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Papà di Giovanna (Il)
Il Papà di Giovannadi Pupi Avati
con Silvio Orlando, Francesca Neri, Ezio Greggio, Alba Rohrwacher
 
Panorama, n. 38 2008

Giovanna, giovane assassina

Fotografia brunita come le immagini d'epoca che introducono questo racconto di un'Italia grigia e offesa, serenamente vile, stretta tra la Seconda guerra mondiale, il fascismo e la liberazione. Il borghese piccolo piccolo di Avati ha la faccia onesta e dolente del professore di disegno Michele Casati (Silvio Orlando), ossessionato dal desiderio di preservare dalle umiliazioni la figlia bruttina (Alba Rohrwacher), al punto da offrire la promozione facile all'unico allievo che mostra interesse nei confronti della ragazza. Eccesso di protezione che diventa criminale quando la diciassettenne Giovanna ammazza senza pentimento l'amica del cuore sospettandone la liaison con l'amato. Il mondo chiuso che circonda i protagonisti è tratteggiato alla perfezione: la bella moglie (una bravissima Francesca Neri), amata e odiata dalla figlia e chiusa in un dolore che pare indifferenza, e l'amico poliziotto fascista interpretato con insoliti mezzi toni da Ezio Greggio. Il duetto fatale e chiuso fra Orlando e Rohrwacher ha gesti intonati, complicità folli nella caduta e nella vergogna; e il protagonista è insuperabile nel declinare umanità, malinconia e tratto grottesco con sensibilità sommessa, dove l'ironia e il tragico si confondono armoniosi. Da ricordare il momento in cui consegna, vinto ma consapevole, la moglie all'amore dell'altro: un'emozione rara.

Piera Detassis

 
L'Unità, 11 settembre 2008

Che ci faceva "la contessa del Pratello", bella e altera come Francesca Neri con un professorino grigio e modesto come Silvio Orlando in una Bologna fascista che – sarà il fascismo, sarà la fanciullezza o tutt'e due – Pupi Avati dimostra di ricordare con affetto e nostalgia? Poteva essere questo il fulcro della pellicola, che ci lascia nel dubbio (ma forse era solo questione di cast!) e invece indaga l'inaspettato omicidio di una studentessa per mano dell'amica ipersensibile e un po' tocca Alba Rohrwacher. Processo e internamento in manicomio, della ragazza si ricorda solo il padre (quello protettivo che la ingannava sulla realtà), che regredisce quasi al suo livello di follia. La madre invece la rimuove dai suoi pensieri e cambia vita.

Pellicola vagamente revisionista per dare conto delle polemiche (prodotta da Medusa, al passo coi tempi!) - con il poliziotto buono Ezio Greggio giustiziato senza processo da quei cattivoni dei partigiani - eppure per nulla banale, seppiata e old style, con un leggero sapore televisivo, sostenuta da Silvio Orlando, bravissimo e Coppa Volpi suo malgrado e dalla Rohrwatcher, tanto nella parte della mite matta che in conferenza stampa a Venezia non ne era ancora uscita. Cinema artigianale, svolgimento lineare, Avati scrive libri e ne trae film (o viceversa scrive copioni e li pubblica) per ora a ruota libera. Settantenne in febbrile attività (produce il fido fratello), ha frequentato tutti i generi con intrepida passione. Sulla casa d'infanzia bolognese a via San Vitale 51, fatta ricostruire a Cinecittà, reclama ricordi pure l'onorevole Franco Grillini. Che siano fratelli?

Pasquale Colizzi

 
Corriere della Sera, 13 settembre 2008

Quattro virtuosi per Avati

Mi succede raramente di sfogliare i libri tratti dai film, un sottoprodotto letterario a puro scopo commerciale, ma qualche settimana fa in attesa di vedere Il papà di Giovanna non ho resistito alla tentazione offerta dall' omonimo romanzo di Pupi Avati (Mondadori). Ebbene, dopo poche pagine la curiosità si è tramutata in interesse e la storia del povero professore di disegno che si ritrova con l' adorata figlia unica colpevole di uno spaventoso delitto, non l' ho più mollata: mi premeva sapere in quale modo l' autore giunto al momento di tirare le fila di un dramma seguito passo passo dal ' 38 al ' 53, si sarebbe sbrogliato da un tale groviglio di pene perdute, angosce e lacerazioni. Ha funzionato, insomma, l' infallibile molla del «come andrà a finire?» che la narrativa contemporanea spesso trascura. Mentre leggevo, istintivamente cercando precedenti alla scrittura nitida e sapiente di Pupi, mi sono venuti in mente Mario Soldati, Piero Chiara e altri inventori (o riecheggiatori?) di vicende similvere. E ho subito avvertito la particolarità di un testo che sembra ritagliato da uno dei referti di ordinaria criminalità imperversanti su giornali e tv, quelle azioni orrende, patologiche, immotivabili su cui fanno a gara per intervenire, spesso a sproposito, orde di intervistati-squillo. Ma qui l' origine del fattaccio è allontanata in un periodo della vita italiana in cui la dittatura vietava l' abuso (se non addirittura l' uso) della cronaca nera; e dove il peso della politica si faceva sentire nelle indagini poliziesche e nelle decisioni della magistratura. Ciò che ha fatto Avati, precisando e puntualizzando le allusioni del film al culmine dell' era fascista e alle sue disastrose conseguenze, si chiama tramutare in storia la contemporaneità o, visto in senso contrario, leggere il presente alla luce del passato. All' ordito del libro il film somma la capacità del cinema di evocare in diretta gli ambienti attraversati: e qui fin dai titoli di testa, che fanno sfilare le foto dei protagonisti in simpatici e comuni atteggiamenti d' antan, la narrazione per immagini si annuncia come si conviene tra incredulità e distacco, umana comprensione e ironia. E' il trionfo dell' «Avati touch» nel suo film forse più bello, certo più padroneggiato e maturo: un apologo che invita a guardare il mondo, nelle sue brutte storie di ieri e di oggi, senza morbosità né acrimonia. Attingendo in fondo, con il massimo pudore e senza sottolineature di sorta, a una lezione d' amore. Una simile delicata partitura aveva bisogno di esecutori ispirati; e qui c' è un quartetto di autentici virtuosi. Silvio Orlando si comporta da primo violino senza esuberanze né esibizionismi, in una chiave intimista di sapore quasi dostoevskiano: lo si accoglie, prima che nella sua qualità di grande attore, come un fratello. Una coraggiosa e bellissima Francesca Neri gli tiene testa trovando toni aspri e risentiti, confermandosi interprete dalla gamma incredibilmente estesa. Forte è il segno di Alba Rohrwacher, che trova una chiave di apparente innocua normalità per addentrarsi negli oscuri territori della follia. E una rivelazione addirittura è Ezio Greggio, che si trasforma per l' occasione in un comprimario da Hollywood, capace di attirare l' attenzione con una tragedia tutta sua. Tornando alla Mostra si potrebbe dire che la montagna ha partorito il topo: una montagna di applausi in Sala Grande, oltre dieci minuti con l' autore commosso fino alle lacrime, e un premio finale di liquidazione al solo Orlando. Ma sulle incongruenze delle giurie si polemizza a vuoto da troppo tempo, mentre è chiaro che su questo fronte per tutti i festival sarebbe ora di cambiare.

Tullio Kezich

 
Il Messaggero, 13 settembre 2008

Ossessioni di famiglia in stile Avati

«Il papà di Giovanna» è un discreto film interpretato da ottimi attori. Avati ritrova la «sua» Bologna per ambientarvi una storia di ossessioni affettive che prende le mosse nel '38, attraversa gli anni della guerra e si ferma (senza concludersi) nel '53. Le qualità di un cinema mormorato, avvolgente, curioso dei dettagli umani e materiali e in bilico sul filo a doppio taglio del ricordo, sono valorizzate dalla resa dei protagonisti, tra i quali spicca il Silvio Orlando, giustamente vincitore della Coppa Volpi alla Mostra di Venezia: una dote che fa passare in secondo piano qualche difetto di composizione e accompagna il film su un fluido livello di «racconto per tutti». Quello del prof. Casali che adora la figlia brutta e devastata da profonde turbe psicologiche: anche quando la ragazza viene riconosciuta colpevole di un odioso omicidio e internata in manicomio, non smetterà di sostenerla e proteggerla dalla ferocia dell'opinione pubblica. La mamma Francesca Neri, al contrario, non supera il trauma e non vuole rivederla ma, in realtà, la ripulsa riguarda il marito non stimato e sostituito dall'amante, un Ezio Greggio misurato e convincente. Avati sa cogliere con delicatezza certi particolari d'epoca, come i rapporti tra i vicini di casa e di piano o come la tacita repressione dei guasti coniugali, l'adesione svogliata ai riti del fascismo morente o il terrore della gente ammassata nei ricoveri. Peccato che il «terzo tempo» sia un po' troppo accelerato e frettoloso.

Valerio Caprara

 
La Stampa, 12 settembre 2008

Orlando papà tragico

Silvio Orlando è stato premiato come miglior attore alla Mostra di Venezia per la straordinaria interpretazione di un padre professore che ama e protegge troppo, con attenzione ossessiva, la figlia adolescente Alba Rohrwacher, poco equilibrata, studentessa nello stesso liceo di Bologna 1938.

E' un personaggio bellissimo: frustrato (allievo del pittore Giorgio Morandi, neppure s'è avvicinato da lontano al grande modello), nevrotico, capace di rappresentare interamente la meschinità angusta della piccola borghesia italiana ai tempi del fascismo, timoroso che l'eccentricità della figlia possa nuocere alla sua rispettabilità e insieme fortemente legato a lei. Le resta accanto sempre, attraverso i momenti più tragici: un esempio di paternità appassionata e insieme malata. La ragazza, infatti, niente affatto innamorata del padre ma della madre che la ignora, diventa assassina per gelosia, a colpi di rasoio, della migliore amica e compagna di scuola, viene processata e ricoverata in manicomio criminale.

Tutta la parte del film che racconta il rapporto padre-figlia è molto bella. La seconda parte, segnata da materiali di repertorio, da eventi di guerra e dopoguerra (bombardamenti, Liberazione, processi sommari contro gerarchi fascisti, fucilazioni) è banale, conclusa da un finale giusto e deludente. S'è sempre detto che Avati è un ottimo direttore di attori: anche stavolta Orlando è magnifico. E' brava pure Alba Rohrwacher. E' bravo Ezio Greggio, nella sua prima parte drammatica: già in precedenza, con Abatantuono, Boldi, Marcorè, Kartia Ricciarelli, il regista aveva mostrato la sua bravura nell'utilizzare in modo inconsueto gli attori. Ezio Greggio, della polizia politica, è un buon uomo innamorato della moglie di Orlando, Francesca Neri, e sua suocera nella sedia a rotelle è Serena Grandi.

Molto bella pure l'ambientazione, in appartamenti un po' tetri con troppe porte e finestre, senza il minimo cedimento alle mode rétro: una vera lezione.

Lietta Tornabuoni

 
Il Messaggero, 12 settembre 2008

Avati, il fascismo dal buco della serratura

Un padre apprensivo, una figlia complessata, una madre indifferente. E la cappa di conformismo e paura stesa dal fascismo sulle eterne piccinerie della nostra piccola borghesia. Trentasettesimo titolo di una carriera ormai quarantennale, Il papà di Giovanna è uno dei film più ambiziosi di Avati. Per la complessità del disegno, per le dimensioni produttive, per il cast mobilitato intorno a questa storia di rancori personali che degenerano in tragedia sullo sfondo di ben altri eventi storici.
Non si svolgesse fra il '38 e il '45, con un epilogo addirittura negli anni 50, la storia di Giovanna potrebbe uscire dalle cronache di questi giorni. Con la giovane bruttina corrosa dal desiderio di apparire (Alba Rohrwacher), il padre onesto ma pronto a ogni bassezza per favorirla, tanto più che insegna storia dell'arte nel suo stesso liceo (Silvio Orlando); e la madre casalinga frustrata, chiusa nella sua inutile bellezza (Francesca Neri).
Ma siamo in pieno Ventennio, i meccanismi dell'esclusione sociale sono più rozzi e insieme più vistosi che oggi, quella figlia poco attraente e pure un po' stramba, dunque destinata a restare zitella, è ancora una vergogna se non una disgrazia. Vissuta dai genitori con modalità opposte ma altrettanto nefaste. Distanza e diffidenza da parte della madre. Complicità smodata da parte del padre, che per amore non vede la ferita e tantomeno la follia della figlia, capace di uccidere la migliore amica per gelosia e senza dare mai segno di pentimento, neanche in tribunale.
Cavare grandezza se non eroismo da una vicenda così soffocante era arduo. Eppure Avati ci prova nobilitando tutto e tutti, cattolicamente, col sacrificio. È perché sacrifica ogni bene a quella figlia infelice, spingendo perfino la moglie fra le braccia del vicino Ezio Greggio, bonario ma ambiguo poliziotto fascista, che il patetico professorino (Orlando è davvero strepitoso) riscatta l'intera famiglia dopo aver sceso uno ad uno, con la confessione della figlia e la sua reclusione in manicomio, tutti i gradini della degradazione sociale.
Intanto, si capisce, gli anni passano. Anche se Avati si concentra sul privato relegando la Grande Storia sullo sfondo. Così a dire la chiusura del Parlamento, le leggi razziali, la guerra, basta qualche battuta o titolo di giornale. Solo i bombardamenti la fame, le rovine, finiscono sullo schermo. Mentre la lunga fucilazione di Greggio, pronto a rinnegare tutto per salvare la pelle, sembra sintetizzare il giudizio morale su una stagione (curioso però: la violenza fascista resta fuori campo, quella partigiana si vede).
Ma forse il vero tema del film è il trasformismo, l'ipocrisia, l'indifferenza che per Moravia era alle origini del consenso al fascismo e che Avati invece, nell'ottica piccolo borghese che gli è cara, vede agire sui due fronti, salvo poi chiudere tutto con uno stonato embrassons-nous. Troppa carne al fuoco per un film solo. Si esce pensierosi ma insoddisfatti.

Fabio Ferzetti

 
Il Mattino, 1 settembre 2008

Tragedia privata all'ombra del ventennio morente

Venezia.
La poetica di Pupi Avati si riconosce appieno in «Il papà di Giovanna», un discreto film interpretato da ottimi attori. Uno sguardo inteso a smorzare i toni, la malinconia che non spegne la speranza, personaggi prigionieri dei fantasmi interiori e uno sfondo familiare che tende a sublimarsi in un mitico «altrove». Ruotando sul perno del cruciale rapporto tra padri e figli, Avati ritrova la sua Bologna e vi ambienta una storia di ossessioni affettive che prende le mosse nel 1938, attraversa gli anni terribili della guerra e (forse) si conclude nel 1953. Le qualità avatiane di un cinema mormorato, avvolgente, molto curioso dei dettagli umani e materiali, sempre in bilico sul gioco a doppio taglio della memoria risultano innanzitutto valorizzate dalla scelta e dalla resa degli attori, tra i quali spicca il protagonista, un Silvio Orlando di rara sensibilità ed emozionante partecipazione. Questo aspetto sorregge la storia nei suoi momenti di stanca e fa passare in secondo piano qualche difetto di composizione, accompagnando il film su un livello di dignitoso spettacolo che non dovrebbe dispiacere al grande pubblico. La prima parte di «Il papà di Giovanna» è condotta come un thrilling in costume e ci presenta il dimesso professore Casali del Liceo Galvani alle prese con la figlia Giovanna (Alba Rohrwacher) bruttina, infelice e devastata da profonde turbe psicologiche: anche quando la ragazza viene riconosciuta colpevole di un omicidio odioso (ha ucciso per cervellotica gelosia la migliore amica, erede di una delle famiglie più in vista della Bologna fascista), non smetterà di proteggerla e pateticamente giustificarla nei confronti dell'indignata opinione pubblica. La mamma Delia (Francesca Neri), al contrario, non supera il trauma e arriva a decidere di non rivedere più la ragazza, internata nel manicomio criminale di Reggio Emilia. In realtà, il suo distacco riguarda anche il marito, che non ha mai stimato e che in pratica ha sostituito divenendo l'amante dell'affabile e premuroso poliziotto Sergio (un inedito Ezio Greggio, misurato e convincente). Avati sa come cogliere con pudore e dolcezza certi particolari d'epoca, ma purtroppo tutto il «terzo tempo» è accelerato, frettoloso, gli anni trascorrono bruscamente, fatti e fatterelli prendono il sopravvento sulle atmosfere e il finale sembra quasi piovere dal cielo della sceneggiatura. Se si apprezza, comunque, il passaggio storico suggerito dal film - da un immoto e ingannevole eden a una modernità dolorosa - è perché Orlando e il suo coro umano riescono a tenersi concentrati e asciutti benché a due passi dalla maniera. Intrigante, ma purtroppo noioso «L'autre» di P. M. Bernard e P. Trividic, accoppiato al film di Avati: un'allusiva fantasia di schermaglie coniugali in cui la gelosia e la follia s'inseguono in un labirinto onirico alla Marienbad.

Valerio Caprara

© Sipario 2011