Gabbiano (Il)
di Anton Cechov
Teatro Cargnano
Teatro Stabile di Torino
regia di Franco Enriquez
con Lilla Brignone, Valeria Moriconi, Adriana Innocenti, Glauco Mauri, Corrado Pani, il Galavotti, il Pavese, il Castellaneta e la Giovine
Il Tempo, 18 aprile 1967
Mai che si pensi a tutto. Una distrazione, ad esempio, del Concilio Vaticano, è stata la dimenticanza di aggiungere al paternoster: “Signore, dacci oggi il nostro Cechov quotidiano”. Meno male che ci pensano i nostri teatranti, i quali devono “fare Cechov” come si deve fare il morbillo, con la differenza che il morbillo lo si fa una volta sola, mentre Cechov è una continua ricaduta, ogni anno ci risiamo come l’influenza. Prova inequivocabile, probabilmente, di nostalgie derivanti da una sostanziale, seppur ignorata o respinta vocazione crepuscolare, poiché, tirate le somme, che cosa fu Cechov se non il grande classico del crepuscolarismo? Chiamatelo teatro della pena di vivere, chiamatelo tragedia del teatro, chiamatelo virile pessimismo medicato e redento da squisite delicatezze femminee – fascino e pudore incomparabili d’una poesia ambiguamente androgina – di velleitarie speranze avveniristiche; chiamatelo idealismo veristico, chiamatelo realismo magico, chiamatelo come volete, non si esce da lì. L’assoluto lirico dei suoi risultati maggiori è fuori discussione; alla resa dei contenuti, però, diciamocelo, il suo discorso è ovvio, breve e monotono; wagneriano in sordina, se così me lo lasciate chiamare, il suo segreto è l’iterazione e (molto relativamente) la variazione. Tirate le somme dell’opera sua che conta, egli non fece che scrivere quattro volte sempre la stessa commedia, quattro volte sempre lo stesso atto.
Strutture, ambiente ceto sociale, realtà economica, personaggi maggiori e minori, potrebbero darsi indifferentemente il cambio da un copione all’altro; e altrettanto i loro rapporti reciproci, i loro prolemi intimi, i loro sentimenti, le loro sofferenze, senza eccezione inversamente proporzionali alle cause apparenti così come le loro gioie, arrivano, partono – siamo sempre in campagna! – parlando d’altro per dire puntualmente la stessa cosa; e soprattutto amano sempre e tutti, la persona svogliata che non li ricambia; stanno nella solitudine perché il loro destino è di rimaner spaiati. Conosciutone uno, si conoscono tutti, anche e soprattutto perché nella loro indifesa abulia, posseggono l’arcana facoltà di frugarci dentro sommovendo velleità umiliate e frustrazioni inconfessate di ognuno di noi.
Sarà per questo che non se ne può fare a meno. Brecht tira col cervello e con la tessera del partito e Cechov lo buggera tirando col cuore e coi precordi. E così, in meno di due stagioni, e in contraddizione alla palese tendenza del proprio problematismo sociale, il Teatro Stabile di Torino ha ammannito, con evidente soddisfazione, ai suoi abbonati, ben tre dei quattro grandi copioni del russo e, preannunciandosi, pare, già l’unica “giornata” ancora mancante: Zio Vania, la tetralogia cechoviana, col prossimo anno, sarà, ancora una volta, completa.
Presentemente, è di scena, al Carignano, Il gabbiano. La prima, ritenuta la meno liricamente finita, come, in effetti, è, delle sue commedie, nemmeno fosse stato fatto apposta viene ripresa in un momento particolarmente favorevole a quelli che sono i suoi stessi difetti. Oggi che è venuto di moda scrivere romanzi sul modo di scrivere il romanzo e fare teatro sul modo di fare il teatro, il didascalismo in cui il copione rimane ancora tanto irretito e quel continuo discutere e polemizzare sul come scrivere e sul come dovrebbe essere e cosa dovrebbe dire e che dovrebbe significare il lavoro dello scrittore e dell’attore, che pone i protagonisti giovani, vittoriosi nella loro sconfitta, contro i protagonisti anziani, sconfitti nella loro apparente vittoria di mediocri, diventano quasi dei pregi, elementi, comunque, di attualità e di interesse.
Il pregio della regia di Franco Enriquez mi sembra, appunto, l’aver messo in evidenza questo; così come, uscendo finalmente dal vicolo cieco sia del formalismo sia dell’antiformalismo onde si è sempre dibattuto il problema della recitazione cechoviana, l’aver inseguito le aperture autobiografiche, per un verso, della commedia; e, per l’altro, l’aver suggerito una lettura in controluce, vagamente amletica delle relazioni sentimentali e morali dei personaggi, assunti, con ammirevole consapevolezza critica, da Lilla Brignone, Valeria Moriconi, Adriana Innocenti, Glauco Mauri, Corrado Pani, il Galavotti, il Pavese, il Castellaneta e la Giovine. E ora, impossibile analizzarli uno per uno come meriterebbero |