Marescalco (Il)
di Pietro Aretino
Il Tempo, 15 ottobre 1960
Elasticità morale del prodigioso Cinquecento. Non si va lontani dal vero affermando che la sontuosa dimora di Pietro Aretino sul Canal Grande, a Venezia, percorsa da un fiume d’oro alimentato, per metà da chi aveva interesse a pugnalare al dorso i propri nemici e ad intimidire i propri amici tramite le sue libellistiche satire incivettate da un austero moralismo; e per metà da chi, in un’inafferrabile ma non per questo meno allarmante atmosfera ricattatoria, badava a salvaguardarsi dalla sua lingua maledica, era una sorta di postribolo di lusso prodigalmente offerto ai potentati con la compiacente tolleranza della Serenissima a cui le relazioni e le influenze dello spettacoloso avventuriero tornavano utili nel campo che, oggi, si direbbe delle relazioni umane sul piano internazionale. In quel vero e proprio serraglio di bellissime donne, le cosiddette “aretine”, frequentemente esperte, oltre che nelle arti della loro particolare specialità, anche nelle lettere, nella musica e nella danza, che faceva da riscontro reale, equivalente di vita vissuta, alla trionfante oscenità dei “Ragionamenti”, i letterati si mescolavano ai principi, gli artisti ai banchieri, i diplomatici ai prelati, in un coacervo di complicità ad alto livello. Né tutto ciò disturbava, anzi, semmai, favoriva la parte di fustigatore dei costumi e giudice del secolo assuntasi dall’anfitrione e, dai suoi contemporanei, spontaneamente riconosciutagli; come non escludeva la sua singolare fissazione di venir incappellato cardinale, e per pochissimo non vi riuscì.
Collaborando la buona volontà dell’attore Camillo Pilotto, industriatosi a farsi una faccia somigliante il più possibile al famoso ritratto del Tiziano, l’abbiamo visto, sere fa, il signoresco Mentore, scendere da una sorta di monumento, sulla pista del teatro Sant’Erasmo, per recitare la prosa criminale del lungo, sardonico prologo del Marescalco (1527), la seconda delle sue cinque arrabbiate opere teatrali.
Racconta, il volubile movimentato e spericolato copione, una burla giocata dal duca Ferdinando Gonzaga – alla cui Corte l’Aretino, per un certo tempo, scialò abbondantemente – al proprio marescalco: un incallito misogino fornito di buone ragioni se vanno interpretate, come mi sembra debbano andare interpretate, certe inequivocabili allusioni del dialogo e, soprattutto, quel giovincello – quel “cinedulo” come lo chiama il pedante precettore di Corte – che gli sta sempre tra i piedi. Al momento delle nozze, accettate dal meschino con l’animo di chi affronta un’esecuzione capitale, si scopre che la sposa altri non è che un paggio travestito del duca.
Commedia a chiave? È probabile conoscendo l’uomo. E sarebbe una prova di più dell’interesse per la realtà onde l’Aretino rischiò veramente, da quel superbo autodidatta che fu, di “liberarsi dai greci e dai romani” e, superando il condizionamento ai contenuti e lo schematismo formale della soffocante tradizione erudita, di dare all’Italia, due secoli prima del Goldoni, un teatro originale e vivo, ispirato al vero e dedotto dal costume del tempo.
Dal senso acutissimo dei rapporti civili e politici, all’appassionata e carnale partecipazione al quotidiano operare; dall’eccezionale capacità di conoscere gli uomini e giudicarli col distacco necessario a coglierne tutti gli aspetti contraddittori, all’istinto stupefacente del comico in tutte le sfumature dell’umorismo partecipe, dell’ironia irridente, del sarcasmo scorticante; dal sincero moralismo nutrito di un’amarezza capace di permeare di passione civile il naturale cinismo, fino all’ardimento capriccioso ed alla violenza rissosa dello strumento espressivo, quella prosa – cronaca fatta parola – che costituisce una delle più impreviste sorprese del secolo, egli aveva tutto. Eppure nemmeno a lui l’impresa riuscì. Attraverso figure, macchiette, aneddoti, particolari, incidenti, afferrati direttamente dalla vita o gettati sulla pagina con la freschezza della prima impressione, la strada entra, sì, nelle sue commedie, ma le attraversa come una folata di vento senza veramente soffermarvisi. Le cause? Mancanza della necessaria consapevolezza morale indispensabile al grande autor comico; difetto di coerente unità strutturale; incapacità di quella superba prosa a fratturarsi in autentico dialogo. E così, anche il Marescalco, frammentario e dispersivo, fa la strana impressione di una commedia vivacissima ed immobile, divertente e noiosa, pur coi suoi felicissimi momenti, degni, senza esagerazione, di Molière.
Con tagli indispensabili ma non sempre opportuni operati dal regista Maner Lualdi, fu recitata, individualmente bene e collettivamente no, dal Calindri, dal Cimara, dalla Sperani ed altri numerosi. Musiche di Adriano Lualdi, coreografie di Ria Legnani, migliori le prime delle seconde. |