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Marito, La moglie, l'amante (Il)
di Sacha Guitry
Commedia in tre atti
Corriere della Sera, 24 marzo

Su queste tre colonne – il marito, la moglie e l’amante – quante commedie sono state costruite, o massicce, o fragili, o moraleggianti, o irridenti, o ridenti, o terribili!... Sacha Guitry ha ripreso il vecchio tema, ha ripresentato il tradizionale terzetto, con una bonarietà spiritosa e impudente che seduce. Egli ha l’aria di dire: “voglio raccontarvi una storia che non è nuova per niente”. Un altro autore avrebbe cercato di spostare i termini del trinomio, di scoprire rapporti nuovi fra i tre personaggi tanto avvezzi a vivere in compagnia. Il Guitry non mette in scena un marito qualunque, una moglie qualunque, un amante qualunque: e quel marito è ignaro e contento, come il più comune dei mariti del teatro: e quell’amante è quieto, tranquillo, senza romanticherie, come il più semplice degli amanti della vita; e quella moglie non ha né grandi passioni, né grossi rimorsi: ha, tutt’al più, piccoli scrupoli, malizie elementari, desideri vivi, ma tranquilli. Questa gente si muove tra casi sì leggeri che ne diventa un poco grigia. Eppure, con questi modesti elementi, con questa semplicità di procedimenti, Sacha Guitry ha scritto una commedia che, almeno per due terzi, è deliziosa. Come e perché? È difficile dirlo.
Un giorno, il marito, che crede nell’onestà della moglie con una fede tutt’altro che eroica, ma pacata e borghese, si secca vedendo che il suo migliore amico – che è poi l’amante di sua moglie – guarda la sua donna con occhi compiaciuti e indiscreti. Glielo dice a tu per tu, e lo prega di uscire di casa sua. L’altro, per rappresentare la parte dell’innocente calunniato, è costretto a sfiorargli la faccia con qualche cosa che assomiglia straordinariamente a una carezza, ma che si vanta d’essere uno schiaffo. E se ne va. Il marito racconta alla moglie l’incidente, ma in un modo così ambiguo, che la moglie può credere benissimo che quel sedicente schiaffo, anziché il volto del suo consorte abbia leggermente ventilato le guance del suo amico. Rimprovera il marito, gli giura che è purissima, e ottiene, subito, una facile riconciliazione. Più tardi apprende la verità, cioè che lo schiaffo l’ha preso proprio chi, in fondo, aveva un certo diritto di darlo. E allora, un po’ per quella vaga solidarietà che, in certi momenti, lega anche le mogli più infedeli ai loro ingannatissimi mariti, un po’ offesa dal ridicolo di quell’invertimento di parti, punta da un certo scrupolo, dichiara che vuol ritornare ad essere una donna onesta, e licenzia l’amante. L’amante si rassegna; e, rassegnandosi, così, sui due piedi, stupisce e offende la delicata signora, che è piena d’ogni genere d’amor proprio: l’amor proprio di moglie e l’amor proprio di amante. Tanto più che c’è in lei quello che c’è, quasi sempre, nelle donne, cioè il senso relativo dell’assoluto. Quando dice: “tutto deve essere finito fra di noi”, ella vuol bene che tutto sia finito; ma ha una certa pretesa che tutto sia finito pur continuando a non essere finito. Insomma, il suo grazioso e piacevole rimorso, la porta a desiderare d’essere una donna onesta che però continua a contemplare con un certo compiacimento l’abisso del peccato nel quale, un tempo, è caduta. Tra la voglia di rispettare il marito e quella che il suo amante, pur non essendo più il suo amante, sia in ogni modo, qualche cosa di suo, si fa giurare da costui che si serberà fedele ai ricordi del dolce passato comune; e promette di fare rigorosamente altrettanto. L’amante sa già come andranno a finire le cose. Vanno a  finire così: quando è giunto il momento, in cui, stanchi di vivere solo di ricordi, tanto il marito che l’altro hanno l’aria di voler consolarsi altrove, ella, per conservare fedele a sé l’amante, torna gaiamente ad essere infedele al marito. “Perché – le dice il suo complice – tu sei nata per tradire, come tuo marito è nato per essere tradito e io sono nato per essere colui che ti serve per tradire. Solo se adempiremo al nostro destino saremo felici tutti e tre”. C’est la fatalité, direbbe Offenbach.

In questa vecchia trama non sono intrecciate pagliuzze molto iridescenti, ma l’autore, invece di fare quello che usa oggi, cioè di porre parole, in apparenza serie, sopra cose burlesche, si serve di un tono tra il buffo e l’ironico, e di piccoli tratti d’azione paradossali, per fare scorrere entro le capillarità del dialogo una vena di bella, chiara, ingegnosamente semplificata verità psicologica. Il sapore di questa commedia non è di quelli che profumano subito la bocca; anzi essa, talvolta, pare scipita. Per giungere alla sottigliezza, si tende e si allunga in lentezze che la rendono esile; ma, a poco a poco, ci accorgiamo che il suo disegno si precisa, ed è un delicatissimo disegno. V’è, in essa, certo, minor delizia di dialogo,  minor ricchezza di sorprese che nelle altre commedie del Guitry; ma, in compenso, è fatta con un talento d’osservazione, dal quale il teatro si va troppo divezzando. Pensavo iersera al Marivaux; a un Marivaux, non più aggirantesi cauto fra i meandri d’una squisita metafisica dell’amore, ma divenuto spregiudicato e maligno e spudorato. Questo per i primi due atti: il terzo è più ilare, ma più farsesco e più vuoto.
   
© Sipario 2011