Coprodotto con Comune, Provincia e Regione, Il mio amico Baggio segue
idealmente Fotografia di una stanza e anticipa un altro testo La
badante, scritto dal regista bresciano che dovrebbe comporre la
trilogia sull’immigrazione. Questa volta i due protagonisti sono
due ragazzi brasiliani Gustavo e Denniel, cantanti di sertao che decidono
di lasciare il loro paese d’origine per fare fortuna, dopo essere
stati ingannati da un produttore senza scrupoli. Cesare Lievi per voce
della narratrice (Giuseppina Turra) ci racconta le speranze dei due,
l’impatto con Brescia, la difficoltà di trovare un alloggio,
l’aiuto di un angelo, statua vivente che condivide con loro la
condizione di straniero (Daniel Meininghaus). I due vorrebbero far fortuna
con le loro canzoni, ma si ritrovano a fare da domestici, fino a quando
non sono accompagnati dall’Angelo a un provino per entrare a far
parte di uno spettacolo. È questo il punto di rottura dei sogni.
Davanti ad un’umanità allo sbando e affamata di visibilità lo
sguardo sull’emarginazione passa dai due brasiliani alla società italiana.
Dopo quell’esperienza Gustavo e Denniel decidono di tornare in
Brasile e dicono a chiare lettere di aver perso la loro finale, come
accadde a Baggio nella finale dei mondiali col Brasile…
Cesare Lievi utilizza lo stile che gli è proprio. Guida lo sguardo degli
spettatori attraverso scene ben delineate e concluse in se stesse, usa lo spazio
scenico con uno stile cinematografico, costruisce inquadrature che raggelano
e fermano l’azione, scene intervallate dalle canzoni malinconiche della
coppia di brasiliani. E se l’effetto non è sempre fluido, l’aspetto
più interessante e politico è proprio il cambio di prospettiva
del racconto. Ad un certo punto si ha l’impressione che l’Italia – di
cui Brescia è un punto di osservazione del tutto particolare – finisca
con l’assumere gli inquietanti connotati di un Paese allo sbando, di un
Paese che sta sbagliando i suoi calci di rigore.
Il mio amico Baggio è il frutto di un laboratorio condotto
sul territorio cui hanno partecipato otto giovani attori bresciani scelti tra
ottanta partecipanti ai provini. Con Il mio amico Baggio il teatro vuole
proporsi come veicolo di riflessione e pensiero sulla realtà, vuole mostrarci
come siamo, o meglio come la sensibilità di un regista come Cesare Lievi
legge la realtà bresciana e italiana, un modo per far sì che al
calare del sipario ci si possa sentire un po’ più consapevoli della
discesa preoccupante che sta percorrendo l’intero Paese.
Nicola Arrigoni