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Petroliere (Il)
Il petrolieredi Paul Thomas Anderson
con Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Dillon Freasier
(Usa, 2007)
 
La Repubblica, 15 febbraio 2008
"Il petroliere", macchie di nero
sulla nascita di una nazione

La storia di un uomo dal cuore nero come il petrolio: Daniel Plainview, un cercatore d'argento che, all'inizio del 900, trova l'oro nero in California poi ne diventa il magnate, triturando qualsiasi cosa si opponga alla sua irresistibile ascesa. Da molte parti si alzano inni al capolavoro. Il petroliere è superfavorito agli Oscar, con otto nomination tra cui miglior film, migliore regia, migliore interpretazione maschile. Ciò non significa, tuttavia, che si tratti di uno spettacolo "facile", fatto per accalappiare il consenso di tutti. Perché quella di Paul Thomas Anderson è un'opera al nero, in ogni senso: disperatamente nichilista, cupa e grottesca; soprattutto nel finale, che lascia perfino un po' storditi.

Ispirato alla prima parte del romanzo "Oil!" di Upton Sinclair e alla biografia di Edward L. Doheny, inizialmente sembra rimandare ai biopic cinematografici sui plutocrati americani: dal gigantesco "Quarto potere" di Orson Welles al meno riuscito "Aviator" di Martin Scorsese. Se Plainview è un misantropo egotista come quelli, però, Anderson focalizza su altri temi: gli aspetti più ripugnanti della "nascita di una nazione", innanzitutto; quindi il conflitto tra potere del denaro e potere religioso; infine il tema della paternità mancata. L'articolazione è complessa. Il primo argomento sottende tutta la narrazione e mai, sullo schermo, s'era vista figura di "padre fondatore" dell'impero americano più torva e tenebrosa; se non, forse, quando Scorsese ha rappresentato la New York degli albori come l'inferno dei barbari (c'era anche Daniel Day-Lewis, si ricorderà, già con i baffoni del petroliere).
L'opposizione tra potere economico e potere della religione (e relative collusioni) è proiettata rispettivamente nel protagonista e nel personaggio di Eli Sunday, il giovane integralista cristiano che umilierà Plainview, costretto a inginocchiarsi davanti a lui come dinanzi a un papa medievale, prima di esserne distrutto. Eli c'entra anche col tema della paternità: è il rampollo "traditore" di Daniel, uomo senza donne e senza figli; come lo sarà, in altro modo, il suo figlio adottivo H. W., rimasto sordo durante l'esplosione di un pozzo, scena spettacolare da inscrivere nei memoriali del grande cinema.

Il progetto è ambizioso, perfino grandioso; e tuttavia Il petroliere resta un semi-capolavoro, un monumento a metà, che ha il coraggio e la forza di demolire l'epos retorico della "grande nazione", ma poi rimane come impaniato nel grottesco, nello sberleffo amaro, nel ritratto di un antieroe nero dalla psicopatia conclamata. Un certo squilibrio si avverte anche nel registro del linguaggio filmico. Anderson è cineasta capace di raccontare in modo classico, ma lasciando spazio a "smarcature", segni di stile che ne rivelano la personalità non comune (da osservare, una per tutte, il movimento di macchina che penetra nella casa colonica poi ne esce, spaziando sui campi).

Confermata, forse più che mai, questa volta. E tuttavia le immagini sono come sdoppiate in due serie diverse, eterogenee: da una parte, le inquadrature maestose alla Terrence Malick; dall'altra quelle "strette", perfino un po' asfittiche, sul volto del protagonista.

Roberto Nepoti

 
Il Mattino, 16 febbraio 2008
Odissea nera nel West

Epico. Smisurato. Viscerale. Visionario. E soprattutto raro: «Il petroliere» di Paul Thomas Anderson («Magnolia») non assomiglia a un film contemporaneo, è un'odissea nera che si muove in una dimensione simile a quella dei capidopera da cineteca firmati Griffith, Huston, Welles o Stroheim. La trama, curiosamente rispetto a una durata di 2 ore e 38', può riassumersi in poche righe: Daniel Plainview nel selvaggio West di fine Ottocento cerca l'argento, ma trova il petrolio. Lotterà contro tutto e tutti - contadini, burocrati e padroni - pur di ottenere dominio e ricchezza illimitati, ma finirà miliardario pazzo e sanguinario autorecluso nel suo inaccessibile potere. Ricavata la parabola dal possente quanto ruvido romanzo datato 1927 di Upton Sinclair (capofila con Jack London del movimento di scrittori arrabbiati, socialisti e naturalisti cosiddetto del muckrake, il rastrello da fango), il regista s'affida allo show monumentale di Daniel Day-Lewis. Il quale, sia pure inglese al 100 per cento, assurge con questa prova al rango di Grande Attore Americano: non ci sono parole per descrivere la sua incarnazione parossistica - basti pensare ai sublimi e pressoché muti venti minuti iniziali - ma nello stesso tempo si capisce come la logica e la tenuta del film ne risultino penalizzate (specie nella seconda parte). La spietata misantropia e la febbrile rapacità di Plainview, infatti, vampirizzano i caratteri collaterali (ad esclusione di quello del fanatico predicatore interpretato da Paul Dano) e prevaricano l'ambiziosa complessità di tematiche e metafore: la nascita del capitalismo letteralmente scavata con le unghie, il sangue vivo degli operai che sgorga assieme al nero vischioso del petrolio, le trivellazioni viste come «stupri» operati dall'individualismo proprietario, la voglia di vincere innescata dall'odio per il prossimo, lo sgretolarsi del nucleo di valori fondativi che rende odiosamato il sogno americano. L'aspetto migliore di un film, candidato a otto Oscar, così notevole e imperfetto, sta nella sua esasperata materialità o addirittura fisicità, incrementata da un Cinemascope e una colonna sonora di evidenza trascinante: il prometeo jankee ci racconta certo il traumatico passaggio del paese da agricolo a industriale, ma sullo schermo è soprattutto un corpo indemoniato, un mefistofele in jeans e cappellaccio, un fiume in piena che travolge infine anche se stesso.

Valerio Caprara

 
Il Giornale, 15 febbraio 2008
Daniel Day-Lewis rifonda l'America

Daniel Day-Lewis come protagonista del Petroliere (in originale There Will Be Blood, «Ci sarà sangue») lo scrittore socialista americano Upton Sinclair, il cui romanzo Oil! ispira - in parte - questo film sul passaggio dall'epopea della frontiera al capitalismo maturo e sul contrasto tra forza eterna della religione e forza contemporanea dell'economia. Quest'ultimo tema è di moda, ma nel presente americano diverge da ciò che il film mostra del passato: se l'integralismo protestante di ieri era contro il petroliere Day-Lewis, quello di oggi è col petroliere Bush.
Scritto e diretto da Paul Thomas Anderson, vincitore con Magnolia dell'Orso d'oro nel 2001, Il petroliere unisce a Oil! frammenti di vita di un reale magnate. Ne derivano quasi tre ore di proiezione, ardui anche per i rari esperti italiani di storia degli Stati Uniti. Anderson infatti non ricorre alla voce fuori campo o alle didascalie per spiegare. Fa bene, ma chi ignora il contesto entrando al cinema ne uscirà avendo capito poco, incluso il fatto che un bambino (Dillon Freasier) diventi muto perché reso sordo a dieci anni da un incidente.
Come ricostruzione d'epoca, Il petroliere potrebbe essere il prologo di Chinatown di Roman Polanski; il magnate che, facendosi da sé, fa anche l'America, evoca invece Il gigante di Stevens, L'uomo che non sapeva amare di Dmytrik e il suo prologo, Nevada Smith di Hathaway. Solo Quarto potere di Welles resta immune dall'emulazione di Anderson...
Daniel Day-Lewis è meticoloso quanto Anderson. Il suo personaggio è studiatissimo, anche nella voce, ma lo spettatore italiano la sentirà solo su dvd, fra qualche mese.

Maurizio Cabona

 
La Stampa, 15 febbraio 2008
Il petroliere del male

«Il petroliere», ispirato al romanzo 1927 di Upton Sinclair Petrolio!, è uno di quei film americani titanici, collocato tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, che analizzano l'insieme di ambizione, ricchezza, vicende famigliari e magnetismo tipico dell'Ovest. Sulla frontiera della California esplode il boom del petrolio: da misero cercatore d'argento il protagonista diventa petroliere di grande ricchezza. L'uomo non ha tuttavia nessuna forma di esibizionismo né di vanteria: al contrario, rimane un personaggio sobrio, controllato, un poco scostante.

Un eroe capitalista? Il rovescio, il contrario di un eroe. Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis, bravissimo) è un uomo più astuto che grande, più imbroglione che costruttore. Ha con sé un bambino («Mio figlio, il mio socio»): lo abbandona quando il bambino perde in un incidente l'udito e la parola; lo insulta dandogli del bastardo quando da ragazzo se ne va in Messico. Un uomo si presenta al petroliere spacciandosi per suo fratello: scoperto l'inganno, lui lo uccide. L'esaltazione della famiglia crolla come quella della Fede: il predicatore della chiesa di Little Boston, religioso esaltato, falso uomo di Dio, finisce male. Il petroliere non vuol restituire i soldi che deve: solo nella sua ricca casa, con le mani sporche di sangue, sperimenta i risultati della corruzione e dell'inganno.

Nel film tutte le classiche virtù sociali dell'uomo americano si invertono in vizi intollerabili: e anche il grande paesaggio (Il petroliere è stato girato a Marfa nel Texas, dove tanti anni fa venne realizzato Il gigante) diventa una pianura trivellata, sabbiosa, solitaria. La ricerca della grandiosità è evidente ma vana. Un personaggio autentico è alla base della storia: Edward Doheny, uno dei primi grandi petrolieri californiani divenuto una figura di grande popolarità, potere e corrotta avidità.

Il film ha qualcosa di distaccato e lontano che non somiglia alle opere precedenti di Anderson (Sidney, Boogie Nights, Magnolia) ma che cerca e trova una forza inconsueta, energia mai vista.

Lietta Toranbuoni

© Sipario 2011