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* Per leggere la trama clicca sulla Locandina
Nascondiglio (Il)
Il Nascondigliodi Pupi Avati
con Laura Morante, Rita Tushingam, Burt Young, Treat Williams, Sydne Rome, Angela Goodwin, Italia, 2007.
 
La Repubblica, 16 novembre 2007
Quel "Nascondiglio"
nasconde un segreto

Questa volta Pupi Avati, puntuale con un film all'anno, non racconta le origini, la famiglia, gli amici, Bologna e l'Appennino emiliano. Torna a un antico amore, il cinema "di genere". Il nascondiglio è un film di paura e dell'orrore, il regista lo definisce thriller gotico. La legge non scritta prevede che non si debba raccontare la trama di un film di questo tipo, per non rovinare la sorpresa. Comunque, ecco quello che si può dire.

Dopo un antefatto remoto ambientato in una cupa grande casa dove sono accadute cose orribili che noi in parte vediamo, salto in avanti di molti anni. Siamo nella stessa cittadina americana di Davenport dove una donna approda dopo le dimissioni da una lunga degenza psichiatrica. Vuole rifarsi una vita mettendo su un ristorante italiano, e che posto va a scegliere se non la grande cupa casa dove sono accadute cose orribili? Non è difficile prevedere che si annunciano giorni difficili.

La particolarità è che (in mezzo a un cast discretamente prezioso dove figurano anche Burt Young, che fu accanto a Rocky, e l'inglese Rita Tushingham che fu una delle bandiere del Free Cinema) la protagonista è Laura Morante. In un ruolo nuovo nella sua carriera.

(p. d'a.)

 
Il Messaggero, 16 novembre 2007
Avati da batticuore
nella casa dei serpenti

Che bella sorpresa, un thriller "gotico"come una volta, pieno di ottimi attori e di scene ad effetto ma privo di quegli effetti speciali che hanno ucciso il genere; con uno script zeppo di dialoghi e di spiegazioni che non rallentano mai l'azione ma moltiplicano piste e false piste; con la vecchia casa maledetta che stavolta non si trova su una collina nebbiosa o nella bassa padana come nel precedente più cospicuo dell'Avati gotico, il lontano La casa dalle finestre che ridono (1976), ma sperduta nell'assolato Midwest.
Qui infatti sorge la sinistra Snakes Hall, un villino ossessivamente decorato da figure di serpenti che nel prologo è teatro di una misteriosa tragedia. E qui sbarca cinquant'anni dopo, cioè oggi, una bella donna italiana (Laura Morante, perfetta) reduce da un lungo soggiorno in clinica psichiatrica e decisa a rifarsi una vita aprendo un ristorante proprio nella casa maledetta.
Naturalmente la spaesata italiana nulla sa della Snakes Hall e della sua macabra fama. Ma noi stessi, in platea, abbiamo idee abbastanza vaghe. Sappiamo che quella casa, costruita da un farmaceutico arricchitosi col veleno dei serpenti, era stata poi adibita a gerontocomio. Abbiamo visto le vecchie monache che la gestivano e le novizie che le aiutavano litigare furiosamente per una storia di ragazzi e di soldi. Inoltre sappiamo che i disturbi dell'italiana, un marito suicida per un'oscura accusa di pedofilia, ora sepolto nel cimitero locale, consistevano proprio nel "sentire" voci misteriose. Logico che la poveretta non dia peso, sulle prime, agli strani fenomeni e alle vocine sinistre che la perseguitano.
Intanto i segnali aumentano, dicerie e insinuazioni crescono rapide come erbacce nella piccola città di provincia; e la povera italiana scopre che una delle novizie scomparse, italoamericana, si chiamava proprio Egle. Lo stesso nome che una suora, tanti anni prima, aveva assegnato a lei come "nome segreto"... Solo un caso o il segno di un destino?
Qui il cattolico Avati, mai così asciutto e incalzante, salda genialmente le trappole dell'horror-thriller (cunicoli misteriosi, gabbiette con topi, un prete che la sa lunga, una testimone senza due dita a una mano, la grande Rita Tushingham) a quella costellazione di sensi di colpa, deliri di persecuzione, aneliti al riscatto, che può intossicare la mente del credente troppo devoto. Come sanno da tempo i migliori giallisti. Ma con echi perfino più inquietanti se è vero, come scrive il regista nella postfazione al romanzo del film (Mondadori), che dietro questa storia c'è una vera italiana dal passato molto simile a quello della Morante. Anzi proprio lei, in una lettera, gli avrebbe raccontato della suora e del suo nome segreto. A conferma che fra le tante anime di Avati quella "nera" resta la meno esplorata e la più interessante.

Fabio Ferzetti

 
L'Unità, 16 novembre 2007
Non nasconderti nessuna paura

Fa piacere che in un contesto spesso autodepressivo come il cinema italiano - le solite lamentele del "non ci sono soldi, facciamo pochi film, il nostro cinema è morto" - Pupi Avati sia un autore che riesce a essere così prolifico. Lo abbiamo visto al premio Fellini mentre tentava di convincere Ermanno Olmi a promettere che dirigerà altri film perché, come diceva, «dalle nostre mamme ci viene questa necessità innata di raccontare e finchè non mi convinceranno a smettere continuerò a farlo». Dalla sua Avati ha un piglio pratico e la predisposizione a confrontarsi con i generi. Tant'è che La casa delle finestre che ridono è un piccolo thriller di culto del '76, in mezzo a tentativi nello stesso campo e altri lontanissimi, con storie di famiglie, gite, rapporti tra i sessi fino all'ultimo successo di botteghino, La cena per farli conoscere. Lunga vita artistica a Pupi Avati e al fratello Antonio, suo produttore, che tra l'altro ha annunciato l'ingresso di una banca al 15% nel capitale della loro società. Detto questo Il nascondiglio, thriller di ambientazione americana, ci ha fatto sbadigliare. Si sobbalza un paio di volte, certo, quando il silenzio completo è rotto da un rumore fortissimo o una manina che spunta. Ma quello è un giochetto da bambini.

Una donna (Laura Morante) esce dal manicomio e con l'idea di aprire un ristorante finisce nella "Casa dei serpenti" a Davenport, un palazzone storico abbandonato da cinquant'anni dopo un triplice omicidio. Prima di cambiare idea risolverà un mistero e scoprirà delle strane presenze nella casa. Se non altro perché nei piani alti qualcuno fa le vocine e un rumore infernale manco stesse traslocando. Nel cast anche l'agente immobiliare Burt Young, scagnozzo di Rocky Balboa. E' vero che storie del genere hanno bisogno di un pretesto anche poco verosimile per nascere. Cioè: una donna si ostina a stare in un palazzo infestato di spiritelli e topi giganti piuttosto che scappare. Però non scatta mai quel feeling emotivo che rende plausibile la trama. Tanto più che si vede Laura Morante in uno dei ruoli meno azzeccati della sua carriera, un po' in stato confusionale. L'indagine che porta avanti è esposta male, con dei grossi buchi e una conclusione che lascia indifferenti. Da spiegare tanti personaggi di contorno come il prete o il bambino, ormai topos dei film di paura. Quello biondino che campeggia sulla locandina non c'entra niente: non fa in tempo a comparire che già scompare dallo schermo. Anzi: su quella scala non ci è mai salito. I miracoli del marketing.

Pasquale Colizzi

 
Il Mattino, 17 novembre 2007
Nella casa maledetta Avati torna all'horror

Con «Il nascondiglio» Pupi Avati torna al primo amore dei generi, in particolare quel mix di horror, noir, mystery, con il quale si impose agli esordi prima di intraprendere un prestigioso viaggio poetico-sentimentale nella provincia emiliana. A circa trent'anni da «La casa dalle finestre che ridono», al quale seguirono «Tutti defunti... tranne i morti» e «Zeder», l'autore bolognese rivisita le atmosfere delle case che nascondono misteri, fantasmi e presenze inquietanti e quel Midwest americano dove aveva girato «Bix». Il nascondiglio del titolo è una stanzetta buia e claustrofobica della Snakes Hall, un antico pensionato per anziane di Davenport gestito da suore che in una notte di bufera alla vigilia di Natale nel 1952 fu teatro del massacro di due donne anziane del quale furono accusate le giovani Liuba, rimasta incinta, ed Egle. Una donna appena dimessa da una clinica psichiatrica sceglie il lugubre isolato edificio in collina per aprire un ristorante italiano, ma dopo un po' comincia ad avvertire di notte strane presenze, a sentire voci, rumori, passi lungo le pareti. Determinata a scoprire le verità nascoste nella dimora - anche per esorcizzare il dubbio di essere di nuovo vittima della malattia mentale - l'aspirante ristoratrice, con l'aiuto di una giovane avvocatessa, ricostruisce cosa era accaduto quella notte e scopre le menzogne giudiziarie e la sconcertante presenza di una sopravvissuta. Il plot giocato su una realtà difficile da penetrare e sulle possibili proiezioni di una mente fragile è discreto e la casa maledetta irradia un certo fascino gotico. Ma prima di arrivare al finale quanta dilatazione da detection tradizionale quando per l'ambientazione e le premesse ti aspetti altro, e Laura Morante appare a disagio nel ruolo della protagonista.

Alberto Castellano

 
Il Giornale, 16 novembre 2007
Pupi Avati racconta misteri e delitti nello strano ristorante della vedova

Quando un regista italiano gira un film d'orrore negli Stati Uniti, cioè ogni quarto di secolo, Burt Young è l'interprete: era in Amityville Possession di Damiano Damiani (1982) ed è ora nel Nascondiglio di Pupi Avati. Esempio di cinema di genere che conviene ormai girare direttamente nel posto dove si potrà meglio smerciarlo, Il nascondiglio propone una casa forse infestata nell'Iowa. Proprio qui una matura vedova, fresca di manicomio, vuol aprire un ristorante. Fenomeni paranormali o sue allucinazioni la spingono a chiedersi perché il canone di locazione sia così basso. E scopre che un duplice delitto vi è stato commesso quarant'anni prima. Citazioni e situazioni di altri film analoghi abbondano, ma Avati - che realmente aprì e chiuse un ristorante nell'Iowa - dimostra che se la sarebbe cavata anche in California. Come regista, non come ristoratore.

 
La Stampa, 16 novembre 2007
Avati torna al gotico
ma dov'è la passione?

L'inquietudine diventa paura e poi terrore con una voce dal buio nella notte. Sottile, penetrante, lagnosa, potrebbe essere la voce d'un bambino, di una fanciulla o d'una vecchia; chiacchiera, chiama, invoca, improvvisamente tace per poi ricominciare. Pupi Avati torna allo spavento (La casa dalle finestre che ridono del 1976) e negli Stati Uniti (Davenport, Iowa), sceglie Laura Morante per raccontare di nuovo una fosca storia nera.
La Morante lascia guarita l'ospedale dopo quindici anni di malattia psichiatrica, torna a Davenport dove vuol aprire un ristorante italiano; prende una casa bianca rimasta vuota per mezzo secolo a causa d'un delitto atroce che vi si è consumato. Di notte, la voce misteriosa si fa sentire; si susseguono visioni e segni allarmanti; l'intera città considera matta la donna che sfida la paura propria e altrui. Ideata e sceneggiata dallo stesso Pupi Avati, la storia di prigionia mentale e fisica, di carcerazione nel presente e nel passato, è interessante. Ma tutto sembra remoto, senza passioni.

Lietta Tornabuoni

 
Avvenire, 13 novembre 2007
Fa paura senza usare il sangue

In linea con grandi maestri come Hitchcock, Avati non usa mai scene di violenza o grandguignolesche

Case maledette e sinistri schricchiolii, orrori passati e voci lontane, sempre presenti. Gli ingredienti del cinema gotico classico ci sono tutti. Ma Pupi Avati, tornato con Il nascondiglio al genere horror dopo Balsamus, La casa dalle finestre che ridono, Zeder, L'arcano incantatore, non ha bisogno di teste che rotolano o streghe sguaiate per far correre un brivido lungo la schiena dello spettatore. Il regista è capace di spaventare a morte solo con una pietra che rotola lungo le scale, con il suono inquietante di una misteriosa vocina imprigionata chissà dove, con il buio di una dimora 'posseduta' e isolata, con uno sguardo che osserva ciò che accade proprio in quel punto, e non in un altro, con un piccolo movimento della macchina da presa. A dimostrazione che la paura è una questione di atmosfere che nulla hanno a che vedere con effettacci speciali. E che per stanare i fantasmi nascosti in ciascuno di noi bastano meccanismi semplici, purché azionati con maestria, eleganza e sensibilità per la psicologia dei personaggi in scena. Ispirato all'omonimo romanzo breve scritto dallo stesso Avati, il film è la storia di una donna che dopo quindici anni trascorsi in un ospedale psichiatrico a causa di un grave trauma, decide di ricominciare a vivere aprendo un ristorante a Davenport, in Iowa.
L'ambiente ideale sembra trovarlo in un bellissimo ma lugubre edificio, antico pensionato per anziane gestito da suore. Quando comincia ad avvertire durante la notte delle strane presenze, a sentire passi lungo il perimetro delle pareti, teme di essere di nuovo vittima della sua malattia mentale. Ma proprio questi rumori così reali la spingono a interessarsi alla storia della casa fino a scoprire qualcosa di tremendo accaduto in una notte di bufera nel 1957. Se la forza di un film ormai di culto come La casa dalle finestre che ridono è aver trasformato la Pianura Padana nel luogo ideale per ambientare un horror, qui il midwest americano che tanto somigli all'Emilia di Avati si fa paesaggio di anime inquiete, specchio di angosce e dolori mai completamente sopiti.

Alessandra De Luca

 
Il Tempo, 13 novembre 2007
In equilibrio, spesso, fra reale e surreale, nell'ambito, allora, del gotico d'autore. Come ne "La casa dalle finestre che ridono", una delle sue opere maggiori, in "Zeder" e ne "L'arcano incantatore".
Oggi vi torna, facendo ricorso a tutti gli elementi classici del genere, una casa maledetta, un antefatto tutto sangue, una donna al centro così fragile che, appena uscita da un manicomio, ha l'ansia di non essere ancora guarita e di dovervi perciò tornare di nuovo.
Come ambientazione ha scelto la provincia americana e precisamente quello Iowa già a suo tempo visitato con altri suoi film e in mezzo vi ha costruito un dramma, che partendo da quegli spunti, ci pone presto di fronte a una serie di eventi che via via mettono la protagonista con le spalle al muro. Nella casa che ha preso in affitto stranamente a poco prezzo per aprirvi un ristorante, italiano come lei, comincia a sentire delle voci che, smentite dagli altri, rischiano di tornare a farla sentire pazza.
Presto, però, sulla scia di quelle voci, emerge una realtà, nascosta tra le oscure pieghe del passato, che tende a svelare delitti lontani, ma pronti a ripetersi con nuovi spargimenti di sangue; in climi, attorno, così opprimenti ed avversi, da impedire quasi alla donna di liberarsene.
Fino all'ultimo.
Un itinerario angosciante, fra la pazzia temuta e l'orrore pronto a dilagare, che Avati ha dipanato con una struttura narrativa colma di risvolti cupi, con personaggi malefici attorno, sospetti, sorprese, ambiguità, rappresentati da una regia che, meritoriamente senza ricorrere ad effetti speciali, suscita gli incubi solo dalle situazioni in cui la protagonista è coinvolta, dosando il crescendo delle tensioni in una cifra stilistica sempre di forte impatto. Sia per merito del montaggio martellante e serrato che la porta avanti, sia per la violenza torva delle immagini (firmate come sempre da Pasquale Rachini), sia per le musiche di Riz Ortolani, evocative ad ogni svolta di pericoli tetri.
In mezzo, con il pieno dominio di tutti i suoi mezzi espressivi, si dibatte Laura Morante che, pur presente per la prima volta in un gotico, vi si adegua con partecipazione totale. Ora interiore e angustiata, ora visibilmente attraversata dal terrore, mostra, ad ogni pagina, di saper magistralmente trascorrere da un sentimento ad un altro senza mai una frattura.
Attrice ormai sempre più grande.
© Sipario 2011