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Matrimonio per concorso (Il)
di Carlo Goldoni
regia Lorenzo Grechi
scene e costumi Angelo Poli
musiche di Giovanna Busatta
con Adriana di Guilmi, Paride Calonghi, Riccardo Pradella, Gianni Quillico, Valeria Falcinelli, Adele Pellagatta, Natale Ciravolo, Marco Balbi, Gabriella Bolzanini, Raffaele Fallica, Elena Roverselli
La Notte, 23 dicembre 1977

Ecco un copione minore di Goldoni che se l’avesse scritto Labiche potrebbe passare per il suo capolavoro stante la inconfondibile dimensione di tipico vaudeville della sua geometrica struttura, che è quanto di più complicato e limpido che immaginar si possa insieme, nell’assenza completa di ogni interesse umano dietro alla scaltrezza del calcolatissimo gioco scenico. Esaltazione trascendente, e perciò astratta, azzarderei a dire surreale; pura, inesauribile variazione, dell’intrigo fine a sé stesso, macchinismo perfetto quanto gratuito, narcisisticamente pago della propria precisione. Si sente, oh se si sente!, che la commedia è nata a cavallo del miracoloso Ventaglio, pensato subito prima e scritto dopo. Purtroppo, del Ventaglio, non possiede la magia. Ma una magia come quella del Ventaglio è una grazia che un autore non raggiunge due volte nella vita.
Goldoni precursore del vaudeville? Ghiotto argomento per un saggio che aspetta, da almeno un secolo, di essere scritto; trascurato, obliterato quasi da due maggiori temi: 1) quello che tutta la grandezza del veneziano sarebbe assorbita dalla Commedia di Carattere (e s’è sempre negletta la sua secondaria ma non certo trascurabile, anzi sapientissima importanza di autore di Commedie di Intreccio); e: 2) il non aver mai messo in evidenza l’influenza, stavo per scrivere l’affiliazione tra Commedia d’Intreccio e Commedia dell’Arte, apparentemente divergenti – così “chiusa” nel suo determinismo causale ed effettuale la prima, completamente “aperta” ad ogni imprevisto dell’improvvisazione la seconda – in realtà, entrambe convergenti verso un eguale risultato, tramite la successione e l’accumulo di analoghe situazioni. Il matrimonio per concorso (1763) appartiene al non cospicuo numero di copioni che Goldoni, come da promessa, inviò da Parigi a Venezia, al nobile Vendramin per il teatro San Luca, dopo che aveva abbandonato la compagnia Mederbach per l’esilio.
Così lieto, lesto e scintillante, esso fu composto in un momento non sereno per il commediografo. Era partito illuso che i comici italiani, a Parigi, avrebbero accolto con entusiasmo la sua Riforma. Viceversa, dopo i salamelecchi del primo momento, quando s’era trattato di indurli a recitar vero e semplice in commedie scritte, specchio del reale, non c’era stato verso: ostruzionismo a oltranza e avanti coi venerandi e stanchi canovacci della Commedia Improvvisa, le maschere e i loro lazzi, i funambolismi e le oscenità di sempre. Molto genio ma non altrettanto carattere, accomodante, lui si era adattato a regredire alle origini. Volevano i vecchi canovacci? E lui i canovacci aveva fornito. Dovrà aspettare anni e anni per arrivare a Le bourru bienfaisant e aver la soddisfazione di varcare la soglia della Comédie Française da autore francese! E così le commedie scritte le spediva a Venezia. Ed è curioso constatare come alcune di esse, Ventaglio non escluso, formalmente si rifacciano come, del resto, gli era già accaduto, ai canoni saldi e infallibili della Commedia dell’Arte paradossalmente scritta parola per parola, virgola per virgola e gesto per gesto.
La forza e la debolezza del Matrimonio per concorso derivano tutte e proprio da ciò. La commedia, popolarissima e frequentemente rappresentata alla fine del ‘700 e durante la prima metà dell’ ‘800, venne, in seguito, letteralmente dimenticata, salvo un’esecuzione passata praticamente inosservata, al colmo della guerra, da parte della compagnia Micheluzzi. Ben eha, quindi, fatto il gruppo stabile del teatro Filodrammatici a resuscitarla, con divertimento ininterrotto, ieri sera.
Evidentemente, tra le costumanze francesi che lo colpirono,  e che, con commovente scrupolo da provinciale all’estero, disseminò lungo il copione per conoscenza dei veneziani, Goldoni fu particolarmente incuriosito dall’uso francese degli annunci economici sui giornali, tanto da farne il pilastro portante della vicenda. L’italiano Pandolfo, unico abbozzo, e non più che abbozzo di carattere – tutti gli altri non son nulla più che anodine pedine di un gioco – mercante  a dir poco disinvolto, arricchitosi, dal nulla, collezionando fallimenti e altre pratiche in precario equilibrio sul filo del codice, giunge a Parigi con la figlia Lisetta. Pensando di poterla vantaggiosamente maritare, cosa ti escogita? Pubblica su un giornale un annuncio così concepito: “E’ arrivato in questa città un forestiero di nazione italiano, di professione mercante, di una fortuna mediocre e di un talento bizzarro. Egli ha una figlia da maritare…” segue un elenco dei fascini  e delle virtù della fanciulla offerta a quel remoto Portobello, per concludere: “… Il padre le darà la dote a misura del partito che si offrirà di suo genio e di quello della figliola. Sono tutti e due alloggiati alla locanda dell’Aquila. Colà potranno addrizzarsi quei che la volessero in isposa e saranno ammessi al concorso”.
Sennonché Lisetta, padre nolente, è innamorata, ricambiatissima, del padrone della locanda, Filippo. Nella medesima locanda alloggia un altro mercante italiano, Anselmo, con una figlia, Doralice, a sua volta innamorata di un Alberto. Ora, figuratevi tutti i possibili e immaginabili equivoci, accidenti, incidenti, sorprese, offese, ripicchi, imbarazzi, sospetti di tradimento, scambi di identità, gelosie, baruffe, pianti, puntigli e persino travestimenti, quando si presentano i pretendenti e scambiano Doralice per Lisetta; ognuna delle quali è decisa a non rinunciare al ragazzo del cuore, e, a un certo momento, entrambe credono di essere tradite per l’altra. Salve la modestia e l’innocenza, beninteso, parola d’onore, non ho idea di pochade del più aggrovigliato Feydeau, nella quale ne succedano tante; e, ciò che importa, con più naturalezza e consequenzialità, fino, a congegno scarico, alla prevista conclusione di due matrimoni d’amore, chiarito ogni malinteso.

Lorenzo Grechi ne ha articolato uno spettacolo nervoso e scattante, escludendo ogni traccia delle graziette, delle moine, dei lezii e delle minuetterie convenzionali della tradizione. Tant’è vero che, avvalendosi degli eleganti costumi e delle argute scene parapettate all’ “antica italiana”, di Angelo Poli, nonché delle spiritose musichette di Giovanna Busatta, l’ha addirittura postdatato di un secolo, accordando, a ragion veduta con risultati positivi, la propria regia sui ritmi, sulle accelerazioni, sulla dinamica e sugli ammicchi di un vero e proprio vaudeville fin de siècle. È stato assecondato nel gioco dalla fantasia, dalla diligenza e dall’affiatamento di tutti gli attori: Adriana di Guilmi, Paride Calonghi, Riccardo Pradella, Gianni Quillico, Valeria Falcinelli, Adele Pellagatta, Natale Ciravolo, Marco Balbi, Gabriella Bolzanini, Raffaele Fallica, Elena Roverselli. E con tanti auguri. 
   
© Sipario 2011