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Falsario (Il)
di Stefan Ruzowitzky
con Karl Markovics, August Diehl, Devid Striesow (Germania-Austria, 2006)
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Il Mattino, 2 gennaio 2008
Quando nel lager nazista si fabbricavano dollari
Berlino fine anni Trenta. L'ebreo Salomon «Sally» Sorowitsch è il re dei falsari. La sua vita - un tourbillon di lussi, donne, alcol e tavoli verdi - cambia brutalmente quando viene arrestato dalle SS e internato nell'inferno di Mauthausen. Le sue qualità però sono ben note ai nazisti, che lo fanno trasferire in una baracca del meno duro lager di Sachsenhausen quando prende il via un'operazione di contraffazione di valuta. Nel corso della fase finale della guerra, il laboratorio - che ha visto raccogliersi intorno a Sally (interpretato da uno sfuggente e volutamente sgradevole Karl Markovics, noto ai fan de «L'ispettore Rex») un reparto di prigionieri altrettanto «esperti» - viene incaricato di produrre milioni di sterline e dollari falsi da immettere, per farla esplodere, nell'economia delle nazioni arcinemiche. Il conseguente e incalzante dilemma de «Il falsario» (candidato all'Oscar per il film straniero) dell'austriaco Stefan Ruzowitzky rispecchia quello del libro autobiografico del reduce (oggi novantenne) Adolf Burger, da cui è tratto: collaborare facendo il gioco di Hitler e cercando di sopravvivere, oppure sabotare il progetto, rischiando il forno crematorio... Nonostante il tema usurato e qualche concessione da fiction, il film appare asciutto, solido e avvincente. Forzando appena gli autentici dettagli della cosiddetta Operazione Bernhard, Ruzowitzky evita retorica e cliché e indirizza uno sguardo freddo e penetrante, un po' da thrilling (come rivela il frequente uso del teleobiettivo), sulle complesse motivazioni del gruppuscolo capace a un certo punto di truffare persino la Banca d'Inghilterra.
Valerio Caprara
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Il Messaggero, 25 gennaio 2008
Aiutare i nazisti o morire:
una scelta anche nostra
ERA una delle sorprese dell'ultimo festival di Berlino. È uno dei cinque stranieri candidati all'Oscar, e non certo il meno autorevole. Ma soprattutto è uno dei lavori più vitali e spiazzanti che il cinema abbia dedicato alla Shoah. Per almeno due ragioni fondamentali. La prima è naturalmente la storia stessa del film diretto dall'austriaco Stefan Ruzowitzky (oltre alla bontà della sua fattura), ispirato alla vicenda autentica degli "esperti" ebrei che nel lager di Sachsenhausen lavorarono per tre anni alla cosiddetta "Operazione Bernhard", consistente nel fabbricare milioni di sterline e poi di dollari falsi per finanziare lo sforzo bellico minando al contempo l'economia dei nemici.
Guidati dall'ebreo russo Salomon Sorowitsch (nella realtà Smolianoff), artista mancato, falsario professionista, individualista cinico e seduttore malgrado la bruttezza (uno dei più bei personaggi di questi anni: solo la proverbiale dabbenaggine delle giurie ha impedito allo straordinario Karl Markowics, noto al grande pubblico grazie al Commissario Rex, di vincere un meritatissimo orso d'oro a Berlino), i detenuti di Sachsenhausen erano infatti dei privilegiati. Dormivano in branda, mangiavano regolarmente, ascoltavano musica durante il lavoro; e in segno di incoraggiamento, come racconta appunto Il falsario, ricevettero perfino un tavolo da ping-pong. Come sarebbe accaduto di lì a poco in tante industrie moderne e democratiche ansiose di incrementare la produttività, dice fra le righe il film che come ogni pellicola storica tiene un piede nel passato e l'altro piantato nel presente.
Anche se a risultare davvero avvincente in questo thriller storico di insolita asciuttezza è l'atroce dilemma che attanaglia i prigionieri, tipografi, bancari, artigiani di vario genere, selezionati dai nazisti per portare a termine quella missione segretissima. Collaborare, salvandosi, o sabotare, facendosi trucidare? Sopportare, mentre appena oltre il muro i loro fratelli vengono sterminati? O ribellarsi e con quali prospettive?
Difficile tradurre in termini più incalzanti una questione che potrebbe sembrare teorica, o peggio chiusa in un passato irripetibile, mentre è scelta drammatica e quotidiana per chiunque viva in condizioni di oppressione. In questo senso il film di Ruzowitzky, con tutte le sue (sobrie) concessioni allo "spettacolo", parla davvero a noi, qui e ora. E il dilemma che tortura i protagonisti si fa ancora più concreto (è la seconda ragione della forza del film) manifestandosi in termini di lavoro comune, di mansioni precise, di problemi da risolvere, giorno per giorno, insieme ai loro aguzzini. Magari scoprendosi a esultare con loro quando la Bank of England cade nella trappola. Un film scomodo e appassionante, che sarebbe davvero un peccato perdere.
FABIO FERZETTI
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La Repubblica, 25 gennaio 2008
Un falsario verso l'Oscar
Nel 1944 l'ebreo Salomon Sorowitsch, falsario di eccezionale abilità, è internato in campo di concentramento e obbligato a partecipare all'"Operazione Bernhard": coordinando un gruppo di altri prigionieri, tipografi e artigiani di professione, dovrà produrre enormi quantità di perfette banconote false, sterline e dollari, con cui inondare i mercati finanziari e produrre inflazione nelle economie dei Paesi nemici del Reich.
Dandy per vocazione, ma dotato di senso etico, Salomon si ritrova in mano un terribile potere: quello di salvare dalla camera a gas se stesso e oltre cento compagni, ma a patto di favorire i propri aguzzini. A tenerlo sotto ricatto è il comandante Kruger: non un nazista fanatico, però un uomo cinico e spregevole.
Membro della cinquina dei candidati all'Oscar per il film straniero, Il falsario ricorda per certi versi due celebri precedenti: "Kapo'" di Pontecorvo per il dilemma morale (collaborare con i nazisti o soccombere?), ma in chiave meno tragica, e "Stalag 17" di Wilder (per il conflitto tra prigionieri), però con toni più drammatici. Poco noto, l'episodio reale cui si rifà è di per sé appassionante; il bel cast, la sceneggiatura senza vuoti e l'efficace regia contribuiscono a sottolinearlo.
Roberto Nepoti
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Il Tempo, 24 gennaio 2008
Una truffa "storica". Svelata non molto tempo fa da un libro di memorie di uno dei suoi protagonisti, peraltro incolpevole, tale Adolf Burger, oggi novantenne costretto dai nazisti, un un campo di concentramento, a partecipare alla falsificazione in grande di sterline e di dollari con cui, a Berlino, si pensava di inondare i mercati inglesi e americani per dissestare la loro economia: tanto che si arrivò addirittura a fabbricare 134 milioni di sterline, tre volte, cioè, il fondo monetario della Gran Bretagna di allora.
Alla testa di questa falsificazione c'era un celebre falsario ebreo di origine russa, Salomon Sorowitsch, rinchiuso in un Lager in cui gli era stata salvata la vita solo perché, insieme ad altri 140 deportati, partecipasse all'operazione in virtù della sua lunga pratica nel settore.
Il film tedesco di oggi, diretto dal regista viennese Stefan Ruzowitzky, sulla base delle memorie di Burger, ricostruisce la storia di quella gigantesca macchinazione mettendo a confronto il protagonista disposto, pur di sopravvivere, a partecipare attivamente all'impesa ed altri suoi compagni lì nel campo che tentavano invece di sabotarla in odio ai nazisti, molti oltre a tutto convinti che, conclusa quella vicenda, tutti sarebbero stati avviati di sicuro verso le camere a gas cui era stati sottratti solo temporaneamente.
Da una parte perciò un contrasto, psicologico e morale, dall'altra una cronaca diretta e in molti punti rigorosamente documentaria dei modi con cui l'operazione, giorno dopo giorno, veniva condotta. Al centro, quel personaggio del grande falsario pronto ad accettare la sua condizione quasi privilegiata in un luogo dove invece, altri deportati, seviziati e martoriati dalla ferocia nazista, venivano inviati regolarmente alla morte, ma nello stesso tempo capace di ripensamenti e di istinti umanitari venendo spesso a patti con i carcerieri. Mentre, ansioso, affannato, ritmato dall'angoscia di eseguire gli ordini nel più breve tempo possibile, si svolge attorno la falsificazione delle monete illustrata tecnicamente in ogni dettaglio. Sventata solo alla fine della felice conclusione della guerra e dalla liberazione dei deportati grazie all'arrivo delle forze alleate.
Tensioni, quasi da film giallo, emozioni, climi claustrofobici (salvo all'inizio e per una conclusione anni dopo, non si esce mai dal Lager), disegni attenti dei singoli caratteri, anche quando il segno è corale. Il protagonista, livido, glabro, è l'austriaco Karl Markovics, conosciuto ai più per la sua partecipazione alla nota serie televisiva del Commissario Rex. Alla testa di questa falsificazione c'era un celebre falsario ebreo di origine russa, Salomon Sorowitsch, rinchiuso in un Lager in cui gli era stata salvata la vita solo perché, insieme ad altri 140 deportati, partecipasse all'operazione in virtù della sua lunga pratica nel settore.
Il film tedesco di oggi, diretto dal regista viennese Stefan Ruzowitzky, sulla base delle memorie di Burger, ricostruisce la storia di quella gigantesca macchinazione mettendo a confronto il protagonista disposto, pur di sopravvivere, a partecipare attivamente all'impesa ed altri suoi compagni lì nel campo che tentavano invece di sabotarla in odio ai nazisti, molti oltre a tutto convinti che, conclusa quella vicenda, tutti sarebbero stati avviati di sicuro verso le camere a gas cui era stati sottratti solo temporaneamente.
Da una parte perciò un contrasto, psicologico e morale, dall'altra una cronaca diretta e in molti punti rigorosamente documentaria dei modi con cui l'operazione, giorno dopo giorno, veniva condotta. Al centro, quel personaggio del grande falsario pronto ad accettare la sua condizione quasi privilegiata in un luogo dove invece, altri deportati, seviziati e martoriati dalla ferocia nazista, venivano inviati regolarmente alla morte, ma nello stesso tempo capace di ripensamenti e di istinti umanitari venendo spesso a patti con i carcerieri. Mentre, ansioso, affannato, ritmato dall'angoscia di eseguire gli ordini nel più breve tempo possibile, si svolge attorno la falsificazione delle monete illustrata tecnicamente in ogni dettaglio. Sventata solo alla fine della felice conclusione della guerra e dalla liberazione dei deportati grazie all'arrivo delle forze alleate.
Tensioni, quasi da film giallo, emozioni, climi claustrofobici (salvo all'inizio e per una conclusione anni dopo, non si esce mai dal Lager), disegni attenti dei singoli caratteri, anche quando il segno è corale. Il protagonista, livido, glabro, è l'austriaco Karl Markovics, conosciuto ai più per la sua partecipazione alla nota serie televisiva del Commissario Rex.
Gian Luigi Rondi
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