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Grande Capo (Il)
Il Grande Capodi Lars von Trier,
con Jeans Albinus, Peter Gantzer, Iben Hjejle, Mia Lyhne
 
La Stampa, 5 gennaio 2007
Così il finto boss fa perdere il lavoro

Lars von Trier, geniale regista danese de L'elemento del crimine, Le onde del destino, Dogville, vincitore di sette premi al festival di Cannes, ideatore del manifesto Dogma95 ora decaduto, ha appena compiuto 50 anni. Ha reso pubblica una «Dichiarazione di Rivitalizzazione» nella quale afferma d'essere stufo della sua vita dopo circa trent'anni di lavoro, di voler cambiare le cose e ritrovare il suo entusiasmo originario per il cinema. Ha cambiato molto, con Il Grande Capo. Ha girato in danese con attori danesi.

Ha usato una tecnica chiamata Automavision: «Le possibilità visive della storia sono tutte inserite in computer, basta premere un pulsante». Ha realizzato un film che può riferirsi ad ogni rapporto padrone-dipendente, ad ogni rapporto esistente in ufficio. Ha diretto, dopo nove film drammatici, una comnmedia sarcastica, divertente, ricca di allusioni politiche e sociali. Il proprietario di un'azienda di informatica vuole vendere.

Il compratore vuol trattare soltanto con il capo: ma da dieci anni il proprietario si è inventato un finto capo dietro il quale nascondersi in caso di decisioni impopolari. Assume un attore per interpretarlo. Presto l'attore di accorge di essere l'unico garante in un gioco che può far perdere il lavoro a tutti, e si comporta in conseguenza. Del metodo Automavision lo spettatore si accorge poco, al film assai contemporaneo può divertirsi molto.

Lietta Tornabuoni

 
L'Espresso, 5 gennaio 2007
Boss da ridere

Il regista danese cambia genere e firma la sua prima commedia "Il Grande Capo" ambientata in un'azienda informatica guidata da un direttore inesistente. Humour, sarcasmo e la giusta dose di amarezza

Il 31 gennaio 2006, a Copenaghen, Lars von Trier ha compiuto cinquant'anni, e non ha mancato di rendere pubblica una 'Dichiarazione di rivitalizzazione' in cui confessa di annoiarsi o almeno di non divertirsi più con il lavoro di regista che fa da trent'anni circa: "A quest'età pensi alle cose che non ti piacciono della tua vita e cerchi di fare qualcosa per cambiarle".
Per esempio, ha diretto la sua prima commedia, 'Il Grande Capo'. Ha deciso di girarla in danese anziché in inglese; di includervi l'elemento che fa più ridere i danesi, "Sentirsi dire che sono degli stupidi"; di fare del film una possibile metafora della sua società 'Zentropa'; di lavorare con uno speciale sistema chiamato Automavision, ideato "per limitare l'influenza umana formulando le varie possibilità senza meditarle e dando quindi al lavoro una superficie priva di idee, libera dalla forza della consuetudine e dell'estetica".
'Il Grande Capo' è una commedia divertente? Sì, è piuttosto amara, sarcastica e molto intelligente. Il proprietario di un'azienda informatica vuole vendere agli islandesi che comprano un po' di tutto in Danimarca. Però quando ha creato l'azienda ha inventato un finto capo dietro al quale nascondersi quando doveva prendere decisioni impopolari: e i compratori islandesi vogliono negoziare con il Grande Capo in persona. Il proprietario 'assume un attore velleitario e fallito per interpretarne la parte: e l'attore scopre d'essere l'unica garanzia etica del gioco, l'unica salvaguardia per il posto di lavoro dei dipendenti. "È una commedia, e come tale innocua", dice l'attore: ma innocua davvero non è. Ha almeno cambiato la vita del regista? "Pare che sarà molto difficile cambiare qualcosa".

Lietta Tornabuoni

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