Gatto in tasca (Il)
di Georges Feydeau
Corriere Lombardo, 19 maggio 1956
Una delle singolarità del teatro contemporaneo consiste nel rinnovato fascino e nelle nuove fortune incontrate dal vaudeville. È una moda, non arrivo a dire un gusto, alla quale tutti, autori, registi, attori, critica, durante l’ultimo decennio, hanno, più o meno, pagato il loro tributo. Il solo a mantenersi per così dire libero delle sue decisioni di regolarsi di volta in volta è stato il pubblico. E a giudicare quanto spesso il secondo ha fatto sbattere il naso ai primi – si pensi, proprio sul medesimo palcoscenico dell’Odeon, la accoglienza recentemente toccata alla Sensale di matrimoni, ad onta della firma illustre di Wilder – viene fatto di concludere che l’ultimo lembo di indipendenza e l’estremo fronte della resistenza difeso dalle arrendevoli platee odierne sia rimasto il loro contegno davanti alle grandi manovre della comicità ad orologeria nata con Scribe, definita da Labiche, perfezionata e complicata da Feydeau e morta con Hennequin, dopo essere stata uno dei più caratteristici documenti delle pompe galanti e delle olimpiadi erotiche della Belle époque, fra una cena “Chex Maxim”, con coppe di champagne versate nel ventre dei pianoforti, e un bagno di latte nelle vasche a due piazze della bella Otero o di Cléo De Mérode, mentre le orchestre di donne viennesi filavano il valzer della Vedova allegra. Che tempi!
Cosa vuol dire l’arco del tempo eretto sui peccati dei padri dalle generazioni che si susseguono! La cronaca diventa storia e gli autori di pochades pongono la loro candidatura a classici. All’erta, Piccoli Teatri! Coi copioni che disprezzate oggi vi si prepara il combustibile di domani. Si diceva una moda, un gusto. E sono già moda e gusto di indole letteraria. In fondo, l’equivoco nasce dal fascino di un presunto teatro puro; la poetica di una meccanicità così perfetta e puntuale da trasfigurarsi in formalismo surreale a poter venir ripensata criticamente e riproposta attraverso i filtri e le sofisticazioni dell’ironia. Ma è possibile sottoporre impunemente a un processo intellettualistico, per non dire cerebrale, un’espressione in definitiva estremamente popolare, immediata e, in ultima analisi, innocente ed ingenua, come il vaudeville? Il problema è tutto qui. E spiega benissimo l’alterno contegno del pubblico.
E così, ieri sera, abbiamo rinnovato il rito una volta di più con un copione del 1886, pare ancora inedito per l’Italia, di Georges Feydeau, riscritto, ma non troppo, nel 1956, dal nostro amico Gilberto Loverso, con la complicità registica di Daniele D’Anza. Intanto comincio col confessarvi di non aver capito la ragione del titolo: Il gatto in tasca. Fatta astrazione da questo particolare, tutto il resto è comprensibile, sciolto e perfino sempliciotto. Questa volta la girandola degli equivoci di rigore e degli scambi di persone che consentono buffi accidenti e qui pro quo a sfondo erotico-adulterino, tutti però conclusi con un nulla di fatto democristianamente rassicurante, avviene intorno a uno scambio di persona concernente il primo attore.
A Parigi, nella famiglia Pacarel – marito, seconda moglie e figlia di primo letto – si attende, da Bordeaux, un celebre tenore per rendere possibile il debutto all’Opéra – come autrice di un’opera lirica dal titolo: Il figlio di Napoleone –, della figlia del padrone di casa. Confessiamo che un’autrice giovane emula di Giuseppe Verdi ci riesce nuova, sulle scene. Fatalità vuole che venga preso per l’aspettato virtuoso dell’ugola, un giovanotto, dotato di tutto il sex-appeal che Leonardo Cortese riesce a conferirgli, ma destituito di qualsiasi pregio armonico nelle vicinanze delle corde vocali.
Non vi starò a spiegare né come ciò avvenga né come, una volta avvenuto, l’equivoco si trascini ad oltranza ad onta del buonsenso e un po’ anche della pazienza. A propria giustificazione, vi dirò che, senza questa forzatura non sarebbero possibili le seguenti situazioni che, con un po’ di buona volontà e un cielo senza nubi, si possono ancora trovare comiche:
- Il sedicente tenore può far la corte alla padrona di casa senza sapere né che sia la moglie di Pacarel né che sia la matrigna della figlia di Pacarel.
- Un’amica di famiglia, dall’aspetto decisamente inamabile, può credere che il giovane faccia la corte a lei.
- Pacarel, becco onorario, può illudersi che il cornuto sia il suo caro amico, marito dell’amica di famiglia, secondo quanto enunciato al paragrafo 2).
- Idem, con situazione simmetricamente rovesciata, per il caro amico: lui marito felice e Pacarel cornuto.
- Un’audizione del finto tenore all’Opéra che fa fremere nell’avello le ossa di Meyerbeer, Gounod, Bizet e tutto il melodrammatico Olimpo.
- La notizia, fortunatamente, in seguito, rivelatasi destituita di fondamento, che l’intraprendente giovanotto abbia fatto parte del coro della Cappella Sistina; ciò che getta in una comprensibile costernazione tutte le donne che frequentano il copione.
- Le felici nozze fra il sopraddetto e la melodrammatica giovinetta.
La commedia, una delle prime di Feydeau, risente dello schematismo e della geometrica meccanicità di Labiche. I suoi personaggi risultano come raggelati nella convenzione di tipi fissi. La riduzione del Loverso, che tenta di conferire scioltezza e coerenza ai loro movimenti, finisce con l’avere i difetti dei suoi meriti. Proponendosi, cioè, di non uscire dallo stile o dai moduli del tempo, finisce col rinunciare alle risorse di quelli che avrebbero potuto essere gli anacronismi maliziosi atti ad attualizzarne il dialogo con riferimenti attuali.
All’esito complessivamente lieto della serata non sono stati estranei la svelta e inventiva regia del D’Anza e la colorita interpretazione dell’affacinante Lia Zoppelli – bentornata alla prosa. Per rimanerci, vero?! – del pittoresco Camillo Pilotto, del simpatico Leonardo Cortese, della gentile Flora Lillo, dell’espansiva Maria Donati, del diligente Pierantoni, dello spiritoso Giacobini e del clamoroso Gavero. Cominciano a spirare i primi zefiri di teatro estivo. Divertitevi. |