DRAGO (IL)
di Eugenu Schwarz
regia di Paolo Giuranna
scene e costumi Gianfranco Padovani
musiche di Gino Negri
con Giancarlo Zanetti, Omero Antonutti, Ilaria Occhini, Camillo Milli, Eros Pagni, Luigi Carubbi
LA NOTTE 12/01/68
Le difficoltà, dunque, aguzzano l’ingegno. Se la patria, come dicevano quei tali di infausta memoria, coi risultati che, poi, si son visti, si difende anche facendo la sentinella a una latta di benzina che, tra l’altro, nove volte su dieci era vuota perché il contenuto se lo erano fregato i capoccia; la libertà, quando si sia costretti a vivere con le orecchie tappate e la bocca cucita, bene o male, si difende anche con una fiaba. La fiaba, per esempio, dell’orco magnaputei, scorbacchiato e vinto da un giovane ardito, di belle speranze; in altre parole, parlare di bambini perché intendano gli adulti. Ed è proprio questa fiaba – un suo successo della stagione passata – che il Teatro Stabile di Genova, nella annuale trasferta a Milano, ha felicemente rappresentato, ieri sera, al Manzoni.
Essa si intitola inequivocabilmente Il drago e fa parte di una trilogia. Conta ormai una trentina d’anni, ma, più o meno, vale anche per oggi come, ahimè, c’è da temere, varrà per domani e, Dio non voglia, doman l’altro, fino alla consumazione dei secoli incorreggibili generatori, in vari modi sempre eguali, di tiranni e di tiranneggiati. Non è che del suo autore – io almeno – si sappia molto. Russo, dal nome stranamente tedesco di Eugenij Schwarz, scomparso nel ’58, attore e regista di un teatro sovietico, oltreché giornalista e scrittore, dedito alla letteratura per l’infanzia, la scrisse, pare, durante l’inferno di Stalingrado, facendone una metafora straordinariamente coincidente, punto per punto, col ritratto e con la sorte prossima del nazismo. Sia che egli fosse realmente ingenuo, sia che fidasse eccessivamente nella propria finta ingenuità, nel ’44, verso la fine della guerra, riuscì a farla rappresentare nel proprio paese, ma si rivelò subito, come si dice, uno scherzo da prete. Alla terza replica, la censura sovietica, oppressiva ma non cretina, l’aveva già tolta dal cartellone. Da qualsiasi parte si piglino, le dittature son tutte gemelle. Quella che, in origine, era nata come una allegoria della Germania sotto Hitler, rischiava di diventare automaticamente l’allegoria della Russia sotto Stalin. L’imprimatur ufficiale alla sua diffusione doveva attendere vent’anni circa, beninteso ad autore defunto, sotto il sultanato di Kruscev, despota spaccatutto, dalla vocazione democratica, lusso “borghese” che, come è noto, gli costò il posto, o fu viceversa, nessuno lo saprà mai.
C’era una volta, al tempo dei maghi e delle fate, una piccola città di gente buona, semplice e tranquilla, che, da quattrocento anni, viveva alla mercé di un drago con tre teste. Era passato tanto di quel tempo da non essere nemmeno più un incubo e quasi neanche una rassegnazione. Oltre che crudele, astuto, con la collaborazione di borgomastri, ministri, intendenti, generali, segretari e così via, profittatori e supini alla sua volontà, il povero popolo non si sentiva oppresso; colmo dei colmi, s’era persuaso che l’orrido mostro fosse un sovrano buono e tutto facesse per il suo bene; la gente amava il proprio oppressore! Ogni anno, il Drago si pigliava, per le proprie voglie, la più bella e la più pura delle fanciulle, consegnatagli naturalmente, senza batter ciglio e persino con un certo orgoglio. Il feroce era così spaventoso che, al primo abbraccio, la fanciulla cadeva morta. Quattrocento anni, quattrocento tributi del genere, oltre al resto per la sua fame.
Quell’anno toccava alla cara e timida Elsa, figlia dell’archivista Carlomagno. Allora, non si sa da dove, forse dal cielo, tutto vestito di bianco come suo cugino Lohengrin, venne il bel Tristano. E dopo avere, invano, tentato di aprire gli occhi ai pavidi cittadini, non senza essersi, naturalmente, innamorato della misera Elsa, decise, da solo, di affrontare il mostro e liberare la città. Con l’aiuto di un tappeto volante, di un cappello che rendeva invisibili, di una lancia fatata e di un liuto magico come quello di Orfeo, fornitigli, di nascosto, da alcune semplici creature che congiuravano da tempo inermi e in segreto, Tristano uccise il drago, tagliandogli una dopo l’altra tutte e tre le teste, in un duello all’ultimo sangue.
Il cimento fu tanto aspro che Tristano ne uscì ferito mortalmente e il gatto e l’asino parlanti, suoi amici, lo portarono sui monti, nascondendolo in una caverna inaccessibile a curarsi le ferite o a morire. Circostanza provvidenziale per i collaboratori del Drago. Il sinistro borgomastro della città ne approfittò subito per attribuirsi tutto il merito, facendosi passare, lui, per il liberatore del popolo, e chi non mostra di essere di questo parere, zac! via la testa. Come “Presidente” assoluto della città volle per sé, come quell’altro, la infelice Elsa. Insomma, magari con falsa aria liberale, morto un drago ce n’è sempre un altro pronto a prendere il suo posto. (E’ il risvolto più scopertamente esplicito dell’allegoria). Viene il giorno delle tristi nozze, ed ecco che Lancillotto miracolosamente riappare. Ora è tutto vestito di nero e, così biondo, sta benissimo. Di nero per la tristezza di vedere il popolo incapace di ribellarsi e far valere i propri diritti. Ma ora è qui lui, avrà un compito anche più difficile che non l’aver ucciso il mostro: quello di educare i cittadini alla libertà. Fa imprigionare i cattivi, sposa Elsa e vivranno felici e contenti.
La parabola, fin troppo esplicita, offre il pregio di non aver nulla di predicatorio e scopertamente didascalico. Ottiene l’effetto che si prefigge con un’inversione originale e cioè conferendo carattere realistico alle figure favolose e carattere favoloso a quelle realistiche pur nell’uniformità tonale di un linguaggio affettuosamente umoristico, dove l’attualità dei riferimenti è sempre presente e mai forzata: merito, presumo, anche della discorsiva e limpida traduzione di Milly De Monticelli.
Efficacemente coerente, persino nelle calcolate ingenuità e nel candido semplicismo di copertura dell’originale, la regia di Paolo Giuranna; così come le scene, i costumi e i fantasmagorici effetti di Gianfranco Padovani, nonché le musiche di Gino Negri. La maggior responsabilità dell’interpretazione ha gravato sulle spalle di Giancarlo Zanetti, eroe giovinetto tutto slancio e simpatia, di Omero Antonutti, mostro versipelle alieno da effettismi troppo terroristici, di Ilaria Occhini fin troppo assorta e un pochettino affettata, ma tanto bella; di Camillo Milli che, personalmente, avrei voluto della stessa falsa bonomia, sì, ma un po’ meno bamboleggiante, pericolo dal quale quest’attore dovrebbe stare in guardia; dell’eccellente Eros Pagni e del semplice Luigi Carubbi. Al resto ha provveduto una ventina d’altri alacri, volonterosi e applauditi interpreti. |