Che immane fatica seguire «Il giocatore»
Dopo una dozzina d'anni, Il giocatore di Prokofiev è tornato
alla Scala: come mai? Altre opere di valore indiscusso
e popolari mancano da tanto maggior tempo, e anche volendo
titubare ad affrontare il repertorio nostrano, che offre
più rischi ai cantanti e ai registi, se ne trovano
tante. Certo, se si dà la precedenza alla salvezza
dell'Opera di Stato di Berlino, in accordo con Daniel Barenboim,
investendo in coproduzioni, non c'è molto da stupirsi.
Ad ogni modo, eccoci qui, con un altro bel successo e uno
spettacolo professionale. Ne riferisco un po' a fatica.
La vicenda è tratta da Dostoevskij, in un albergo-casinò tutti
s'indebitano e si avviliscono, una vecchia ricchissima
a dispetto degli eredi non muore e perde tutto al gioco,
una donna fascinosa e complicata non sa come restituire
una somma ed un giovane passionale che l'ama va ispirato
alla roulette ed altri tavoli, stravince, arriva da lei
pieno di soldi-omaggio e lei glieli butta in faccia senza
dirgli perché. Avevo nel ricordo l'edizione diretta
da Valery Gergiev con l'ariosa ed essenziale regìa
di George Tsypin e tutto mi tornava alla memoria rapido,
bruciante.
Questa volta, malgrado il direttore prestigioso Barenboim
ed il regista di grande autorevolezza e capacità Dmitri
Tcherniakov, anche scenografo e costumista, l'opera mi
pareva non finire più e la fatica per seguirla si
faceva sentire. C'era molta coscienza, in quell'orchestra
di cui erano ben marcate le differenze di tempi e di peso,
e in cui la frenesia era così bene ostentata, e
il canto procedeva con coerenza, nelle voci di una compagnia
consapevole e assortita con una certa attenzione. Ma non
trovavo la sfrontata incessante imprendibilità che
mi sembra la ragione della partitura: venire divorata dai
fatti e dominata dall'assurda passione per il gioco e il
denaro prima che ce ne si possa chiedere il senso. E in
scena quegli ambienti postmoderni disposti suggestivamente
in porzioni di palcoscenico, quei costumi stucchevolmente
odierni, e quel voler esprimere le agitazioni interiori
con balzi e rotolii, pur eseguiti da manuale, mi facevano
legger molto poco nell'intimo dei personaggi e nelle ragioni
dei fatti o cogliere la beffa d'una superiore ironia.
Lorenzo Arruga