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Divorzio (Il)
di Marco Praga
Commedia in due atti
Corriere della Sera, 8 aprile 1915

Il primo atto, molto breve, molto semplice, chiuso da un episodio di maternità poetico e commovente, un atto di preparazione, è stato applaudito tre volte. Il secondo suscitò commenti, mormorii, rumori ostili e finì tra un contrasto di applausi e di disapprovazioni. Un po’, anzi molto, per la condanna del divorzio che in esso è ripetutamente pronunciata. Ci sono molte parole polemiche in quest’atto; e le parole polemiche provocano sempre le risposte. Meglio sarebbe stato se Marco Praga avesse lasciato che l’eloquenza dei fatti difendesse e sostenesse la sua tesi. I fatti erano di per sé commoventi; e avrebbero commosso di più se qualche personaggio non fosse uscito talvolta dalla sua passione per enunciare delle teorie. La passione ne ha patito. Essa ha perduto un po’della sua forza di comunicazione. Ma sarebbe anche stato meglio se la commedia fosse stata ascoltata e, se mai, biasimata alla fine. Che cosa occorre dunque per acquistare il diritto di farsi ascoltare? Trent’anni di lavoro, una ventina di commedie, alcune delle quali perfette, non bastano? Ed è giustizia, in ogni modo, mettere un autore in condizioni di assoluta inferiorità, sofisticare, alterare i valori della commedia che egli offre al giudizio del pubblico? Perché è chiaro che una battuta, un tratto psicologico, l’espressione di un sentimento, valgono in quanto sono in rapporto con tutto il tono della commedia. Quando questo tono è rotto dall’insinuarsi di voci estranee, non è più la scena, non è più l’atto, non è più il lavoro scritto dall’autore che s’ascoltano, ma sono a mala pena i brandelli di tutto ciò, aggirati e sbattuti dall’uragano, che roteano informi davanti alla platea. Il pubblico ha mille modi di disapprovare. Calato il sipario ha la parola, ha il sibilo, ha la chiave di casa. Ma almeno conceda a se stesso il diritto di ammazzare una brutta cosa tutta scritta dall’autore, e non, spesse volte, un’opera che è diventata bruttissima, perché vi ha collaborato il pubblico stesso con inopportune interruzioni.
E torniamo a Il divorzio. Non si può chiamarla una commedia propriamente detta. Della commedia non ha i tradizionali sviluppi, la conclusione. È quello che si dice in cattivo gergo teatrale una “situazione”, è la rappresentazione d’un caso. Per questo il titolo è troppo ampio. Il titolo generalizza; il caso invece è estremamente particolare. Vediamolo.
La baronessa Emilia Gennari-Pini ha divorziato dal marito. Le ragioni del divorzio non sono di quelle che strappano lacrime di commozione ai lettori di romanzi a dispense. Sono di una sottile morbosità psicologica. Son piccole, e perciò più grandi. V’è in esse lo spasimo eterno della femminilità pencolante tra il pudore e l’ardore, in quella crisi di malcontento delle anime che non hanno trovato la loro vera orientazione e il loro equilibrio. Emilia è giovane, innamorata dell’amore e di suo marito. Suo marito le dà un figlio, poi la pace domestica; non di più. L’amore invece le mette il fuoco nelle vene, una indefinita speranza nel cuore. Questo fuoco che non accende più la stanca abitudine del marito, questa speranza che il marito non comprende, ardono in solitudine. Ma è una solitudine pericolosa, nella quale il primo passo d’uomo che s’avvicina, risuonerà, ripercuotendosi nelle più nascoste profondità dell’essere. E anche ad Emilia s’accosta l’uomo che daterà nella sua vita. È un giovane, che si mette ad amarla con una frenesia senza limiti, senza freni. Allora l’idealismo di Emilia si protende verso di lui; tutto l’amore di lei è per lui. L’amore, ma non il corpo. Il senso pratico, che è il padre di nove decimi delle onestà di questo mondo, le impedisce di darsi. Ora amare e negarsi è inumano. Non c’è struttura nervosa per quanto salda che resista a questa deviazione, anzi a questa soppressione dell’istinto. Ecco dunque Emilia in una terribile condizione. La crisi che ella attraversa, è di quelle che una parola inopportuna può far traboccare in una catastrofe. La rinuncia enorme che ella fa, enorme in rapporto alla cieca e sitibonda logica della vita fisica, appare ai suoi occhi, ed è, in fondo, un atto meritorio. Le pare d’aver diritto a tutta la pietà, a tutta la riconoscenza del marito, perché, potendo togliergli tutto, non gli toglie che una parte di quello che appartiene a lui, l’amore. Ora Edmondo Gennari-Pini – e ha ragione anche lui – non ha mostrato né la pietà, né la riconoscenza che la donna si aspettava. Ha parlato duramente, da padrone; le ha comandato di partire con lui, ha schernito quel romantico amore per il giovane che, nel frattempo, disperato perché l’amata gli si rifiuta, s’è sparato una pistolettata nel polmone. Allora Emilia si ribella. Crede di ribellarsi al marito, ma in realtà si ribella contro l’ansia, contro il tormento che la rode. E reclama la libertà, anzi il divorzio; e, poiché Edmondo ricusa, fugge verso il suo amante platonico che langue ferito. Vive con lui alcuni mesi, come una sorella, finché il disgraziato muore. Il divorzio è ormai inevitabile. Edmondo cede, ma approfittando dello smarrimento, della confusine di Emilia, la induce a firmare la rinuncia completa a suo figlio. Più tardi ella ha incontrato a Parigi un principe russo, l’ha amato, l’ha sposato, e ha avuto, da questo secondo matrimonio, una bimba.
Questo è l’antefatto. Noi l’abbiamo appreso da un drammatico racconto nel secondo atto. Questo racconto è pieno di particolari romantici che io non amo. Tutta quella tragedia, quel suicidio, complicano un po’ la semplicità lineare della commedia. Ma è anche vero che da questo racconto balza una figura femminile, anzi una sensibilità femminile delicatissima, osservata con una finezza mirabile. Ieri sera quando Emilia, in una scena col suo primo marito gli ha gridato. “Io non ho mancato in nulla verso di te!” il pubblico ha rumoreggiato. A mio modesto parere ha avuto torto. Nulla di più psicologicamente giusto di quel grido. Certo, se si pesa il bene e il male, il diritto e il dovere con equa lance e con iniqua pedanteria, Emilia ha torto. Ma se un personaggio, a teatro, ha da esprimere i più spontanei e sinceri moti del suo spirito, quelle poche parole rappresentano un tratto di verità psicologica bellissima.
Ma Il divorzio ha il torto di preoccuparsi più della sua tesi che dell’analisi degli spiriti. E la tesi si affaccia subito. In un hôtel a Salsomaggiore, Emilia, il principe Soblinski suo marito e la sua piccola figlia Olga, si incontrano con il barone Gennari-Pini e il suo figlioletto Alfredo. I due bimbi, i due fratellini, giocano fra di loro senza conoscersi. Ma quando Emilia vede Edmondo ha un terribile sussulto. Non per lui, ma per il figlio. Ella non l’ha mai dimenticato. Ella ha soffocato nel silenzio il bisogno ardente di rivederlo. E ora il piccolo è poco lontano da lei, sotto lo stesso tetto. Ella non esita, si precipita verso il primo marito e lo supplica di permettergli di abbracciare Alfredo. Edmondo ricusa, si fa forte del suo diritto, della rinuncia di Emilia. Solo con un sotterfugio ella riesce ad avere tra le braccia il suo piccolo, a baciarlo, dicendogli, con una tremante voce materna, le cortesi parole d’un’estranea.
Ma ora la sua maternità, obliata in un’ora cieca, ridestatasi poi vigilante e angosciosa nel suo spirito, esaltata ora fino alla disperazione, non s’appaga più di quella fuggitiva finzione. Ora ella vuol rivedere suo figlio, vuol parlargli da mammina. Come forsennata, cerca tutte le vie. Edmondo la sfugge e si prepara a partire. Allora Emilia gli scrive delle parole folli. Lo supplica di concederle un colloquio, e, nel timore di non ottenerlo, grida il dramma della sua maternità al suo secondo marito, che la compiange, che le parla con dolce commosso scetticismo, che soffoca i suoi sentimenti, tutto rigido nella sua bella figura di gentiluomo, e che insiste egli stesso, perché il barone Gennari-Pini conceda l’invocato colloquio. E il colloquio ha luogo. Ma non muta lo stato delle cose.
Alle ragioni della madre Edmondo oppone una spietata critica del divorzio. Egli parla in nome dei figli. Considera la grave questione dal loro punto di vista. Non è per crudeltà che egli vieta a Emilia di vedere il figlio. È per rispetto per la piccola tenera anima di Alfredo. Ecco, il bambino ignaro della vita, apprenderà che sua madre è legata a un uomo che non è suo padre; intuirà qualche cosa di ripugnante, sarà profanato, insozzato. Gli uomini e le donne hanno il diritto di amarsi e di disamarsi, di tradirsi, di vituperarsi, di abbandonarsi; ma quando ci sono dei bambini, il matrimonio diventa una missione. Guai a chi la diserta!
Allora la povera madre non può che mandare dalla finestra un saluto al figlio che parte, buttandogli in dono una collanetta che ella porta al collo. “Grazie, signora”, risponde il bambino. E quella “signora” è la sua mamma!
Non è possibile che a un pubblico che voglia esaminare con tranquillità questa commedia sfuggano le molte belle cose che essa contiene. È sopra tutto il punto di vista che è originale. Molti ieri sera si son fermati a una comprensione superficiale e tutta patetica del problema che Marco Praga ha posto. Non è tanto perché i bambini abbiano il loro babbo e la loro mamma, che egli ha deprecato il divorzio. L’autore è asceso a una concezione più alta. È un problema di psicologia dell’infanzia che egli ha posto. Ha considerato sopra tutto questo: quale giudizio della vita, del mondo, della famiglia si formerà nella mente di un ragazzo che vede sua madre appartenere successivamente a due uomini? Una spudorata prescienza intuitiva del fatto amoroso passerà sopra il suo spirito inaridendolo. È la sua gioconda innocenza che se ne va. Sono le radici di tutti quei sentimenti, che dovranno poi in lui costituire l’uomo, che avvizziscono. Non è dunque un punto di vista sentimentale ma un delicato punto di vista sociale. I rumori del pubblico hanno del tutto impedito che questa pensosa e commossa originalità della commedia si rivelasse.
Vero è che la commedia ha i suoi grandi difetti. Il caso particolare che Marco Praga ha scelto ha bisogno di troppi elementi condizionali per sussistere. Ciò stronca la sua potenza emotiva. Pensate: nel caso generale il divorzio non impedisce mai alla madre di vedere i figli. Ma nel caso di ieri, per raggiungere una esemplificazione troppo probatoria, c’è stato bisogno di una rinuncia che sa d’artificio. E questa rinuncia ci lascia un po’ increduli sull’enorme sete di maternità che Emilia dimostra, poiché, in passato, questa donna ha potuto rassegnarsi a firmarla.
D’altra parte, ciò che questa madre chiede, in fondo, è troppo poco, ed è quello che il divorzio – sia esso un bene o un male – concede sempre. Emilia non reclama, in uno scoppio feroce d’amore, d’avere per sempre il suo bambino. Non chiede di essergli madre di nuovo. S’accontenta solo di stringerlo un poco fra le braccia. Se non c’era quella maledetta, quella poco verosimile rinuncia, il suo dramma sarebbe stato subito risolto. Così la sua passione ci pare facilmente consolabile. Ci pare che non sia difficile trovare un rimedio alla dolorosa pena che ella soffre.

Questo per il fondo. Per la forma, si lamenta una certa immobilità nei due atti e una certa identità formale nei due finali. La commedia si riduce a un dibattito; il dibattito oscilla tra il pianto e la tesi. Non c’è un cuore contro un cuore, ma un cuore contro un ragionamento. Quando questo ragionamento è più bello, sopprime i due antagonisti e afferma qualche originale e generoso principio. La sua vera bellezza è, dunque, una bellezza fredda. Dove, invece, c’è calore di vita, non c’è novità né progresso di idee. La commedia non dimostra. Del resto, non c’è barba di commedia che possa dimostrare. Avrebbe convinto di più se fosse stata libera da tutti gli elementi che la complicano, se quel formidabile verista che è Marco Praga non avesse avuto paura di far peccare nella carne Emilia, se, per idealizzarla, non avesse addensato intorno a lei particolari romanzeschi che devastano la curiosità ma non parlavano direttamente alla nostra umanità. Quella donna ha il torto di essere mezza amante e mezza madre. Se fosse stata scagliata sulla scena come un brandello di vita, carico di peccati  di virtù, noi l’avremmo sentita più vicina a noi.
   
© Sipario 2011