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Nemico pubblico n.1 (Il) - L'istinto di morte
Il nemico pubblico n.1 - L'istinto di mortedi Jean-François Richet
con Vincent Cassel, Gérard Depardieu, Cécile de France (Francia, 2008)
 
Corriere della Sera, 17 aprile 2009

Storia (ripetitiva) di un ladro
Ma Vincent Cassel è fantastico in questo ruolo aggressivo, torbido

Per raccontare le malefatte di Jacques Mesrine (1936-1979), il fuorilegge francese che più si applicò all' «ampleur mediatique» nella seconda metà del 900, un normale film bastava e avanzava. Il regista Jean-François Richet ha voluto invece dedicargli due interi tomi (di cui adesso esce il secondo: Nemico pubblico N. l - L' ora della fuga) per un complesso di 240 minuti, 20 in più di Via col vento. Troppa grazia, per un resoconto puntuale ma ripetitivo: colpi in banca, rapimenti, sparatorie, incarcerazioni e relative «cavales», con in mezzo qualche amorazzo sempre diverso. Donde la considerazione che quando si ha molto spazio (come avviene in tv) spesso la drammaturgia ne soffre, la costruzione diventa casuale, il ritmo vacilla. Direi che lo spettacolo ti tiene avvinto per la prima metà; poi l' attenzione cede. E l' insistito ritorno alla piazza di Clignancourt, dove il 2 novembre ' 79 il fellone cadde sotto i fucili mitragliatori della polizia, da fatale diventa pasteggiato e prevedibile. Tuttavia Vincent Cassel è fantastico nel ruolo, aggressivo, torbido, contraddittorio fra botte di generosità e pulsioni omicide, una grande interpretazione; e la pellicola, contrassegnata da nomi veri e situazioni reali, merita qualche elogio. Anche per la presenza di attori come Mathieu Amalric, Olivier Gourmet e soprattutto il grande Georges Wilson (classe 1921) nella parte di miliardario rapito. Ma vediamo come il film descrive la complessa personalità di Mesrine. Quando si affronta in qualsiasi forma la biografia di un personaggio, è sempre in agguato quella che nella terminologia dei sequestri è stata definita la «sindrome di Stoccolma»: ovvero, comparata al cedimento del rapito davanti alle ragioni dei suoi rapitori, la progressiva attrazione per le motivazioni anche sbagliate del protagonista seguito passo passo. Pur disegnando del nemico pubblico un ritratto puntiglioso che non risparmia il peggio, Richet non è indenne dal subire una sorta di fascinazione. Mesrine sarà pure uno spietato bandito, ma quando lo vediamo impegnato nelle sue azioni più rocambolesche, quando seduce le donne a vista d' occhio, quando contesta beffardo poliziotti e giudici, quando la fa franca, quando cucina il cosciotto d' agnello, si sarebbe tentati di simpatizzare. Mentre lascia in sospetto la tardiva decisione di motivare la sua attività criminale con la vocazione eversiva da lui espressa in interviste mirate, lettere ai giornali e simili. Come accadde da noi per il bandito Giuliano, è sempre una tentazione per un gangster farsi passare per un perseguitato politico. E c' era il rischio di cascarci, fatto frequente in Francia: dove di assassini fuoriusciti delle Brigate rosse si fanno spensieratamente dei martiri della libertà. Va detto però che Mesrine si comporta in modo sempre più inqualificabile e, dopo il rapimento, la tortura e il ferimento del giornalista Jacques Tillier, è difficile per lo spettatore continuare a dargli credito. Quello fu il momento in cui il mito del bandito si incrinò anche presso l' opinione pubblica, come conferma Michel Ardouin, detto «Portavion» nel recente libro Mesrine, mon associé. Impersonato nel film da Samuel Le Bichan, Michel è colui che fece 80 rapine con il socio e gli nascose in un cesso la rivoltella poi utilizzata per fuggire dall' aula del tribunale. È interessante vedere come Ardouin, «redento» dopo decenni di condanne, considerando Mesrine «un accidente nella mia vita» lo contrappone alla criminalità tradizionale, che «aveva un' etica e delle leggi». Non bisogna credere al suo «vedettariato», non si devono mai fabbricare idoli. Individualista, vanitoso, pago di essere conosciuto e ricercato, Mesrine ha sempre disturbato i malavitosi «seri»: «Era un buon rapinatore, ma non era del Milieu. Non capiva i meccanismi e non conosceva le tradizioni né la struttura». Parola di Portavion.

Tullio Kezich

 
L'Espresso, 17 aprile 2009

Fascino criminale

Nella seconda parte della biografia del bandito francese Mesrine, il regista Richet prova a raccontare il fuorilegge come un uomo normale, ma il gioco non riesce. Nonostante un bravissimo Vincent Cassel

La seconda parte della biografia del francese bandito Mesrine (la 's' del cognome non si pronuncia, come in Resnais) presenta, dopo la prima parte sulla formazione e la crescita del criminale, il suo affannoso sottrarsi agli inseguimenti e alla caccia della polizia, la fuga perenne che fu per qualche tempo la sua esistenza, l'occultarsi, l'arrendersi finale. Un modo di vivere che il regista tenta di raccontare come l'esistenza qualsiasi, consueta, normale, d'un uomo come tanti assediato dalle paurea e dall'inadeguatezza. Forse avrebbe potuto essere interessante e magari significativo, ma il gioco non riesce. Mesrine era una personalità troppo forte, un delinquente troppo trasparente, un provocatore troppo aggressivo: quando era ancora in azione, gli intellettuali parigini ne discutevano come di un romanzo, mettendolo a confronto con il parricida Pierre Rivière e preferendo senz'altro quest'ultimo (era il caso di Michel Foucault). Anche dal momento in cui si proclamò sostenitore del terrorismo politico, anche quando (come Rivière) pubblicò l'autobiografia e cominciò a pensare a una biografia cinematografica (quella di Rivière l'aveva fatta nel 1976 René Allio), il bandito Mesrine non diventò mai per gli intellettuali una figura letterariamente interessante. Forse perché mancava di origini patetiche, perché era violento e senza abissi psicologici, per il coraggio sfrontato, l'ardire, l'assoluta mancanza di cultura. Le due parti di 'Nemico pubblico n. 1' non oppongono due uomini differenti e nemmeno due varianti dello stesso uomo. Il protagonista, Vincent Cassel, qui bravissimo, arriva a mostrarsi nello stesso tempo arrogante, donnaiolo, villanzone, e audace, strafottente, bello, abbacinato dalle luci della ribalta. Insomma, un personaggio più vecchio che classico, capace di imprimere al film tutta la forza del suo fascino e di dargli qualche consistenza: la simpatica canaglia.

Lietta Tornabuoni

 
L'Unità, 14 marzo 2009

Alla canna della pistola

Tornano di moda come i vestiti delle mamme i gangster cinematografici con baffetto e maglietta di lana, bastardi che tengono sotto il tacco le donne per esercitarsi ad essere sempre duri e puri. Malavitosi romani o terroristi tedeschi, l’importante è vestire i personaggi con giusta attitudine. Vincent Cassel tra le star francesi è il più inquieto e nel club ristretto di eredi della tradizione attoriale nazionale. E quindi riempie alla grande la figura del bandito guascone Jacques Mesrine che dagli anni cinquanta per una lunga sequela di anni, infilando rapine, carcere e fughe rocambolesche di qua e di là dell’Atlantico, diventa superstar dei media. Al suo fianco ci saranno femmine dolci che strapazzerà o dure da sbatterci il muso come Jeanne Schneider (Cecile De France). Ma prima di tutto viene sempre un’arma e una spalla per portare avanti il lavoro. Grossa produzione che andrà in due parti (la prossima il 17 aprile), sceneggiatura di Abdel Raouf Dafri partendo dal libro autobiografico di Mesrine, il film di J. Francois Richet non è dark alla Ellroy quanto almeno tenta la ferocia del bandito alla Bunker. Buon ritmo e le svolte giuste nella narrazione (tranne la solita banalizzazione della “vita da detenuto”) ne fanno un discreto epigono del genere. Corsa senza freni e sberleffo violento alla tranquillità borghese, la vita del bandito aiutato più dall’astuzia che dai mezzi ricomincia ad attrarre quel cinema che ha abusato dell’ultraviolenza e della tecnologia e tenta un bagno di credibilità.

Pasquale Colizzi

 
Il Mattino, 14 marzo 2009

Con Cassel Bonnie & Clyde alla francese

Un poliziesco di grande ambizione e buona caratura: «Nemico Pubblico n.1 - L'istinto di morte» non è, però, il capolavoro preannunciato dallo straordinario successo riscosso in patria. Si tratta del primo capitolo di un biopic dedicato alle imprese di un criminale narcisista, mitomane, plurievaso e infine vagamente adepto dell'ideologia del brigatismo rosso: Jacques Mesrine terrorizzò, in effetti, la Francia tra gli anni Sessanta e Settanta guadagnandosi l'ambigua aureola di superbandito nemico delle leggi imposte da qualsiasi «potere». Lontano dall'amarezza e il disincanto dei polar del grande Jean-Pierre Melville, il regista Jean-François Richet punta all'affresco epico-politico, ma più che altro costruisce un monumento alle mimetiche doti di Vincent Cassel. Nelle migliori tradizioni dell'immedesimazione all'americana (De Niro docet), il segaligno mattatore si cala sino all'ultimo spasimo e all'ultimo chilo nel personaggio freddato dagli sbirri nel '79, senza peraltro far capire se intendesse renderlo (invano) meno odioso o più umano. Così il film - partendo dalla pessima scuola della guerra d'Algeria e sfociando nell'accoppiata alla Bonnie & Clyde con la bella Jeanne - fila via senza cautele stilistiche, lanciando strizzatine d'occhio qualunquiste, inanellando cammei carismatici (Gérard Depardieu su tutti) e sequenze d'azione ad alto quoziente adrenalinico.

Valerio Caprara

 
Il Messaggero, 13 marzo 2009

Il romanzo criminale
della Francia gollista

La “risposta” francese a Romanzo criminale è un doppio kolossal da 40 milioni di euro dedicato alla massima leggenda del banditismo francese, Jacques Mesrine. Due film, non due parti, con taglio e stile diverso (il secondo, L’ora della fuga, uscirà fra un mese), perché era impossibile comprimere il personaggio in un solo capitolo. Non i fatti, ma proprio il personaggio, che fin dalla prima scena (uno split screen che chiarisce subito come andrà a finire) è dato come un mosaico di personalità inesauribile e contraddittorio.
Chi era davvero Mesrine? Un ribelle, un provocatore, un anarchico, un assassino traumatizzato dalla guerra d’Algeria, un bandito romantico alla Bonnie & Clyde, uno psicopatico sognatore, un piccolo borghese disgustato dalla meschinità della Francia gollista che mise la sua esperienza di ex-soldato e torturatore al servizio di un personalissimo sogno di gloria?
Tutte queste cose insieme e molte altre, evocate da un film che sceglie un poco opportunisticamente di non scegliere ma di dare massimo fascino a ogni sfaccettatura di questo bandito ucciso dalla polizia in pieno giorno a Parigi giusto trent’anni fa. Il che naturalmente non esclude l’orrore, perché l’uomo amava il beau geste ma era capace di vere bassezze (basti la scena in cui picchia la madre dei suoi figli e le ficca la pistola in bocca davanti ai complici per chiarire il concetto: “Fra te e i miei amici sceglierò sempre gli amici”).
Ed ecco sfilare a passo di carica tutti i volti del bandito. Dal prologo in Algeria all’iniziazione criminale fra i pappa e le puttane di Pigalle. Dalle prime prove di ardimento e faccia tosta (guardate come improvvisa quando viene colto in flagrante a svaligiare una casa) al rapporto tempestoso con il caïd Depardieu, fascista dell’Oas, il “braccio armato” dei francesi in Algeria che dopo l’indipendenza fu liquidato da De Gaulle, riciclatosi nella malavita.
E siamo solo all’inizio perché fra un omicidio e una rapina e l’altra l’istrionico Mesrine (un vibrante Cassel) si sposa, va in prigione, trova un lavoro onesto, riprende a rapinare banche e bische (il potere non gli piace, di qualsiasi tipo) con una complice fatta su misura per lui (Cécile de France in bruno). Fino a dover emigrare con lei in Canada, dove presto ricomincia come prima, più di prima (e qui inizia quasi un altro film, fra il carcerario e il gangster movie all’americana). Tutto narrato con energia e stile molto ellittico che dà grinta al racconto ma lascia anche grandi “buchi” narrativi.
Per sapere se valeva la pena dedicare tanta attenzione a questo bandito solitario bisognerà aspettare il film n. 2, dedicato alla crescente mediatizzazione del personaggio, e ispirato sempre alla sua romanzatissima autobiografia. Fin qui Richet mantiene le promesse, ma a forza di non scegliere rischia anche una paradossale “medietà”. Come se frullasse insieme tutti i generi senza creare nulla di veramente nuovo.

Fabio Ferzetti

 
Corriere della Sera, 13 marzo 2009

Mesrine, il criminale.
E Cassel è perfetto

Prima puntata della nera biografia di un noto malvivente, Jacques Mesrine, il Vallanzasca francese, freddato dalla polizia nel '79 dopo una vita criminosa e spesso collusa con la politica. Soldato in Algeria nel '59, una scuola di violenza, il nostro torna e si mette in affari loschi con un amico. Aver trovato una brava ragazza spagnola che gli dà tre figli non muta la sua direttiva amorale: dopo la criminalità locale con il vecchio Guido (splendido cameo di Gérard Depardieu) ecco l'incontro con Jeanne (Cecile de France, uno dei volti che si ricordano), una coppia come Bonnie e Clyde, fino ad una escalation del crimine che li porta a Montreal, carcere duro da cui la grande fuga. Ed è solo la prima parte d'un film di genere, meno di Melville più di Verneuil, tratto dall'autobiografia di Mesrine cui Vincent Cassel offre una adesione psicosomatica straordinaria.

VOTO: 7
Maurizio Porro

 
La Stampa, 13 marzo 2009

Cassel romantico e indemoniato

Non bastava un solo film per contenere tutta la carriera di Jacques Mesrine (1936 - 1979), l'antieroe nazionale francese che si macchiò d'ogni sorta di malefatte; e infatti a Nemico pubblico N. l il regista Jean-François Richet ha fatto seguire una seconda parte che uscirà a breve. Qui assistiamo alla trasformazione in bandito di un proletario, l'indemoniato e bravissimo Vincent Cassel, che ha imparato a uccidere negli anni di guerra in Algeria. Straordinaria la raffigurazione del «milieu» sulla quale campeggia una monumentale caratterizzazione di Gérard Depardieu come padrino alla parigina.

Si sgrana sullo schermo una catena di rapine, uccisioni, torture fatte e subite, imprigionamenti e fughe rocambolesche con un alone di romanticismo che poco a poco si crea intorno a Mesrine (e infatti la «sua» canzone è Romantica di Rascel), la cui ferocia non esclude una certa lealtà di comportamento. Difficile giudicare questa parte prima, molto ben fatta ma drammaturgicamente forse non abbastanza incisiva. Meglio aspettare il seguito: anche se il regista, sfidando, la convenzioni, ci ha già fatto capire come andrà a finire.

Alessandra Levantesi

© Sipario 2011