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I love shopping
I love shoppingdi P.J. Hogan
con Isla Fisher, Hugh Dancy, Kristin Scott Thomas (USA 2009)
 
L'Unità, 28 febbraio 2009

Il vostro debito vi seppellirà

Tremonti ha già lanciato l’allarme: i prossimi mostri della crisi finanziaria globale saranno le carte di credito. Non è granchè come spauracchio: una tesserina color oro, innocua come un biglietto da visita nel portafogli, che male può fare? Per noi italiani forse è un fenomeno trascurabile ma chiedete ad americani e inglesi come stanno combinati con l’acquisto a debito, con le “strisciate” magiche che ti danno la felicità momentanea di poterti permettere tutto ma che t’inguaiano giorno dopo giorno, centimetro dopo centimetro nelle sabbie mobili delle rapaci finanziarie. I LOVE SHOPPING, un libro di grande successo dell’inglese Sophie Kinsella subito destinato al cinema, si presenta sugli schermi in pompa magna (produce la Disney) come contraltare meno chic e glamour del blockbuster “Il Diavolo veste Prada”. Tutto concorre al paragone (e al mascherato clone): la protagonista rossa fiammeggiante Becky/Isla Fisher condivide un modesto appartamento a New York con l’amica Krysten Ritter e sogna di lavorare nella temuta rivista di moda “Alette” tenuta in pugno dalla padrona assoluta Kristin Scott Thomas, contraltare ironico di Meryl Streep, ugualmente ieratica e rigorosamente di stile (nonostante si faccia sfuggire: “Cavalli sa leggermi nel pensiero”).

Per una serie di circostante invece Becky finisce nella rivista “Far fortuna risparmiando”: stesso editore di “Alette” ma tutto un altro mondo. Tanto più che la ragazza di risparmio non sa niente: folleggia con la carta di credito in maniera compulsiva, indebitamdosi, innamorata dei vestiti e di qualsiasi cosa si acquisti. Se la cava con uscite tipo: “Gli investimenti rischiosi sono come gli stivali con la zeppa”. Basta questo per lanciarla come opinionista, in rivolta contro il “giornalismo palloso”. Un po’ poco ma pur sempre un buon consiglio per le massaie. Intanto è perseguitata da un tipo della riscossione crediti, strangolata dai “buffi” che ha fatto vivendo al di sopra delle sue possibilità. Vi chiederete: è un istant movie, è un messaggio alla nazione americana che fa il paio con quello del pres. Obama? Forse qualcosa è stata aggiunta in corso d’opera: l’aria che si respira è colorata e frizzante, i vestiti di gusto medio basso e qualche battuta si ricorda. Di certo il regista P.J. Hogan (quello di “Il matrimonio del mio miglior amico”) e i suoi sceneggiatori non potevano fare finta di nulla, tanto che il papà di Becky (che non può aiutarla perché s’è speso tutto pure lui) se ne esce con una frase banalmente semplice ma significativa: “Se l’economia di questo Paese riesce a sopravvivere col debito che ha, ce la fari pure tu!”. Facile a dirsi. Lei s’accaserà con il direttore di una rivista, bello e ricco da permettersi smoking Prada. E le altre Becky d’America, basite davanti al loro estratto conto?

Pasquale Colizzi

 
Corriere della Sera, 6 marzo 2009

Un insulso squittìo di scemenze trendy

Trainato da ben 3 milioni di copie Mondadori del libro di Sophie Kinsella, ecco puntuale il successone teenager del bruttissimo film che ricalca le spese seriali di Becky (Isla Fisher) dall'animo griffato che non resiste allo shopping (mai un libro) ed estingue carte di credito. Nel momento di crisi per tutti, la commedia di P.J. Hogan, già insulsa di suo, ci sembra immorale e oltraggiosa per come glorifica la stupidità di una che compra compra compra e infine viene pure creduta intelligente dai media di moda e impalma il solito principe azzurro ereditiere (peggio per te, Hugh Dancy). Tutto uno squittìo di scemenze trendy, il film non esamina la compratrice compulsiva anonima dal punto di vista psicanalitico, anche se fa sedute di gruppo, ma solo per l'invito a essere stupidi, ad aver fiducia nel debito non solo pubblico, ma soprattutto privato.

VOTO: 2
Maurizio Porro

 
Il Giornale, 6 marzo 2009

Isla, una giornalista dalle mani bucate

Un’altra stupidissima commediola sentimentale americana. Questo I Love Shopping fa il paio con il precedente Bride Wars. Se là le insopportabili protagoniste erano due, qui fortunatamente è una sola, anche se altrettanto oca. L’aspirante giornalista Rebecca (la smorfiosa gambelunghe Isla Fisher) è un’inguaribile spendacciona: difatti compra ogni abito firmato che occhieggia dalle vetrine più alla moda di Manhattan. Mandando in rosso le dodici carte di credito e in bestia un aguzzino della banca. Eppure viene assunta in un prestigioso giornale economico e ancora più incredibilmente trova un fesso che s’innamora di lei.

voto 4

MB

 
Il Mattino, 28 febbraio 2009

Sotto lo shopping niente

Si capisce perché un film così digeribile (per usare un eufemismo) possa avere successo. Dispiace pertanto assumere il ruolo di cipiglioso guastafeste, ma «I love shopping» ci sembra irrimediabilmente brutto anche sposandone i legittimi intenti. Se pensiamo, cioé, alla geniale serie tv «Sex and the City» oppure all’ammiccante parabola di «Il diavolo veste Prada», possiamo misurare la distanza che corre tra intelligenza stilistica e approssimazione farsesca anche restando in ambito di glamour newyorkese e sfrenate frivolezze. C’è anche chi contesta alla versione di Paul J. Hogan l’imprudente infedeltà alla serie di bestseller sfornati da Madeleine Wickham, alias Sophie Kinsella (a cominciare dal trasferimento da Londra a New York), ma alla prova dello schermo conta solo l’insopportabile chiacchiericcio della protagonista e l’umorismo di bassa lega che spreca le potenzialità di uno spunto paradossale. Se volessimo metterla sul piano, per così dire, sociologico, sarebbe inutile rampognare gli autori per avere blandito un atteggiamento irresponsabile in tempi di totale disperazione finanziaria: vari economisti, come per esempio il francese Attali, sostengono in proposito che il consumo potrebbe addirittura incarnare un antidoto a lungo termine contro la crisi. È proprio il film, il suo congegno tirato via, la sua andatura claudicante e il suo spirito di patata, che proprio non riescono a giustificare il grottesco andirivieni dell’antieroina schiava dei registratori di cassa. Becky Bloomwood, in effetti, non risulta odiosa per la sua compulsiva attitudine agli acquisti (definita oltreoceano shopaholic), quanto per la piattezza e la melensaggine con le quali il film dettaglia le sue «avventurette» nei negozi superlusso di Manhattan e nelle stanze della redazione. Mentre s’affanna - ovviamente a causa di vaghi traumi infantili - a stipare negli armadi e nei cassetti abiti, borse, stivali e biancheria intima, la frenetica mattatrice nonché provvisoria giornalista finanziaria prima s’invaghisce del caporedattore - una sorta di macchietta deprimente - e poi s’inventa con la sigla «la ragazza con la sciarpa verde» una rubrica... sulla parsimonia e l’oculatezza negli investimenti. La carta di credito arroventata finirà per richiamarla bruscamente all’happy end, ma intanto né le trovatine di sceneggiatura né il supporto di comprimari di lusso come John Goodman o Kristin Scott-Thomas riescono a trasformare il girotondo schiamazzante in un abbozzo di vera commedia americana.

Valerio Caprara

 
Il Messaggero, 27 febbraio 2009

Drogati da shopping, ecco il vostro regista: niente
pudori e un’attrice che è la fidanzata di Borat

Gli americani amano sentirsi in debito. Rebecca Bloomwood (Isla Fisher) è così succube del canto dei manichini dei negozi di abbigliamento che presto parteciperà a riunioni con altri drogati di consumismo. Il suo debito arriva a tali vette che un perfido recuperatore di crediti si mette sulle sue tracce. E lei rischia di perdere un nuovo amore e il sogno di scrivere sulla rivista di moda Alette. Dai best-seller mondiali di Madeline Wickham, a una farsa romantica esagitata. Dall’Inghilterra della pagina scritta, alla New York di tanto cinema al femminile di moda oggi, con filiazione diretta da Sex and the City e Il diavolo veste Prada. I Love Shopping di P.J. Hogan (autore dell’esilarante Il matrimonio del mio miglior amico) non si vergogna di essere il massimo del garrulo, per non dire scemo, per tono e personaggi. Hogan non ama le virgole, solo i punti esclamativi. Eppur si muore. Dalle risate. Grazie ai genitori tirchi di lei (fantastici John Goodman e Joan Cusack: meritavano più spazio) e grazie all’affetto che misteriosamente si prova per le incredibili scemenze di Rebecca, una scatenata Isla Fischer vera bomba sexy con contorno d’allegria. È la fidanzata di Sacha Baron Cohen, alias Borat. Coppia esplosiva.

Francesco Alò

 
La Stampa, 27 febbraio 2009

Questo shopping non è divertente
Scontato, meglio il best seller della Kinsella

Poiché la fantasia è latitante e i soggetti originali scarseggiano, Hollywood deve ricorrere di continuo alla letteratura. Però la maltratta. Vedi nei piani alti lo scempio recente del bellissimo racconto di Francis Scott Fitzgerald Il curioso caso di Benjamin Button, deformato al punto da renderlo irriconoscibile. E vedi, scendendo di qualche gradino, la pasticciata manomissione del best seller di Sophie Kinsella I Love Shopping (Mondadori), che dieci anni fa inaugurò tutta una serie legata alla ragazza Becky matta per gli acquisti. Lo shopping è quella pratica che Berlusconi additò a Natale come il toccasana dell'economia: chi compera, in effetti, incrementa il commercio, ma come si fa ad applicare il monito di Silvio («Andate e spendete quanto vi pare») se i soldi non bastano nemmeno per portare la famiglia a mangiare una pizza? Un sistema c'è, sia pure a rischio: ed è quello scoperto dall'eroina della Kinsella: utilizzare le carte di credito (lei ne ha 12) evitando di onorare i rendiconti di fine mese. Una pratica purtroppo generalizzata soprattutto in USA, dove ci si attende un ulteriore catastrofico effetto sul sistema bancario. Ex-fiscalista scopertasi romanziera, Sophie vende milioni di copie.

Eppure il film si rivela melenso forse perché sulla pagina Becky parla in prima persona, confessandosi con torrenziale franchezza e una buona dose di umorismo. La stessa tecnica non si poteva adattare al film. Per cui, la materia viene oggettivata ricorrendo a ideuzze: come la trovata surreale, di far muovere e parlare i manichini che dalle vetrine attirano l'inesausta compratrice.

Ma c'è di peggio. Perché nel romanzo, con una certa coerenza, l'autrice approfondisce anche un secondo profilo della personalità di Becky: quello di essere un'ignorantella piuttosto maldestra che viene scambiata per un'opinionista lucida ed esperta. Lo spunto arriva diritto dal libro di Jerzy Kosinski che trent'anni fa fu alla base di una famosa pellicola con l'ineffabile Peter Sellers: Oltre il giardino. Anche se scopiazzato, sulla carta il paradosso funziona mentre nel film si perde per la strada. L'adattamento non sembra avere altro scopo che offrire occasioni continue di fastidiosa frenesia all'attrice Isla Fisher, una sorta di reincarnazione di Lilia Silvi monella di celluloide dell'era fascista: gridolini, saltelli, smorfie e carinerie. La parte di amoroso è riservata a Hugh Dancy e anche su di lui scenda un pietoso velo: tanto più che come va a finire la sua storia con Becky lo si capisce subito. Tanti bei nomi, da Joan Cusack a John Goodman, da John Lithgow alla Kristin Scott-Thomas, fanno atto di presenza e nulla aggiungono allo spettacolo.

Alessandra Levantesi

© Sipario 2011