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I love Radio Rock
di Richard Curtis
con Philip Seymour Hoffman, Kenneth Branagh, Emma Thompson, Nick Frost. (Inghilterra, ‘09)
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Il Mattino, 20 giugno 2009
Una battaglia politica a suon di musica
«I Love Radio Rock» trasforma la storia di una mitica radio pirata inglese degli anni ’60 in una disavventura emblematica: utilizza la musica per esaltare un caso di resistenza politica. Nell’Inghilterra del 1966 mentre l’austera Bbc trasmette solo due ore a settimana di rock’n’roll e pop, una stazione radio collocata su un barcone nel mare del Nord e gestita da un gruppo di eclettici deejay programma musica 24 ore su 24. L’emittente pirata diventa una postazione d’avanguardia che in barba alla legge trasmette la musica dei Beatles e dei Rolling Stones. La bizzarra esperienza diventa terreno di scontro tra il variopinto equipaggio e il Ministro Dormandy deciso a combattere la pirateria musicale, ma soprattutto a reprimere ogni fermento giovanile. Ispirandosi alla storia vera di Radio Caroline, Richard Curtis (sceneggiatore di «Quattro matrimoni e un funerale») rievoca con la giusta nostalgia l’epoca d’oro del rock e del pop con una compilation di oltre 50 brani, rende omaggio alla generazione del «sesso, droga e rock'n'roll» e gestisce il campionario della ciurma guidata da veterani deejay con i toni della commedia sentimentale e della comicità goliardico-demenziale alla «M.A.S.H.» e «Animal House». Ma alcune lungaggini, digressioni e ripetizioni indeboliscono un po’ il segno politico dell’operazione.
Alberto Castellano
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Il Messaggero, 12 giugno 2009
Ma come sono educati questi pirati anni ’60
Cinema e radio, cinema e rock. Due accoppiate esplosive per un film che va giù liscio e senza intoppi, come è ormai d’obbligo, anche se racconta l’anno di massima euforia dei trasgressivi anni ’60: il 1966.
Magari è inutile aspettarsi troppo da Richard Curtis, l’abile sceneggiatore di grandi successi come Quattro matrimoni e un funerale e Notting Hill, molto meno pungente da quando è anche regista (ricordate Love Actually?). Però a una commedia quasi-musical sull’epopea delle radio pirata che trasmettevano da navi al largo delle coste inglesi, è giusto chiedere di più. Più coesione, più musica, più adrenalina; e meno vintage, meno macchiette, meno formule collaudate e alla fine consolatorie (Curtis cita Mash e Animal House per la struttura corale e “aperta” del racconto, ma se quello era whisky, questa al massimo è birra).
Peccato perché lo spunto, autentico, era epocale. Nel 1966 difatti, in piena rivoluzione pop, la Bbc dedicava alla nuova musica appena 45 minuti a settimana. Così milioni di ascoltatori si sintonizzavano sulle emittenti clandestine che li bombardavano di rock 24 ore al giorno.
A questi ascoltatori, ingenui e appassionati, I Love Radio Rock dedica veloci e seducenti quadretti musicali (sono tutti brave persone, per lo più giovanissimi anche se non manca un’anziana coppia gay), ma abbastanza freschi e godibili rispetto al resto. Che è un’antologia di luoghi comuni salvata dalla simpatia e dalla bravura degli attori, oltre che naturalmente dalla musica: 54 grandi canzoni (Stones,Kinks, Cohen, Hendrix, Who, Supremes etc.), quasi sempre sullo sfondo per non sovrastare le immagini.
Il pittoresco equipaggio della Radio Rock, vecchio peschereccio trasformato in stazione radio galleggiante, è infatti composto da rockettari di ogni sorta che alleviano la salsedine e la solitudine con imbarcate bisettimanali di ragazze assai swinging. C’è il corpulento dj americano (Seymour Hoffman), il manager cinico e dandy (Bill Nighy), il grande dj inglese di ritorno dall’America (Rhys Ifans), e poi la cuoca lesbica, il grassone generoso ma nons empre, il giovane tonto, il bel tenebroso, l’uomo della meteo (l’unico del tutto privo di glamour) e quello che trasmette folk all’alba e nessuno conosce...
Quanto basta a movimentare l’iniziazione alla musica e alla vita del giovanissimo Carl (Tom Sturridge), spedito a bordo da una mamma fuggiasca (Emma Thompson, con occhialoni e fantastica mise optical). Mentre Kenneth Branagh, nel ruolo più ingrato della sua carriera, è il ministro carogna pronto a tutto per mandarli a picco. Due ore e un quarto gradevoli ma senza brividi. Rivedere per credere Talk Radio, Good Morning Vietnam, Radiofreccia. E il dimenticato The American Way, con Dennis Hopper reduce dal Vietnam che trasmette addirittura da un bombardiere.
Fabio Ferzetti
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L'Espresso, 12 giugno 2009
Sulle onde del rock
'I love radio rock', diretto da Richard Curtis, racconta la storia di un gruppo di dj che nel '66 si mise a bordo di una nave ed in barba alle autorità politiche inglesi iniziò a trasmettere rock 24 ore su 24
Una scena del film "I love radio rock"
È strano pensare che il rock'n roll, ora tanto usuale da diventare un poco obsoleto, sia stato una musica quasi sovversiva, trasgressiva, avversata dai conservatori specie inglesi per diversi motivi: la sua fisicità, nel rapporto musicista-strumento e musicista-ascoltatori; la sua dimensione provocatoria nei confronti del sentimentalismo tradizionale; il suo derivare dalla musica popolare nera; la sua natura sfrenata e generazionale.
Il rock aveva cominciato a piacere negli Stati Uniti alla metà degli anni '50, ma veniva ostacolato in Inghilterra ancora dieci anni dopo: la Bbc non ne trasmetteva più di 120 minuti alla settimana. La richiesta dei pubblico dei ragazzi restava molto più alta e pressante.
Così, nel 1966 un gruppo di dj si organizzò: prese una nave un po' scassata, la portò fuori delle acque territoriali inglesi, e di lì cominciò a trasmettere rock e pop 24 su 24. Arrivarono ad avere milioni di ascoltatori: un successo che colpì pure il ministro Kenneth Branagh, deciso a sconfiggere i fuorilegge dell'aria. Ce la fece, naturalmente: ma lo scatto del rock era ormai ineliminabile.
Sembra una farsa, invece è cronaca. 'I love radio rock', diretto da Richard Curtis sceneggiatore di 'Quattro matrimoni e un funerale' e di 'Notting Hill', racconta la storia con esattezza e insieme romanzandola: il protagonista che sale sulla nave come avrebbero voluto fare milioni di ragazzini impara rock, vita e amicizia; il gruppo di dj capitanato dall'incantevole The Count, Philip Seymour Hoffman, gli insegna creatività, indipendenza e disobbedienza, oltre a simboleggiare quanto fossero differenti e migliori, nei Sessanta, le persone. La grazia e il divertimento del film sono brillanti, fuori del comune.
Lietta Tornabuoni
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La Stampa, 12 giugno 2009
Sesso, droga & Radio Rock
La storia di una radio privata, la nostalgia per com’era Londra negli Anni Sessanta, in I Love Radio Rock, un film dinamico, divertente, ricco di creatività, con una musica strepitosa. Il rock ’n roll piaceva ai ragazzi americani già dalla metà degli Anni Cinquanta, ma in Inghilterra restava osteggiato ancora dieci anni dopo. I conservatori ne detestavano la fisicità, la derivazione dalla musica popolare nera, la sfrenatezza. La Bbc ne trasmetteva appena 120 minuti alla settimana nel programma specifico «Top of the Pop», prediligendo sempre i Beatles più dolci e composti. Nel 1966, un gruppo di dj prese in affitto una nave malridotta, la ribattezzò Radio Caroline, la portò fuori dalle acque territoriali inglesi nel Mare del Nord, e di lì cominciò a trasmettere rock giorno e notte, raccogliendo milioni di ascoltatori. Il successo della radio privata colpì anche il governo che dette incarico al ministro Dormandy (Kenneth Branagh) di mettere a tacere i fuorilegge della musica. Il che puntualmente avvenne, dopo l’approvazione in Parlamento del Marine Broadcasting Offences Act destinato a eliminare la funesta influenza della musica: ma ormai nessuno più avrebbe ridotto il rock al silenzio.
Il film aggiunge alla vicenda un po’ di romanzesco: un ragazzo espulso da scuola (Tom Sturridge) viene mandato dal padrino, divenuto capo di Radio Rock, nel cui eccentrico ambiente impara fantasia, disobbedienza, altruismo, affezionandosi soprattutto al Conte (Philip Seymour Hoffman, come sempre bravissimo). Naturalmente la colonna sonora è fantastica: trentasei canzoni, anche dei Rolling Stones, dei Who, dei Kinks, dei Procol Harum e di Cat Stevens. Il regista Richard Curtis, 53 anni, neozelandese, prima di passare alla macchina da presa ha scritto Quattro matrimoni e un funerale. Stavolta è molto coinvolto, ha detto: «Tra i 25 milioni di ascoltatori delle radio private c’ero anch’io. Avevo dieci anni e mi addormentavo con la radio sotto il cuscino. Questo film è il mio omaggio a quel periodo d’oro, purtroppo irripetibile». Infatti la descrizione d’ambiente è perfetta, un insieme di feste, sesso e droga praticati con la maggiore libertà. E’ una delle rare volte in cui gli Anni Sessanta non vengono ricordati con superficialità e melensaggine, ma evocati attraverso pulsioni profonde d’insofferenza e rivolta.
Lietta Tornabuoni
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