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Il matrimonio
di Lorna
regia
Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
con A. Dobroshi, J. Renier, F. Rongione, A. Ukaj, M. Marinne, A. Yakovlev
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Il Tempo, 22 settembre
2008
La cinica disperazione degli immigrati raccontata dai fratelli Dardenne
I fratelli Dardenne, gli autori più rappresentativi del cinema belga di oggi, con ben due Palme d'oro vinte a Cannes, per «Rosetta», nel '99, e per «L'Enfant», nel 2005, continuano, con aspro rigore, ad esplorare i guasti della nostra società analizzandoli sempre all'interno di casi singoli, attenti all'analisi sottile delle psicologie dei personaggi che propongono. Il tema, questa volta, è l'immigrazione, clandestina e no. Così il personaggio al centro è una giovane albanese, la Lorna del titolo, che per acquistare la cittadinanza belga, con la complicità di un malavitoso italiano, ha contratto un matrimonio con un tossicodipendente di Liegi, garantendosi prima che sarà assolutamente in bianco. Raggiunto questo scopo, ne ha un altro: aprire un bar da gestire con il suo amante albanese. Ma le manca il denaro necessario, così il suo solito complice pensa di organizzarle un matrimonio con un russo che, versandole una grossa somma, riuscirebbe a sua volta a diventare belga. Però dovrebbe divorziare dal tossicodipendente, e il divorzio costa, a meno che l'altro non lasci libero il campo morendo per una overdose. O per qualcosa che si possa far figurare come tale... Una donna al bivio. Prima cinica, decisa a raggiungere i propri scopi, indifferente a tutto fuorché a quel bisogno impellente non solo di uscire dalla clandestinità, ma di costruirsi una vita propria, libera e in tutto appagata, a cominciare dall'amore. Poi, di fronte a quel marito che soffre per forti crisi di astinenza e che intuisce condannato a morte dal malavitoso per i propri interessi, un ripensamento profondo, una fuga da tutto, forse, da ultimo, perfino un rimorso che significherà redenzione. Il testo è asciutto, sottile, tessuto di sapori realistici che però, nella costruzione dei fatti, danno largo spazio alle ellissi, al non detto o semplicemente all'alluso. Mentre lo stile si affida a moduli piani e persino tranquilli di rappresentazione, privilegiando le figure spesso in primo piano, con tecniche più tradizionali che non nei film precedenti dei due autori: per far una cronaca tanto più normale quanto più i casi esposti sono crudamente fuori dalla norma. Evitando con cura, anche nei momenti più tragici - riferiti, mai mostrati - impennate e accensioni. Con il sussidio di una recitazione che si manifesta molto spesso solo attraverso i silenzi. Quella della protagonista, intanto, l'attrice kosovara Arta Dobroshi, che opera con finezza sulla mimica, e quella di Jérémie Renier, il tossicodipendente; spesso in prima fila nei film dei Dardenne.
Gian Luigi Rondi
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L'Espresso, 18 settembre
2008
Soldi in overdose
Storie d'amore, droga e varia criminalità nel nuovo, bellissimo, film dei fratelli Dardenne
A Liegi una ragazza albanese emigrata ha fatto un matrimonio bianco con un drogato, per acquisire la cittadinanza belga; ha pure ottenuto il divorzio, ma le pratiche sono lente, lei ha fretta perché il suo protettore vuole che sposi un russo desideroso di diventare cittadino belga; così è complice nell'uccisione per overdose del drogato. Intorno a lei si muovono quattro uomini: il protettore, un tassista che organizza la vita di lei per fare soldi; il russo che paga bei soldi; il marito drogato, che le chiede continuamente, come a una madre, aiuto e soldi; l'innamorato albanese di lei che si vede poco, è sempre altrove per guadagnare soldi con lavori pericolosi.
Nel bellissimo film degli straordinari registi fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne, due volte vincitori della Palma d'oro a Cannes (per 'Rosetta', per 'L'enfant'), eventi essenziali della vita (nascita, morte) vengono usati per compiere reati. Il danaro è ovunque: preso, versato, toccato, nascosto, desiderato, rifiutato, scambiato, in banconote simbolicamente sporche, stropicciate, maltrattate. Le leggi stabilite con civile impegno dall'autorità europea per salvaguardare i collettivi diritti umani, si mutano in occasioni deliquenziali. Lo sfruttamento dell' uomo sull'uomo acquista nuove forme, che ignorano il lavoro. I sogni d'una esistenza, le massime ambizioni, possono consistere nell'aprire un bar. I personaggi diventano i criminali più contemporanei, nell'approfittare del conflitto tra buone volontà e azioni indegne.
Ma, secondo gli autori, i personaggi non sono mai senza speranza etica: la ragazza, dura di carattere e di gesti, approda a un rimorso, una fuga dal male. Lo stile dei Dardenne (macchina da presa a mano, pedinamento degli attori, laconicità) nel 'Matrimonio di Lorna' cambia, si arricchisce di dialoghi sostanziali, della parola, di immagini relativamente quiete, per raggiungere la forma di realismo anche interiore più alta mai vista prima.
Lietta Tornabuoni
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Corriere della Sera, 26 settembre
2008
Realismo e magia per i Dardenne
I Dardenne, cultori del cinema all'europea, dove i tempi sono quelli interiori, silenzi, pause e molti primi piani. Cinema che esplora ma sulla base dei problemi reali di oggi: metti a Bruxelles il traffico delle identità (tema esistenziale ma concreto) per cui la nostra Lorna sposa un tossico per avere quella cittadinanza reclamata poi anche da un amico russo. Ma urge un omicidio. E qui il film spacca il tessuto narrativo per una soluzione poetica, rinnovando lo stile dei fratelli registi che qui si usano un tocco un poco più costruito ed artefatto di cinema, meno macchina a mano, più realismo con tocco magico. Come sempre gli interpreti sono portatori sani di una espressività sconfinata che ci fa capire il dramma di una civiltà in cui tutto è in vendita: infatti nella storia i soldi sono presenti e passano di mano in mano sporcandosi sempre di più citando il gran Bresson de L'argent.
VOTO:7,5
Maurizio Porro
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Il Giornale, 26 settembre
2008
Lorna, la povera kosovara vince l'oscar della sventura
Tempi di fratelli: i Coen «veneziani» e i Dardenne «cannensi», che raccontano la solita storia per la quale sono premiati come fosse una nuova, perché i giurati diventano tali ignari che i Dardenne esistano! Mutatis mutandis, il loro film cambia solo titolo: Rosetta, Il figlio, L'enfant e, ora Il matrimonio di Lorna. Segreto dei Dardenne - come per Inarritu e Arriaga, è il cumulo di sventure. Qui Lorna batte tutti: kosovara albanofona, è emigrata a Liegi, sposando - per aver la cittadinanza belga - un drogato locale e amando un connazionale malvivente; di peggio può solo accaderle, e le accade, di essere coinvolta nell'assassinio del marito, per poter sposare un russo e naturalizzarlo. O siete in vena di fioretti o state a casa.
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L'Unità, 18 settembre
2008
Scene da un matrimonio
La redenzione
arriva inaspettata, muta, dopo che i fratelli Dardenne, belgi
da due Palme d'oro a Cannes, ci hanno immerso in un altro stagno
malsano della working class: l'albanese Lorna (Arta Dobroshi)
compra un matrimonio col tossico Claudy (Jeremie Renier) per
ottenere la cittadinanza belga. Dovrà poi
rivendersi l'imprimatur, sposare un russo, recuperare i soldi
in una catena criminale organizzata e aprire un bar col suo
Sokol, che aspetta in Germania che tutto si consumi. I suoi
lunghi silenzi di doppiogiochista da melò (titolo
originale, Il silenzio di Lorna) raccontano cieca determinazione,
indifferenza alle suppliche di Claudy in crisi d'astinenza
e ai progetti di eliminarlo nel caso di intoppi. Eppure covano
una rivolta, ai soldi sporchi, allo schiacciante maschilismo,
forse alla catena di montaggio della sua vita programmata.
Realismo grigio-nero, senza un appiglio, sorrisi cattivi e
sguardi feroci, inquadrature cliniche e luci da lampade a basso
consumo, fin'ora (La Promesse, Rosetta, Il figlio, L'enfant)
nulla del rigoroso cinema dei Dardenne sceneggiatori e registi
depone a favore del proletariato urbano oggetto delle loro
analisi. Il loro è un unico film sugli abissi di malvagità e
i peggioramenti in vista per questa umanità dolente
sulle strade d'Europa. Cinema da pronta indignazione, da mettere
sugli scaffali dei "meritevoli" perché almeno
non è ridondante o troppo furbo. Però prima o
poi vorremmo che la premiata ditta Dardenne si metta a "dire" qualcosa,
a giudicare magari, invece di sfornare un altro reportage sociologico.
Premio per la miglior sceneggiatura a Cannes, coprodotto da
Andrea Occhipinti per Lucky Red. Lorna è doppiata da
Valentina Carnelutti.
Pasquale Colizzi
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Il Mattino, 20 settembre 2008
I Dardenne tra amore e immigrazione
I fratelli belgi Dardenne,
al contrario dei Coen, perseguono la strada di un cinema aspro, «utile»,
umanistico. Con «Il matrimonio di Lorna» affrontano
uno dei maggiori problemi contemporanei - la condizione degli
emigrati poveri nelle città occidentali ricche - e quindi
perdono oggettivamente un po' di originalità polemica
e di tenuta stilistica. L'albanese Lorna ha sposato il drogato
Claude per acquisire la nazionalità belga e aprire un
bar, ma il piano criminoso approntato dal malavitoso compagno
Fabio prevede che una «fortuita» overdose tolga
in breve tempo di mezzo il poveretto, in modo che la ragazza
possa sposare un mafioso russo a sua volta a caccia di passaporto.
L'intensa e spigolosa Arta Dobroshi, ovviamente, è il
perno di un film tutto costruito sulla sua tormentosa incarnazione:
perseguitata e persecutrice allo stesso tempo, perfetta antieroina
dei Dardenne per come si ritrova a dover scontare sulla propria
pelle le magagne della globalizzazione. Efficace nel momento
in cui appare cinica e disposta a tutto, diventa meno convincente
quando comincia a cercare di non portare più a termine
il delitto, essendosi in qualche modo affezionata al disperato
maritino di facciata. Non a caso il film non estremizza la
tecnica della macchina a mano (segno distintivo dei Dardenne),
finendo addirittura con il diventare troppo prevedibile e persino
un po' melenso nell'intento di fare sfociare i sensi di colpa
individuali e collettivi in un'artificiosa redenzione.
Valerio Caprara
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Corriere della Sera, 19 settembre
2008
Tra droga e immigrazione: dai fratelli Dardenne le mille facce
della realtà
Può sembrare un controsenso il premio
per la miglior sceneggiatura che il Festival di Cannes ha attribuito
a Il matrimonio di Lorna (tra l' altro: il quarto riconoscimento
per il quarto film presentato in concorso. Prima c' erano state
due palme d' oro, per Rosetta e L' enfant, e il riconoscimento
come miglior attore a Olivier Gourmet per Il figlio). Può stupire
perché i Dardenne danno l' impressione di preoccuparsi
più delle riprese che della scrittura, di «pedinare» gli
attori piuttosto che «costringerli» a rispettare
battute e movimenti. Eppure anche questa è un' impressione
falsa. Per quanto semplici e lineari possano sembrare, i loro
film sono il risultato di un complessissimo lavoro prima di
inchiesta sul campo, poi di scrittura, quindi di prove. Quello
che si vede sullo schermo è il frutto di discussioni,
ripensamenti, riflessioni, a volte quasi maniacali (girare
una scena in una stanza senza finestre di notte solo perché in
quel momento la finzione cinematografica si sta svolgendo di
notte), di lunghe settimane di lavoro con gli attori e i tecnici
senza impressionare un metro di pellicola, di ripensamenti
sugli arredi, le angolazioni di ripresa, le ambientazioni (è nata
così l' idea di usare un armadio per «nascondere» Lorna
che si spoglia per la prima volta davanti al suo «marito
per contratto»: per aiutare l' attrice nel suo imbarazzo
e insieme per evitare ogni possibile effetto strip-tease).
Perché il vero soggetto di tutti i film dei fratelli
Dardenne è la realtà, l' inafferrabile verità del
reale, di quel mondo concretissimo e misterioso che si muove
intorno a noi. E per ricreare la realtà sullo schermo
non basta impugnare una macchina da presa e cominciare a filmare:
il risultato sarebbe sconsolante. Sarebbe, nel migliore dei
casi, buon reportage televisivo. Non cinema. E invece i Dardenne
sono due veri registi, che di tutto possono essere accusati
ma non di non «fare cinema». Anche quando scelgono
come soggetto un tipico tema da inchiesta tv, i matrimoni bianchi
organizzati da piccoli o grandi malfattori per aggirare le
leggi sulla cittadinanza. Lorna (l' attrice albanese Arta Dobroshi:
una rivelazione) all' inizio del film divide l' appartamento
con un drogato, Claudy (Jérémy Renier). Impieghiamo
un po' a capire che i due sono sposati pro forma: in cambio
di un po' di soldi per drogarsi, il ragazzo belga ha accettato
di sposare una profuga dell' ex Jugoslavia, che in questo modo
ha ottenuto la cittadinanza. Quello che Claudy non sa è che
l' organizzatore di queste nozze - il tassista di origini italiane
Fabio (Fabrizio Rongione) - sta solo aspettando che lui muoia
per un' overdose per far così sposare Lorna a un ricco
russo, anche lui in cerca di un passaporto comunitario. In
compenso la ragazza intascherà quei 5 mila euro necessari
per poter aprire un bar con il suo vero fidanzato, Sokol (Alban
Ukaj), anche lui occupato a guadagnare il più possibile
come lavoratore a rischio nelle centrali nucleari europee.
Matrimoni pro forma, problemi di cittadinanza, leggi comunitarie,
soldi, soprattutto soldi (non a caso il film si apre in una
banca): il punto di partenza è concretissimo e coinvolge
temi d' attualità come le leggi comunitarie, la giustizia,
il lavoro, l' integrazione. Ma ai Dardenne non interessa dire
la loro su questi temi, evitano le tentazioni «comizio» o «lezioncina
ben documentata». Vogliono solo raccontare come ci si
trova all' interno di queste situazioni, come la realtà sia
strana e imprevedibile e come sia sempre diverso il suo effetto
sugli esseri umani. Perché il piano perfettamente architettato
a un certo momento comincia a non funzionare più. Lorna
non «ubbidisce» più alle indicazioni del
suo «regista» Fabio (in fondo il film potrebbe
essere letto anche come una grande metafora del fare cinema,
dove l' imprevisto finisce sempre per far saltare i piani di
lavorazione) e l' imponderabilità dei sentimenti, e
della morale, si insinua nelle azioni umane e le stravolge.
E la grandezza dei Dardenne sta proprio nella loro capacità di
usare le regole del cinema (e non della retorica o dell' ideologia)
per mostrarci le tante facce della realtà e delle persone
reali, a volte meccanismi condiscendenti di un ingranaggio
da cui pensano di trarre un beneficio, a volte protagonisti
di una ribellione che finisce per rivoltarsi contro di loro.
O almeno contro i loro «interessi». Lorna è un
esempio tra i tanti di questa possibile ribellione, di una
vita che prova a rifiutare quello che tutti sembrano inseguire
(i soldi, il guadagno facile, l' amoralità) e che non è detto
debba per forza concludersi con un happy end. Ma ai Dardenne
non interessa offrire brandelli di consolazioni ai sensi di
colpa dello spettatore, interessa solo non barare mai con la
loro voglia di guardare la vita dritta negli occhi.
Paolo Mereghetti
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Il Messaggero, 19 settembre
2008
Nel mondo crudele
e vero dei Dardenne
I fratelli Dardenne sanno fare male. È il
loro vero talento. Da una quindicina d'anni infatti i registi
della Promessa, Il figlio, Rosetta, L'enfant (gli ultimi due
palma d'oro a Cannes), prendono il mondo in cui viviamo, un
mondo infinitamente complesso e insieme opaco, monotono, indecifrabile,
e lo riducono a pochi segni essenziali svelandone tutta la
crudeltà.
Crudeltà dei rapporti di dominio mascherati da vita
quotidiana. Crudeltà delle regole non scritte che sottomettono
la nostra sfera più intima alle leggi dell'economia.
Crudeltà di un mondo che a forza di razionalizzare,
informatizzare, burocratizzare, ha imparato a difendersi da
tutto ciò che ha forza e identità personali,
fino a cancellarne i connotati.
È ciò che si prova davanti a Il matrimonio di
Lorna, una storia semplice e astratta come un teorema ma così potente
e piena di vita da lasciare senza fiato. Graziosa e di poche
parole, Lorna è un'albanese che vive a Liegi. Un'immigrata
come ce n'è a milioni che però conduce uno strano
ménage. La sera rincasa da un giovane a cui non concede
la minima confidenza, che invece sembra avere massimo bisogno
delle sue cure e attenzioni. Quel giovane, Claudy (Jéremie
Rénier, fedelissimo dei Dardenne), infatti è suo
marito, ma un marito per finta, sposato solo per avere la cittadinanza
belga. E poiché è un tossicomane pentito, Lorna
sa che non durerà a lungo. I tossici fanno spesso una
brutta fine. Basta tenerlo in bilico fra "scimmia" e
disintossicazione, un'overdose fa presto a capitare. E la burocrazia,
con i suoi computer, è facile da ingannare...
La tenera Lorna insomma, che la sera telefona trepidante al
fidanzato vero, è un'assassina potenziale. Ma in cuor
suo spera di cavarsela con un divorzio, così inizia
a procurarsi lividi enormi per provare che il marito la picchia,
glielo dice addirittura, perché Claudy è come
un bambino bisognoso di tutto, picchiami così divorziamo
e anche tu incassi una bella indennità, ma lui proprio
non ce la fa a alzare le mani, così lei sbatte la testa
al muro, poi corre a farsi medicare. Ma quando scopre che malgrado
tutto il destino di Claudy è segnato, ecco la scena,
indimenticabile e paradossale, in cui Lorna si mette letteralmente
a nudo imprimendo al film una svolta che è anche una
prova della straordinaria bravura dei Dardenne, capaci di cavalcare
le emozioni più estreme con una economia di mezzi senza
pari. Qualcuno li rimprovera di fare sempre lo stesso film.
Si vede che ce n'è bisogno.
Fabio Ferzetti
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