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Mondo di Horten (Il)
di Bent Hamer
con Bard Owe, Ghita Norby, Espen Skjonberg (Norvegia, 2008)
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Corriere della Sera, 19 giugno 2009
Dilemma amletico per un ferroviere
Saltare o non saltare? Il dilemma amletico di Odd Horten, ferroviere che sta per andare in pensione dopo anni avanti indietro nelle valli della Norvegia, si pone a contatto con un mondo senza orari né impegni. Ed ecco che l' originalità della vita gli consente incontri del più strano tipo (uno strambo randagio filosofo che guida col volto bendato) e altre amenità occasionali: si perde all' aeroporto, resta in ostaggio di un bambino, esce dalla piscina coi tacchi alti. Tutto può accadere, con un lume di lieto fine e due vecchie in attesa. Film ludico nordicissimo dello stesso Bent Hamer di Kitchen stories e Factotum, che dona un pessimismo grottesco citando qua e là Kaurismaki ma senza arrivare al sentimento e all' umanità del personaggio, con un meccanismo di guida che è telecomandato da una originalità abbastanza finta nella contrapposizione delle cose della vita.
voto 6
Maurizio Porro
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Il Mattino, 20 giugno 2009
Il ferroviere e la crisi della pensione
Dalla Norvegia arriva uno di quei film che consentono allo spettatore frastornato dall’overdose audiovisiva del cinema americano di disintossicarsi, di riconciliarsi con un plot minimo e essenziale, con un racconto asciutto, una recitazione fatta di sottrazioni, di piccoli gesti. «Il mondo di Horten», presentato a Cannes 2008 nella sezione Un certain regard, ruota intorno ai problemi esistenziali che si trova ad affrontare un uomo che va in pensione. Odd Horten dopo aver guidato per quarant’anni lo stesso treno sullo stesso tragitto, si appresta a vivere da pensionato. Ma per una serie di circostanze fortuite arriva in ritardo proprio alla partenza dell’ultimo treno che deve condurre. Un incidente irrilevante che però lo mette in crisi. Non va più in azienda e comincia a scoprire un mondo “disordinato” che prima non conosceva. Il contrasto tra una vita grigia e priva di passione e calore e ciò che lo circonda, crea in lui un senso di vuoto e di disperazione. Ma da questo momento forse Horten vivrà nuovi rapporti umani...
Alberto Castellano
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Il Messaggero, 19 giugno 2009
Che bello deragliare
in Norvegia
Un uomo che ha passato la vita sui binari, alla lettera, deraglia lentamente, dolcemente, verso il caos dell’esistenza. Si chiama Horten, è norvegese, fuma la pipa e sta per compiere 67 anni. Dunque addio vita regolata da conducente di treno, orari di ferro e amante in un’altra città. In pochi giorni Horten dovrà affrontare prove rimandate da un’eternità. E non è detto che non le superi, perché il Caso lo mette di fronte a incontri bizzarri e sommessamente rivelatori. Un portone che non si apre, ed eccolo scalare la facciata del suo palazzo, per passare la notte nella stanza di un bambino che lo capisce al volo. Una nuotata in piscina, solo, nudo, di sera, e arrivano due ragazze, nude anche loro, che non lo vedono e si buttano in acqua cominciando a pomiciare... Più soli di così si muore, ma l’imperturbabile Horten, nipotino di tutti i cineasti dell’impassibilità, i Tati, i Jarmusch, i Kaurismaki etc., ha altre prove che lo aspettano. Fra cui una madre che in gioventù saltava con gli sci dal trampolino e ora nemmeno lo riconosce. Ma la Norvegia è generosa con chi accoglie l’eccentrico e l’imprevedibile. E Il mondo di Horten ha le qualità degli altri film di Hamer, Kitchen Stories e Factotum, su e da Bukowski: bizzarria visiva, humour a miccia lenta, morale nascosta ma persistente. Un conforto, di questi tempi.
Fabio Ferzetti
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Il Tempo, 19 giugno 2009
«Horten», tra nostalgie e paradossi
Un film norvegese. Di un regista, Bent Hamer, incontrato finora in qualche festival. Il personaggio che ci propone è un macchinista delle ferrovie, Horten appunto, che sta andando in pensione dopo quarant'anni di servizio. I colleghi lo festeggiano e gli fanno anche un regalo. Lui si adegua, né lieto né triste. Impassibile, senza reazioni evidenti. Anche quando una donna, anziana come lui, gli dice che forse adesso non si vedranno più (fino a quel momento sembra che gli preparasse solo da mangiare al ritorno dal lavoro). Avanti così. Un mancato incontro con degli amici, un incontro invece con un bambino che lo guarda con simpatia, una curiosa passeggiata di notte in cui si ritrova a camminare su dei tacchi a spillo rossi («non sono le mie scarpe», dice), finendo per imbattersi in un vecchio steso per terra. Non è però un barbone, lo aiuta a rialzarsi, lo accompagna in taxi in una bella casa piena di belle cose dove l'altro lo informa di essere un diplomatico e di avere la capacità di guidare l'auto con una benda sugli occhi. Subito dimostrandolo ma, durante il tragitto, accasciandosi all'improvviso sullo sterzo, morto. L'altro automaticamente eredita il suo cane e dopo un po' incontra anche il fratello del «diplomatico» che gli rivela di essere lui il diplomatico, l'altro però era un inventore geniale, pur poco apprezzato. Il finale vedrà Horten, con il cane al guinzaglio, ritrovare la donna da cui sembrava essersi separato. Si sorridono, forse credendo in un futuro. L'imperturbabilità del personaggio, la sua totale mancanza di reazioni. Il segno del film, la meta cui, ad ogni svolta, tende la regia non spiegando dei fatti quasi niente. I dati si enunciano, il personaggio li vive muovendosi nel loro ambito, tenendosi sempre su un piano rigorosamente oggettivo, tanto che, oltre a tutto il resto, non ci vien mai precisato se quel pensionamento gli pesi o, come sembra, lo lasci del tutto indifferente. Una cifra, forse, che non coinvolge ma che, sul piano del gusto e dello stile, può convincere. Per merito anche di un interprete, il danese Bard Owe, che anche fisicamente se ne appropria. Con mimica immobile.
Gian Luigi Rondi
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