Vogliamo il parto ma anche le rose
Difficile immaginarsi una donna indiana partorire in pochi secondi, senza uno strillo, nella baracca di Varanase, assistita da una vecchia ostetrica con occhiali a fondo di bottiglia che prende il fagottino appena nato e lo lancia in aria almeno cinque volte (sempre riagguantandolo!). Oppure pensare che il travaglio di una tuareg avvenga sulla sabbia del deserto, come tradizione, riparata da un piccolo paravento mentre gli uomini, in caso di complicazioni, sono pronti a sgozzare una bestia per propiziarsi gli dei in tempo reale. In Occidente la maternità è subìta dalle donne, viste come malate da assistere oltre ogni ragionevolezza. Una sorta di infermità che in Italia si “cura” facendo ricorso spropositato al parto cesareo. Ma c’è un perché: i medici del nostro servizio sanitario ricevono bonus per interventi di “taglio e cucito” e nessuno si sente di mettere in dubbio la deontologia professionale. Uno scrupolo che ci pone alle vette del mondo in questa speciale classifica.
IL PRIMO RESPIRO è un bellissimo documentario - come altri doc fortunati esce al cinema distribuito dalla Lucky Red - che mette a paragone partorienti ad ogni angolo della Terra accomunate da due eventi eccezionali: la nascita di un bambino (che sembra sempre un miracolo) e l’eclisse totale di sole del 29 marzo 2006. Gilles De Maistre, insieme ad uno staff di ricercatori, ha montato l’esperienza contemporanea di nove mamme (e nove neonati, anche se uno non ce l’ha fatta) accostandole per contrasto. Un’esperienza suggestiva e straniante, con voce narrante di Isabella Ferrari, tanto più eterogenee sono condizioni di partenza, mentalità, paesaggi esplorati.
Nato da una inchiesta giornalistica, il documentario è un compendio certo incompleto ma molto ricco di varia femminilità: quella militante di una donna del Maine, negli Usa, che partorisce in casa, in una piscina gonfiabile, assistita solo dal compagno e la sua comunità hippie. Tradizionale come quella giapponese, nella casa per partorienti ideata da un medico che utilizza semplici tecniche naturali. Consapevole (forse privilegiata) di due donne messicane che seguono un percorso in piscina con i delfini e finiscono con il neonato su una spiaggia paradisiaca cullate dalla risacca sull’Isla Mujeres. Ma c’è anche una maternità più istintiva nei villaggi della Tanzania o negli accampamenti del Niger, oppure eroica come per la donna siberiana, accompagnata in elicottero a partorire in ospedale mentre il marito resta tra i ghiacci a badare al bestiame, che uscirà con il suo fagotto affrontando -50°. Oppure una maternità provata dalla contingenza in un ospedale del Vietnam dove c’è il reparto nascite più grande del mondo e lo donne partoriscono in serie, una accanto all’altra in serie impressionanti, con un via vai frenetico dove ci si chiede come sia possibile non scambiare i neonati.
Naturalmente in Francia, promossa da “Sicko” di Michael Moore a paese con la migliore sanità, la donna incinta è una ballerina che partorisce con la semplicità di una piroetta. Del resto sono le francesi le donne più prolifiche del nucleo storico europeo, con due bambini di media (italiane e spagnole arrancano a 1,3) e una politica familiare che favorisce il lavoro delle mamme e la cura dei bambini.
Pasquale Colizzi