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Grande Match (Il)
Il Grande Matchdi Gerardo Olivares
documentario di lungometraggio interpretato da non professionisti mongoli, nigeriani e indios della foresta amazzonica, Spagna-Germania, 2005.
 
Il Tempo, 22 luglio 2007
Tra fiction e realtà, tre sperduti gruppi etnici a caccia di un televisore per vedere i Mondiali

CHE la passione per il calcio abbia dimensioni planetarie è cosa nota. Così non stupisce che la si coltivi con passione in Asia, nell’Africa araba e in Sudamerica. Lascia però addirittura trasecolati scoprire che è condivisa, quasi con affanno, anche dai pastori nomadi in Mongolia, lontani dal mondo abitato, dai Tuareg del deserto del Sahara, ai confini del Niger, e dagli Indios della foresta amazzonica. Pronti, ciascuno per proprio conto, a ricorrere ai più spericolati espedienti per inventarsi delle antenne in grado di ricevere emissioni TV e per sintonizzarsi su televisori quasi del tutto fuori uso, ridotti più o meno a ferrivecchi. Ce lo racconta un noto documentarista spagnolo, Gerardo Olivares, che, con l’occasione della finale dei campionati di calcio del 2002, quello che vide in campo brasiliani e tedeschi, è andato ad analizzare le ansie e le attese di quei singolari telespettatori, in Sudamerica desiderosi, anche con enfasi, di veder vincere il Brasile, nel Niger tifosi dei tedeschi, fra la neutralità, invece, dei pastori mongoli. Mettendo sì l’accento sui loro spasimi sportivi ma, soprattutto documentando quei singolari stratagemmi che sotto tre diverse latitudini, avevano tutti far ricorso per poter vedere la trasmissione tanto attesa. Qui con un indio installato su un albero, là nel deserto mongolo trasformando in antenna una vecchia e fatiscente struttura di metallo, mentre, fra i tuareg isolati da tutto, basta che fra le sabbie del deserto ci si possa radunare attorno a un televisore portato sul dorso di un cammello... Il film alterna via via i tre momenti in quei luoghi così distanti l’uno dall’altro, mette in risalto gli atteggiamenti dei singoli, ma anche le contraddizioni e i contrasti, fino a mostrarci quelli che pur dediti a cacciare le volpi servendosi di aquile addomesticate, secondo tradizioni secolari, si fermano per vedere la partita in cui, in apparenza così estraniati da tutto, riconoscono Ronaldo anche soltanto dal numero della sua maglia, informati come tifosi di città. Tutto dal vivo, con facce vere, amalgamando senza nessuna opposizione Tuareg, Indios e pastori mongoli. In cifre che possono ricordare perfino il vecchio cinema verità. Un esperimento che si segue. IL GRANDE MATCH, di Gerardo Olivares, documentario di lungometraggio interpretato da non professionisti mongoli, nigeriani e indios della foresta amazzonica, Spagna-Germania, 2005. CHE la passione per il calcio abbia dimensioni planetarie è cosa nota. Così non stupisce che la si coltivi con passione in Asia, nell’Africa araba e in Sudamerica. Lascia però addirittura trasecolati scoprire che è condivisa, quasi con affanno, anche dai pastori nomadi in Mongolia, lontani dal mondo abitato, dai Tuareg del deserto del Sahara, ai confini del Niger, e dagli Indios della foresta amazzonica. Pronti, ciascuno per proprio conto, a ricorrere ai più spericolati espedienti per inventarsi delle antenne in grado di ricevere emissioni TV e per sintonizzarsi su televisori quasi del tutto fuori uso, ridotti più o meno a ferrivecchi. Ce lo racconta un noto documentarista spagnolo, Gerardo Olivares, che, con l’occasione della finale dei campionati di calcio del 2002, quello che vide in campo brasiliani e tedeschi, è andato ad analizzare le ansie e le attese di quei singolari telespettatori, in Sudamerica desiderosi, anche con enfasi, di veder vincere il Brasile, nel Niger tifosi dei tedeschi, fra la neutralità, invece, dei pastori mongoli. Mettendo sì l’accento sui loro spasimi sportivi ma, soprattutto documentando quei singolari stratagemmi che sotto tre diverse latitudini, avevano tutti far ricorso per poter vedere la trasmissione tanto attesa. Qui con un indio installato su un albero, là nel deserto mongolo trasformando in antenna una vecchia e fatiscente struttura di metallo, mentre, fra i tuareg isolati da tutto, basta che fra le sabbie del deserto ci si possa radunare attorno a un televisore portato sul dorso di un cammello... Il film alterna via via i tre momenti in quei luoghi così distanti l’uno dall’altro, mette in risalto gli atteggiamenti dei singoli, ma anche le contraddizioni e i contrasti, fino a mostrarci quelli che pur dediti a cacciare le volpi servendosi di aquile addomesticate, secondo tradizioni secolari, si fermano per vedere la partita in cui, in apparenza così estraniati da tutto, riconoscono Ronaldo anche soltanto dal numero della sua maglia, informati come tifosi di città. Tutto dal vivo, con facce vere, amalgamando senza nessuna opposizione Tuareg, Indios e pastori mongoli. In cifre che possono ricordare perfino il vecchio cinema verità. Un esperimento che si segue.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011