Una ragazza in campo per il gol della vita
I film sul calcio
sono sempre un po' rischiosi, soprattutto quelli che, più che spettacolarizzare le imprese di
una squadra o le gesta di un fuoriclasse, hanno l'obiettivo
di raccontare una passione, la dedizione totale a uno sport,
o quel mix di sogni, aspirazioni, delusioni e frustrazioni. «Il
mio sogno più grande», per esempio, è tutto
questo e non aggiunge molto ad altri prodotti che hanno lavorato
egregiamente sulla trasfigurazione mitopoietica del semplice
tifo e fanatismo calcistico. Però scaturisce da una
singolare vicenda autobiografica e ha per protagonista una
ragazza. Il film ambientato nel 1978, infatti, è diretto
da Davis Guggenheim, marito di Elisabeth Shue - è la
madre dell'aspirante calciatrice Grace (Carly Schroeder) -
che da giovane era un vero maschiaccio e amava tirare calci
al pallone, e l'autore del soggetto è suo fratello Andrew,
che ha un passato da calciatore professionista. Grace cresce
in una famiglia di calciatori: suo padre è un ex giocatore
e i tre fratelli sono impegnati nella squadra del liceo. Il
suo sogno di giocare al calcio s'infrange presto nei pregiudizi
e nello scetticismo, l'unico che asseconda il suo progetto è il
fratello maggiore che perde la vita in un incidente. La ragazza
affronta l'elaborazione del lutto con nuove motivazioni morali
ed esistenziali che le danno la giusta determinazione psicologica
e la necessaria carica agonistica. Con il coronamento del suo
sogno (con tanto di gol decisivo nella partita-chiave), riesce
anche a ricompattare la famiglia. Il film oscilla con un'esposizione
ordinaria tra l'iniziazione adolescenziale, la rivendicazione
protofemminista e l'avventura sportiva.
Alberto Castellano