Nord per il giro più lungo.
Mah, tutta colpa di Omero, di Dante e della Legione Straniera.
Oltretutto si tratta di tipi i meno adatti a farsi una famiglia. Con la scusa
della libertà essi sarebbero disposti a strangolare la propria madre.
Come se, per essere liberi, fosse necessario coltivare il moto perpetuo a scegliersi
per esempio la trottola. Ma forse si tratta soltanto di casi di ipertiroidismo
non diagnosticati a tempo.
Basta. Il protagonista della commedia dal titolo per me incomprensibile: Il
primo uomo è uno di questi tali e dobbiamo prenderlo com’è.
Del resto, nel corso dei quattro atti egli non cessa un momento di cercare di
farci capire le ragioni del suo strano comportamento e benché non riesca
a trovare un argomento convincente bisogna, se non altro, dargli atto della buona
volontà, che ci mette.
Si chiama Curtis Jason ed ha sposato, parecchi anni fa, certa Martha, donna unica
in cui l’amore è pari alla lealtà e la fedeltà pari
alla lealtà e la fedeltà pari allo spirito di sacrificio. Un unione
ideale, rara come le mosche bianche. È avvenuta, insomma, quella che si
potrebbe chiamare l’osmosi delle anime e dei corpi! I due sposi eccezionali
sono sulla quarantina. Appena coniugati ebbero due bambine. Poi queste morirono
di polmonite: il professor Fleming non aveva ancora cominciato a pasticciare
con le muffe e la penicillina era di là di venire.
Pare che in quell’occasione mister Curtis abbia sofferto moltissimo come
era suo sacrosanto dovere. In realtà sospetto essere dipeso dal fatto
che, a quel tempo, non era ancora diventato un ulisside; amava la casa e faceva
pochi viaggi; e non era ancora stato preso dalla successiva passione esclusiva
per la propria donna. Comunque, avevano solennemente giurato, lui e la sua signora
di non mettere al mondo più figli per rispettare la memoria delle defunte
e per non correre altri rischi. E siccome si tratta di un uomo di parola nessuno
si aspetta delle sorprese in questo senso.
Sgombrata la via dell’affetto paterno, in seguito aveva cominciato ad occuparsi
di geografia, antropologia, scoperte ed esplorazioni varie. Questa passione è andata
crescendo negli anni trovando solidale Martha che lo ha sempre seguito, compagna
preziosa e collaboratrice insostituibile nei deserti, per le foreste vergini,
sulle montagne inaccesse, in aria, sottoterra e in altri siti.
Ma vatti a fidare delle donne. Gratta gratta, per fortuna, anche sotto un’esploratrice
sonnecchia sempre una madre. Martha ha continuato ad amare i bambini che Curtis
ha intrapreso a detestare. Fatto sta che un bel giorno essa si scopre di “due
mesi” ed è persuasissima che sarà un maschio. Come fare a
far inghiottire il rospo a Curtis? Apriti cielo, proprio adesso che devo andare
in Cina a scoprire non so che e tu mi devi essere al fianco. E la promessa? E
il giuramento? E non dovevi farmelo, e non mi sarei mai aspettato una cosa simile
da te. E, oltretutto, tu non sarai più mia come sei stata finora; cesseremo
di formare due corpi e una sola anima. I bambini li detesto, sento che d’ora
in poi li odierò. Sono deciso ad essere un pessimo padre, anzi non lo
vorrò nemmeno vedere. Irremovibile. E quando tenta di venire ad un accomodamento
esce con la abominevole proposta di trasformare la creaturina in un angelo prima
ancora che veda la luce. Martha ha assai più buon senso e dichiara, tenera
e comprensiva ma ferma e irremovibile che gli aborti non fanno al caso suo.
Intanto la gravidanza va avanti e si arriva al giorno del parto. Un parto
difficilissimo con doglie sterminate e disperazione collettiva di tutta la famiglia.
Noi non saremo tanto indiscreti da domandare perché non si sia ricorsi
al parto indolore. Da cronisti imparziali, noteremo soltanto che la creatura
nasce e la madre muore. Figurarsi Curtis. Non solo l’innocente è l’intruso – e
il rivale – ma ora è anche l’assassino di sua madre.
Lo strano uomo, di ritorno dal funerale della consorte è già pronto
per prendere il treno per l’Asia senza nemmeno dare uno sguardo a suo figlio
e senza occuparsi di ciò che sarà di lui. Noi non sappiamo nemmeno
se gli hanno cercato una balia o se qualcuno cercherà di tirarlo su con
l’alimentazione artificiale. E le cose finirebbero in questo triste modo
senza un provvidenziale equivoco dell’ultimo momento. La parentela di Curtis
provincialmente petulante e maligna come tutte le parentele, avendolo sentito
ripetere continuamente che era impossibile per lui avere dei figli, aveva interpretato
il discorso nel senso di ciò che presso il tribunale della Sacra Rota
va sotto il termine di un’impotentia generandi, e s’era
persuasa che Martha si fosse fatta aiutare nel suo anelito alla maternità da
un amico di famiglia notoriamente amante della puericultura. E con ciò si
spiega benissimo e con un certo buon senso anche l’odio del padre per il
nascituro.
Quando Curtis ha cognizione dell’infame calunnia, sia allo scopo di restituire
il buon nome alla defunta, sia anche – sospetto – per la preoccupazione
di non essere ritenuto ciò che a un uomo non fa mai piacere, prende il
bambinello fra le braccia, gli dà un’occhiata, un buffetto, ci si
intenerisce su ed esprime alcuni paterni propositi per l’avvenire.
Se con tutto ciò credete che gli sia guarito il suo ulissismo, non conoscete
gli ulissidi. Egli affida il piccino a una vecchia zia e parte per la sua adorata
Cina dicendo che tornerà. Ma non c’è da farci molto affidamento.
Non crediate che il tono di questo resoconto sia mancanza di rispetto alla memoria
di O’Neill fondatore del teatro americano. O’Neill ha scritto molte
opere fra le più importanti di questo mezzo secolo; ma ne ha scritte almeno
altrettante di sconclusionate. E con tutto il rispetto dovutogli debbo dire che
questa non appartiene alle prime. Non portasse la sua firma, sarebbe legittimo
un trattamento assai più sbrigativo.
Dal punto di vista del palcoscenico qui lo salva – ma fino a un certo punto – il
suo istintivo senso del teatro, un’esagitazione verbale che finge abbastanza
efficacemente la sofferenza, e un dialogo eloquente e ritmicamente intenso. Ma è una
commedia che avrebbe potuto benissimo scrivere Bernstein, e l’avrebbe scritta
meglio.
In una bella scena non firmata, Lucio Chiavarelli ha ordinato la sua regia esatta
e semplificatrice, ma soprattutto prudente attenuando ogni spunto antipatico
della commedia col volgerla verso toni borghesi alla Dario Niccodemi. Fu recitata
con umanità e interiorità sofferta e persuasiva da Renzo Ricci,
di un’ammirevole semplicità e intensità specie nella seconda
parte; con verità e discrezione ricche di dignità morale da Eva
Magni, con evidenza colorita e controllata dall’Oppi, dal Galavotti, dalla
Sammarco, dalla Nuti,dalla Crotta, dal Bentivegna, dal De Daninos e dal Coppi.
Successo in crescere, particolarmente vivo al terzo e al quart’atto che
contengono anche i motivi meno disprezzabili del copione: alcune pallide reminiscenze
di Strindberg in una sottintesa lotta dei sessi, con certa ambivalenza di sentimenti
e l’implicito e crudele egoismo acquattato nelle passioni più ardenti
e apparentemente più disinteressante; e un deliberato seppur convenzionale
tentativo di puntualizzare la stupida e petulante ferocia del piccolo gretto
mondo quacchero e puritano della provincia americana. |