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PORTIERE (Il)
di Harold Pinter
al San Babila
regia di Edmo Fenoglio
scene Misha Scandella
con Tino Buazzelli, Nanni Bertorelli, Lino Capolicchio
LA NOTTE 17/01/67

Ah, andiamo bene! Prosegue imperterrito l’autolesionismo. In cinque giorni: sette prime e un morto. Il morto pazienza, poveretto non ha colpa lui, ma se i gestori e i capocomici, facendosi i dispetti a vicenda, con questi ingorghi nella programmazione credono di far un affare, avranno delle amare sorprese.  Del resto, le stanno già avendo.
Basta sentire le cifre di certi incassi che le notizie, sia da Milano sia da Roma, ci portano, si arriva alla conclusione che il famoso boom registrato nelle due ultime stagioni si sta precipitosamente trasformando in uno sboom che rischia di rimanere altrettanto memorabile: teatri che interrompono la programmazione, medie che scendono sotto le centomila a sera, compagnie che si sciolgono, altre che vanno avanti a singhiozzo, altre che partono prima del previsto e via di questo passo.
Be’, pazienza, all’inizio dell’ormai consueta alluvione settimanale, se non altro, Tino Buazzelli, tornando al San Babila, ieri sera, con una prova di coraggio non indifferente, ci ha dato una soddisfazione. Quella di rappresentare e far applaudire un testo che pochi si sarebbero azzardati a mettere in scena: Il portiere di Harold Pinter fecondo autore di punta del più avanzato repertorio inglese del momento, inventore e campione del cosiddetto “teatro della minaccia”, noto, finora, a Milano per quell’inquietante Calapranzi rappresentato qualche anno fa al Durini e, naturalmente, preso sottogamba dai modernisti perpetuamente in ritardo, solleciti solo a tenere a battesimo i bambini quando sono diventati maggiorenni.
In un certo senso, ora, maggiorenne lo è diventato anche Pinter. Conquistato – è la solita storia! – il favore dei benpensanti, pur sempre al livello di una conturbante originalità, nelle opere diciamo della seconda maniera, ha, in parte e in una sua maniera tutta particolare, fatto pace con un certo psicologismo, coi condizionamenti sociali, con la realtà ambientale e, soprattutto, con gli inferni del sesso che la sua prima maniera, in questo parente povero di Beckett – che, con Gênet, a conti fatti, rimane uno dei due veri e soli Dioscuri dell’attuale avanguardia – escludeva nel modo più assoluto, salvo a grattare in profondità, dove la loro sotterranea e misteriosa presenza non era da escludere.
Il portiere (The caretaker) rappresenta, a mio avviso, il vertice di questa sua prima maniera. E adesso, per piacere, non mettetemi in croce con la pretesa di sapere, due e due quattro, cosa vi succede e cosa significa. Niente e tutto. Si chiede forse cosa rappresenti e cosa voglia dire la pittura informale? Ecco, fate conto qualcosa di simile. Anche se, poi, una protagonista ben riconoscibile c’è, ed è una protagonista che conosciamo bene perché fa parte della inevitabile e opprimente compagnia, in mille gradi e manifestazioni, della vita e dell’arte del nostro tempo: l’angoscia.
Non l’angoscia rarefatta, lirica, metafisica sospesa nel vuoto astrale come quella di Beckett e nemmeno, al polo opposto, quella razionale  e cerebralizzata poniamo di Pirandello: un’angoscia a mezza strada, prossima al primo quanto lontana dal secondo, desolata attonita, dove si insinuano, dissociati, alogici, spettrali, come in un partitura atonale, logori ma inequivocabili lacerti di umanità, sfilacciati ma perentori brandelli di realtà.
E proprio dalla loro ambigua ed equivoca presenza, perennemente sfuggente e altrettanto perennemente ipotizzata, deriva un discorso inconfondibile di eccezionale presa scenica: un dialogo, naturalmente, all’insegna dell’incomunicabilità, inteso “come lotta per venir a sapere il più possibile rivelando il meno possibile”.
Ciò che si può dire di preciso, se proprio ci tenete a conoscere qualcosa di concreto, è che in una stanza stipata di cose eterogenee alla rinfusa, ambiente, anzi motivo ricorrente, quasi ossessivo di tutta la produzione di Pinter e palese simbolo freudiano di regressione allo stato di dipendenza e di sicurezza nel rifugio del grembo materno, convivono, vanno e vengono, discorrono, cercano di entrare in contatto, tre relitti, tre, diciamo vegetali umani, assediati da oscure minacce e oppressi da indefinibili colpe, riportabili, tanto per intenderci, alla lontana ma mica poi tanto tanto, a tre paradigmi della psicopatia: un ospite ipocondriaco e due fratelli schizofrenici: catatonico l’uno, paranoide l’altro. La stizzosa lamentosità e la egoistica petulanza del primo, scontrandosi con la mansueta inerzia psicomotoria del secondo – allucinante, nella sua magica precisione, il racconto della cura di elettroshock! –  e con l’aggressiva e minacciosa fuga delle idee del terzo, evidenzia la disgregazione della personalità e l’assurdo dell’esistenza, approfondendo, seppur era necessario, il solco dell’alienazione, altro termine di rigore, abbiate pazienza.
Non cercate altro. Pensate, se proprio non potete far a meno di un punto di riferimento, a Picasso, e, se non vi sentite da tanto, accontentatevi di Salvador Dalì. Bisogna mettersi in testa che ci può essere interesse e divertimento – e qui non mancano né l’uno né l’altro – anche senza applicare a tutto il criterio della tavola pitagorica.
Edmo Fenoglio, in una realistica e, ad un tempo, surreale scena di Misha Scandella, ha allestito la commedia come l’ha tradotta: con una sensibilità attenta ed alacre di estrarre l’assurdo dal vero, o, se preferite, viceversa, conservandone l’enigmatica dialettica con ammirevole equilibrio. Tino Buazzelli ha letteralmente riempito il copione di una strampalata favolosità, comicisiima senza venir meno un momento al controllo del registro impostosi. La maggior lode ai suoi due giovani compagni è di non aver sfigurato a fianco di una sì autorevole e dirompente presenza. Nanni Bertorelli, con un incanto mite ed assorto, l’ha in molti momenti, eguagliato. Lino Capolicchio, con la sua nevrotica concitazione si è rivelato già più di una sicura promessa. Testo e interpretazione hanno avuto gli applausi che si meritavano, cioè parecchi.

   
© Sipario 2011