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Matrimonio di Tuya (Il)
Il Matrimonio di Tuyadi Wang Quan An
con Yu Nan e interpreti mongoli non professionisti, Cina, 2006.
 
La Repubblica, 8 giugno 2007

Il piccolo film di Wang Quan An ci fa vivere emozioni che sono universali

Mongolia, storia di Tuya
questa è la magia del cinema

È uno di quei film che ti fa pensare che il cinema può sempre riservare delle scoperte entusiasmanti. Chi immagina che nell'immensità cinese ci siano ancora persone, costumi, modi di vivere come quelli raccontati in questo film di Wang Quan An ambientato nella sterminata regione mongola? Infatti si stanno spegnendo, estinguendo - anzi li stanno spegnendo ed estinguendo la modernizzazione e l'inurbamento - e il regista ha voluto proprio documentare prima della sparizione totale ciò che ha conosciuto perché da lì viene parte della sua famiglia. E chi interpreta i ruoli della storia non sono attori ma persone che si chiamano come i personaggi.

Nelle illimitate praterie mongole, dove la natura è grandiosa e feroce, vive e si ostina a vivere una donna bella e tenace. Tuya. Con il suo gregge di pecore, il cavallo, il cammello, due figli piccoli e un marito amato e inabile: Bater. Di fronte alle difficoltà enormi Tuya finisce per accettare l'ipotesi che tanti le suggeriscono. Divorziare, cercare un altro uomo con il quale condividere le fatiche. Finisce per accettare ma a una condizione: che il nuovo marito si faccia carico dell'intero pacchetto, Bater incluso. I pretendenti fanno la fila, e con l'arricchito Baolier, vecchio compagno di scuola, l'affare pare fatto. Ma non è vero perché questi rinchiude Bater in un ospizio e il tentativo dura solo qualche ora. Soffre troppo Bater, soffre troppo Tuya, soffrono troppo i bambini.

Sembrerà infine che il cerchio si possa chiudere con Sen Ge, il vicino infelicemente sposato che ha sempre segretamente amato Tuya. Ma il giorno delle nozze scoppia una rissa e tutto, si presume, ricomincerà da capo. Come e in che direzione? Il film non ce lo dice.
Da una sceneggiatura di Lu Wei, già collaboratore di Zhang Yi-Mou (Vivere) e di Chen Kai-Ge (Addio mia concubina), un film semplice e solenne, elementare e universale, (vincitore dell'Orso d'oro alla Berlinale 2007) sulle grandi questioni della vita senza rinunciare a tante e vive venature quotidiane, umoristiche, e a tanti riferimenti sociali che solo in parte noi spettatori lontani riusciamo a cogliere.

Insomma proprio quello che secondo una soverchiante ideologia rinunciataria - spesso in nome di qualche appiccicaticcio "post-qualcosa" che spiegherebbe e giustificherebbe tutto: prendi la suprema vacuità dell'ultimo Tarantino - sarebbe diventato oggi impossibile. Non è vero.

Paolo D’Agostini

 
Il Giornale, 8 giugno 2007
Lo strano matrimonio della cinesina che non vuol lasciare la campagna

Con tutta l'opulenza del cinema cinese, ma in un milieu pastorale e non miticoguerresco, esce Tuya's Marriage di Wang Quan'an, vincitore dell'Orso d'oro all'ultimo Festival di Berlino. Nelle steppe della Mongolia Tuya (Yu Nan) vive col marito invalido, i due figlioletti, cento pecore e una fattoria sulle spalle. Benché il governo spinga i pastori nomadi a lasciare la steppa, Tuya la preferisce alla metropoli. Ma per riuscire vive di compromessi: deve divorziare per trovare un qualcuno disposto a farsi carico dell'ex marito. Bellissima, non le mancano i pretendenti, condotti al suo cospetto come se Tuya fosse una principessa e la posta in gioco un regno, piuttosto che un dramma rurale. Solo uno vincerà il suo cuore, lo sgangherato e imbranato vicino (Bater Sen'ge), con un trattore, un matrimonio fallito e un amore di sempre per Tuya. L'incanto in Tuya's Marriage nasce dal connubio insolito tra le eleganze tradizionali mongole e il mondo pastorale pragmatico e naif.

(STr)

 
Il Tempo, 7 giugno 2007
Puro realismo in una storia della Mongolia

Un film cinese sulla Mongolia. Firmato da un regista, Wan Quan An, avvezzo a vedersi premiato nei festival, anche in quest’ultima occasione che, a Berlino, gli ha ottenuto l’Orso d’oro. Un tema molto serio. La fine della pastorizia in Mongolia a causa della industrializzazione ormai quasi dappertutto padrona delle campagne. Lo svolgimento, però, non è corale perchè prende in considerazione soltanto le vicende di una piccola famiglia, moglie, marito, due figli piccoli, alle prese con delle difficoltà molto pratiche. La moglie, infatti, la Tuya del titolo, ha tutto sulle sue spalle perchè il marito è invalido e lei deve occuparsi di cento pecore da portare al pascolo ogni giorno e di una proprietà terriera piuttosto vasta, facendosi solo un pò aiutare da uno dei due figli, appena un pò cresciuto. Attorno a lei incontra solidarietà e comprensione, ma non essendo nessuno, in quelle campagne, in grado di darle un vero aiuto, ecco che le danno un consiglio: divorzi e si trovi un marito giovane in grado di accoglierla in casa anche con i due bambini e l’ex marito. Non è un’impresa da poco, Tuya, però, ha la fortuna di incontrare un uomo disposto ad accettare quelle sue necessità, alla condizione, però, di relegare l’ex marito in un ospizio. L’accordo si conclude ma l’ex marito, sentendosi solo e abbandonato, tenta il suicidio. Tutto daccapo. Con un nuovo matrimonio, alla fine, che però farà subito sentire a Tuya la tristezza della decisione che ha dovuto prendere. Realismo asciutto, sempre a livello dei casi più quotidiani: la famiglia, il lavoro nei campi con il gregge, la presenza di qualche vicino, le soluzioni cercate a fatica per risolvere quel problema di fondo. Con l’immediatezza di una cronaca che sembra svolgersi direttamente di fronte a una macchina da presa pronta a osservare, a studiare e poi a render conto. Senza nessuna concessione al colore e al folclore (pure, fra quella gente, ce ne sarebbero parecchie occasioni), dosando con levità il respiro di una esposizione che, anche quando scaturisce da ritmi lenti e raccolti, si propone sempre con immagini animate all’interno da un attento dinamismo, narrativo e pisicogico. Sostenuto, nella colonna sonora, da musiche tipiche della Mongolia, soprattutto corali e allora spesso invase da canti acuti e laceranti, anche se, come al momento del matrimonio finale, debbono esprimere feste e gioie. La protagonista, Yu Nan, è un’attrice nota ma riesce perfettamente ad adeguare la sua recitazione a quelle dei tanti non professionisti che l’attorniano. Con accenti di verità assoluta.

Guan Luigi Rondi

© Sipario 2011