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Giuoco delle parti (Il)
di Luigi Pirandello
Tre Atti
Corriere della Sera, 10 maggio 1919

I soliti tre: la moglie, l’amante, il marito. Il marito di ieri sera, Leone Gala, s’è separato amichevolmente dalla moglie; egli continua ad essere ufficialmente il marito; ma vive per conto proprio, in una casa suburbana che è quasi un romitaggio. Ogni sera, tanto per salvar le apparenze, passa dal portinaio della signora, domanda se c’è niente si nuovo e se ne va. Se ne va verso i suoi cari libri e verso le batterie della sua cucina, perché egli coltiva con finezza la gastronomia, e ama comporre salse preziose con l’aiuto di un servitore che lo tratta con altera severità, il che ci è già capitato di vedere qualche centinaio di volte alla ribalta, e, prima che a noi, era capitato anche ai nostri padri e ai nostri nonni. È vero che Leone Gala con quel servitore-cuoco parla di Socrate e di Bergson; il che, invece, è del tutto nuovo e forse anche bizzarro.
Mentre il marito prepara gli intingoletti, la moglie fa due cose: si prende, o continua a tenersi un amante preso in precedenza, e si annoia. Si annoia, perché è libera, sì, ma in fondo la sua libertà è relativa. È una libertà che il marito le concede; ella non si sente un paese autonomo, ma una specie di colonia trascurata da chi ha sempre un vago diritto di padroneggiarla. Ciò la irrita; e, se guardiamo bene, questa irritazione sorge in lei non solo perché il padrone remissivo esiste, ma anche perché è remissivo. Donnetta nervosa, un poco proterva, come quelle che usan adesso al teatro, se ne sta tra vogliosa e svogliata di tutto, con un poco di istinto di male, che la fa assomigliare lontanamente alla moglie di Claudio, così come una gattina somiglia a una tigre. Se almeno il marito si disperasse per esser lontano da lei! se almeno fosse geloso! se almeno vivesse una vita acre e iraconda! Ma no; egli è tranquillo; egli s’è vuotato d’ogni sentimento; egli non ha che delle idee. È ormai uno spettatore, nel mondo. La signora Gala, indignata, vuole farlo diventare attore. Una sera quattro giovani, un po’ alterati dal vino, entrano per forza in casa sua, credendo di invadere i penetrali di una giovane mercenaria spagnola che abita di faccia. L’amante della signora Gala è, in quel momento, nella camera da letto di lei. Assiste dietro l’uscio all’ingresso dei quattro ebri; ode le proposte che fanno alla signora Gala; ma siccome egli è l’amante, e, di notte (veramente non è ancora mezzanotte) nessun uomo che non sia il marito ha, ufficialmente, il diritto di essere in casa d’una signora, sta quieto, nascosto e lascia fare. Anche la signora Gala per un pò lascia fare, ma perché ha il suo piano. Ha mandato, di soppiatto, a chiamar gente, perché vuole uno scandalo. Se il villano insulto che le si fa sarà pubblico, suo marito dovrà intervenire. Eh! sfido. E’ il marito! E in quel momento, la sua gioia di giocare un brutto tiro all’indifferente Leone, sfavilla di qualche imprecisa ferocia. Quello dei quattro ubriachi del quale essa conosce il nome, è il marchese Migliorini, un formidabile spadaccino. Se la sua libertà di donna potesse non essere più una concessione, ma una legittima sconfinata proprietà! Con questo animo va dal marito e gli racconta il fatto; e gli dimostra che egli ha il dovere di sfidare l’insultatore. Il marito le dà perfettamente ragione: mentre invece l’amante – Guido Venanzi – che è presente, le dà torto. A lui in fondo secca di essere stato dietro l’uscio in quel frangente, di aver dovuto restare invisibile; e forse gli secca ancora di più che gli abbia tanto fatto comodo di non farsi vedere. Ma Leone è deciso a sfidare il Migliorini, e incarica appunto il Venanzi di fare da padrino. Costui, dopo aver resistito, accetta: e fissa per il duello condizioni sì feroci, che c’è da credere che l’oscuro desiderio che Leone muoia, se non è decisamente entrato anche in lui, l’abbia accarezzato con le mani profumate della signora Gala. Spunta il mattino che vedrà il duello. Leone resta tra le coltri e dorme sodo. Vengono i padrini, lo svegliano. Egli salta fuori dal letto calmo, fresco, ben riposato. Che c’è? Che si vuole da lui? Che si batta? Ah! no! Egli ha sfidato perché sfidare è la sua parte, la parte di marito in partibus infidelium; ma chi si deve battere non è lui, è l’amante che non ha il solo titolo, ma il possesso effettivo della donna. A lui, Leone Gala, sono riserbate le apparenze e tutti i gesti che si riferiscono alle apparenze; a Guido Venanzi spettano i fatti e tutte le consumazioni dei fatti. Guido Venanzi, furibondo, va a battersi. Pare che, fra le quinte, lo ammazzino. Leone Gala fissa un poco gli occhi nel vuoto e dopo siede davanti alla colazione mattutina.
Quel Leone Gala è un filosofo, ma per esplicare la sua filosofia, gli furono necessarie circostanze straordinariamente favorevoli, se è permesso di chiamarle così, e sopra tutto gli fu necessario di far parte di una famiglietta bizzarra. Se la signora Gala non avesse la noia omicida, egli, invece di mandar l’amante di sua moglie a farsi ammazzare, sarebbe un marito, astratto sì, ma di quelli che, se non ci fosse quel decantato vuotamento d’ogni passione, si chiamano, in questo basso mondo, contenti. Ma anche su questo vuotamento, c’è da dire qualche cosa. E’ vuotamento davvero o vanteria? Quell’uomo che lascia organizzare un duello clamoroso per poi non andare a battersi, e per fare, insomma, a torto o a ragione, la parte del vigliacco, sarà vuotato di tutta la sua propria sensibilità morale, ma è pieno d’odio verso la moglie e verso l’amante, di tanto crudele odio che li punisce, non solo a spese della vita di Guido, ma persino a spese della riputazione propria.
Questi personaggi, che ragionano soltanto, hanno un bel dire: “Noi non siamo che cervello”. Lo fanno, per apparir bene alla ribalta; e hanno, invece, anche fior di sentimenti. Ma è, me lo consenta il Pirandello, più difficile riprodurre questi sentimenti nel loro drammatico urto colla ragione, che mettere al loro posto uno scaltro gioco di idee, e poi fare agire queste maschere che discutono come solo la passione può fare agire, e dichiarare a chi ci crede: “Qui la passione non c’entra”. In ogni modo, moglie omicida intenzionalmente, marito omicida di fatto, amante omicida fino ad un certo punto e ucciso del tutto, sono personaggi che hanno bisogno di condizioni troppo speciali per esistere e per svolgere la loro vicenda. La piccola verità ironica che il Pirandello afferma, che, cioè, quando si accetta una parte nella vita bisogna prenderne il bene ed il male, non ha necessità di queste prove massicce, e di tanto sangue da spargere o sparso. Si sente nei tre atti di ieri sera una continua mancanza di proporzione; è troppo costruito l’esempio che ci vien presentato, attaccato a numerose ficelles di vecchio stile: un marito che, per patto, ogni sera deve passare mezz’ora colla moglie dalla quale è diviso; quattro ubriachi che sbagliano uscio e, credendo di andare da una cocotte, vanno da una signora; poi un amante che, dietro l’uscio, sente, non diciamo la sua donna, ma una donna qualunque, alle prese con quattro uomini ebri e non salta fuori a difenderla, pur non essendo ancora mezzanotte, quando è ancora lecito alle signore trattenere in casa i visitatori; artifici, insomma, faticosi, senza i quali il duello e il giuoco delle parti non avrebbero avuto luogo.

Certo, se questi artifici sono ingenui, il movimento interiore della commedia, il suo progresso ideale è finissimo e squisitissimo, come in tutte le commedie del Pirandello, nelle quali il sapore è come concentrato, e non trova modo di irradiarsi nel dialogo, ma si rivela come di sorpresa alla conclusione, sì che, se da questa conclusione risaliamo a ricostruire la commedia, la vediamo più illuminata e la sentiamo più gradevole di quello che ci parve sulle prime. Non possiamo però nasconderci che, ripetuto tante volte, questo procedimento diventa una specie di formula. Le scene si succedono con un’ambigua aria da indovinello, ricche di arguzia nei particolari, ma come sopsese; e solo alla fine del terzo atto abbiamo la spiegazione. Il nuovo, in questo procedimento, che in fondo è quello di tutte le commedie d’intreccio e a risoluzione improvvisa, è che l’umanità dei personaggi si dissecca in un cerebralismo sottile per il quale le figure sceniche sembrano ancora in uno stadio anteriore alla vita, essenze che cercano di incarnarsi in persone, e si traducono solo in ingegnosissimi dibattiti.
   
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